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Cautela con quel farmaco

Un nuovo studio solleva dubbi sull'ormone che cura l'anemia. E se interagisse con la radioterapia?

Cautela con quel farmaco
di Gianna Milano

Era una promessa. Così suggerivano le osservazioni precliniche: arginando con l'eritropoietina-Epo, l'ormone che aiuta a mantenere alti i livelli dei globuli rossi, l'anemia nei malati di cancro sottoposti a radioterapia, si potevano aumentare gli effetti delle radiazioni sulle cellule tumorali. E quindi la possibilità di avere un controllo sul male e allungare la vita.

Ora uno studio clinico europeo ben condotto, uscito su Lancet, che ha coinvolto 351 pazienti con tumori della testa e del collo (laringe, faringe e altro), e con livelli di emoglobina al limite dell'anemia, rileva che non è così.

L'Epo, pur avendo aumentato l'emoglobina, proteina incaricata di trasportare l'ossigeno ai tessuti, e migliorato l'anemia, non ha influito sulla prognosi dei malati che prendevano il farmaco. Anzi, non si sa perché, sembra aver avuto un effetto controproducente, abbreviandone la vita.

 

Non è nuova l'ipotesi che alti livelli di emoglobina, pigmento contenuto nei globuli rossi, siano da collegare a una risposta più favorevole nel tumore. «Nel 1973 uno studio propose la prima associazione tra livelli bassi della proteina e una cattiva prognosi nel cancro dell'utero» ricorda Tiziano Barbui, direttore della divisione di ematologia degli Ospedali riuniti di Bergamo. «Le osservazioni fatte in laboratorio e in studi retrospettivi hanno portato a ipotizzare che le cellule cancerose, se c'è poca emoglobina, e quindi poco ossigeno, eludano più facilmente i danni prodotti dalla radioterapia» aggiunge Filippo de Braud, direttore dell'unità di farmacologia clinica all'Ieo di Milano.

L'ossigeno è trasportato dai globuli rossi e, in teoria, curando l'anemia e aumentando i suoi livelli nei tessuti si rendono le cellule cancerose più vulnerabili alle radiazioni. Ma i risultati dello studio appena pubblicato non vanno in questa direzione. Quale spiegazione danno i ricercatori? «L'Epo, come già riportato in precedenza, potrebbe aver contribuito a far crescere cellule tumorali che, proprio utilizzando l'eritropoietina, si sono create un loro sistema di rifornimento di sangue» ipotizza Barbui. Sono ipotesi fisiopatologiche, in realtà non si sa perché sia accaduto.

Il New York Times riferisce le critiche di alcuni oncologi allo studio europeo. Insistono su due punti: non ci sono altre ricerche che dimostrino come l'eritropoietina interferisca negativamente con la radioterapia (occorrono conferme da altri studi); non si possono estendere questi risultati a tutti i tipi di cancro e di terapia.

 

L'eritropoietina è oggi molto usata in oncologia nel trattamento dell'anemia indotta da chemio e radioterapia. Uso che è andato crescendo negli ultimi anni. «Nel 70-80 per cento dei pazienti cui è somministrata i livelli di emoglobina aumentano in modo significativo e ciò determina un miglioramento della qualità di vita e una riduzione delle trasfusioni» sottolinea Fausto Roila, oncologo medico all'ospedale di Perugia.

L'anemia è fra le prime cause della spossatezza che il malato di cancro prova. Proprio  per ridurre quel senso di sfinimento, chiamato «fatigue», oggi si prescrive eritropoietina, magari senza tener conto dei livelli di emoglobina nei malati. «È un farmaco efficace, anche se non sempre, e poco o niente affatto tossico. Ma è difficile stabilire prima di aver cominciato radio e chemio quali pazienti possano davvero giovarsene» aggiunge Roila. «L'anemia conseguente a una chemioterapia può svilupparsi nel corso di settimane o mesi, spesso succede che dopo due o tre cicli la chemio viene interrotta per inefficacia o tossicità. Casi in cui l'eritropoietina non potrebbe dare i benefici per cui viene somministrata».

Secondo Barbui, i pazienti da trattare con questo farmaco vanno meglio selezionati. «Si vogliono attribuire all'Epo proprietà ancora da verificare e non suggerite da prove cliniche» osserva. Il messaggio dello studio su Lancet ? «Non deve gettare nel panico chi usa eritropoietina, deve far riflettere chi con troppa facilità la prescrive» risponde Roila. «È un invito a usarla con cautela e in nessun caso in neoplasie potenzialmente guaribili, finché altri studi non abbiano chiarito la sua interazione con i trattamenti antitumorali».

Quando il mercato preme e una questione è controversa, le risposte devono venire da studi clinici e i dati ricavati su vasti numeri. «Questa indagine, anche se piccola, indica che il farmaco ha un effetto inatteso. Ed è un esempio di come in fatto di ricerca medica non si debbano mai saltare i paletti» conclude de Braud.

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