Avevo citato, a proposito dei titoli politici presi in prestito dalla flora, la curiosa denominazione di un'associazione studentesca padovana, la Rorida Begonia; e, di passaggio, avevo accennato alla sciocchezza goliardica. Chi la fa l'aspetti. Da Padova Umberto Volpini, che dev'essere un mio più o meno coetaneo devoto alla goliardia, mi ha scritto con cortese severità. Riassumo prima i suoi competenti rimproveri ed espongo poi la mia incompetente replica.
Cominciamo dalla Rorida Begonia. Nacque nel '60 come lista per le elezioni studentesche, dice Volpini: «Il nome era una allusione, nemmeno tanto velata, al sesso femminile». C'era da aspettarselo. Del resto, anche l'esordio floreale della prima poesia delle antologie italiane, il Contrasto di Cielo d'Alcamo, «Rosa fresca aulentissima», è stato efficacemente letto da Franca Rame e Dario Fo in quella chiave. Continua Volpini: «Spero che lei non cada nell'errato luogo comune di considerare la goliardia come fascista tout court. Le ricordo che l'unico periodo della storia in cui tale espressione d'esuberanza giovanile è stata vietata sia stata proprio l'epoca fascista, prima con le limitazioni del '36, poi con la legge Turati del '38!
Negli anni 60 il Fuan (l'associazione universitaria legata al Msi) si appropriò abusivamente di uno dei simboli goliardici, la feluca, facendone il proprio stemma». Volpini allega un paio di volumi da lui curati, che contengono informazioni storiche e aneddotiche, e un'ampia silloge di canzoni goliardiche (da classici come i Carmina Burana alle Osterie).
Volpini ha ragione quando immagina una mia ignoranza sul tema. Tuttavia, ebbi il tempo di vedere le manifestazioni goliardiche, i distintivi, il linguaggio e i ninnoli di cui si fregiavano. So che poemi come l'Ifigonia vantano una tradizione illustre, e che testi goliardici hanno meritato l'attenzione di studiosi fra i più scrupolosi (per esempio, Giuliano Catoni a Siena). So che queste manifestazioni hanno radici importanti nella cultura carnevalesca, nel culto basso e grasso delle funzioni corporali, della frustrazione e della esuberanza sessuale, della derisione di fratacchioni e froci e illetterati, dell'apologia dei bordelli, della notte di baldoria prima dell'addio alla giovinezza. Cioè dell'amalgama di parole e pensieri di cui è stata fatta la formazione delle generazioni maschili del nostro mondo fino a poco fa, raddoppiando il pregiudizio maschile con quello di classe. I goliardi, cioè gli studenti, erano una piccolissima minoranza (nel famoso «Quarantotto», quello del secolo XIX, si calcola che in tutta Europa gli universitari fossero 30 mila circa).
Il «fascismo» riguarda soprattutto questa cultura, peraltro condivisa largamente anche da altre e opposte ispirazioni politiche maschili: c'era piuttosto nella goliardia una esibizione non solo scanzonata ma a volte prepotente del privilegio di classe.
Il nazionalismo goliardico, lo stesso che si tradusse in gloriosi impegni patriottici, da Curtatone e Montanara alle trincee della Prima guerra, si tramutò anche in una sfida squadrista al neutralismo o al pacifismo o all'internazionalismo operaio. Questo squadrismo studentesco, che non esauriva la goliardia ma vi stava a suo agio, durò fino al terremoto del '68. Ancora: ebbi il tempo non solo di conoscere, ma di subire e infliggere, sia pure nel modo più snobistico e intellettualmente vanesio che caratterizzava la Scuola Normale, i riti di persecuzione delle matricole. So infine che, tipicamente in Germania, le società goliardiche ebbero un ruolo centrale, col loro culto delle bevute e del duello, e i legami con le varie massonerie, nella formazione della classe dirigente militare, amministrativa e accademica.
Ecco ora la mia risposta. Il movimento studentesco dei secondi anni 60 (era già esploso infatti prima del '68 eponimo), cui Volpini del resto partecipò, spazzò via la goliardia prima che per ragioni politiche per ragioni più profonde e irresistibili, e irreversibili, anche. Esso diede espressione a un mutamento demografico e sociale che aveva moltiplicato il numero dei giovani e la loro affluenza agli studi. Presto gli universitari non sarebbero più stati una ristretta minoranza di figli di papà, consapevolmente gelosa, e perfino ostentatrice, del proprio privilegio sociale. Ancora più importante, il movimento studentesco, che fu, per contagio, movimento più vastamente giovanile, ebbe una partecipazione numerosa e attiva di ragazze. Non era mai avvenuto nella storia. Mai una generazione nuova aveva affrontato la propria iniziazione sociale in una «classe mista».
L'avvento di ogni nuova generazione all'età adulta si era celebrato in passato nelle due forme principali della coscrizione militare obbligatoria per i ragazzi del popolo e della goliardia, e poi del servizio militare da ufficiali, per nobili e borghesi ricchi.
Riti e scherzi di iniziazione erano al fondo simili, in caserma o in un college universitario. Comunque le donne erano escluse, fino al '68. Nel '68 le donne c'erano ed ebbero una parte sconvolgente. La loro presenza ostacolò, impacciò e alla fine ridicolizzò cultura e riti dell'iniziazione maschile. Dopo di allora ogni manifestazione collettiva passò l'esame della coerenza fra vita privata e pubblica, fra parole della politica e parole della esistenza quotidiana, del corpo, del sesso. Per questo confermo la mia opinione che ritorni di goliardia non possano che essere sciocchezze, ormai: dunque possono avvenire, perché le sciocchezze vanno forte, ma solo come parodie farsesche e mai più innocenti. Si dirà che tv domenicali e stadi di calcio sono la prova rumorosa del contrario, e che la goliardia, estinta nelle università, se ne è vendicata conquistando il mondo intero. Può darsi: ma allora anche Volpini dovrà rammaricarsene. Non è un caso che abbia trasformato la sua casa in un museo di cappelli a punta e vecchi papiri. Si consoli: anche il '68 è affare di museo, o di galera.
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