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E Bossi ti manda sola?

Da vestale a erede del capo malato. Ascesa di una moglie padana: Manuela Marrone.

E Bossi ti manda sola?
di Silvia Grilli

Piccolina, ricciuta e dimessa, la maestra Manuela Marrone, seconda moglie del leader malato Umberto Bossi, ha sollevato un polverone. Difatti circola la voce che si candiderà a Milano, collegio 3, lasciato libero dal marito che si è dimesso da onorevole italiano per fare il deputato europeo . Sarà vero che andrà al posto del capo della Lega? Chi mai glielo fa fare?

Lei, come al solito, non parla. Gli altri leghisti, invece, sono spaccati. I più sostengono che Bossi, così attivo da dettare alle 10 di sera i suoi proclami al giornale La Padania, non sia per niente dell'idea. All'eurodeputato Matteo Salvini la candidatura pare strana: «Ma se è sempre stata defilata... Ma se si sedeva in ultima fila ai congressi...» si stupisce.

Francesco Speroni, del clan dei varesini come Bossi, invece ne sarebbe entusiasta: «Manuela non è solo la moglie del capo. Da quando Umberto è stato male , ha tenuto anche una gestione politica. Ha deciso chi poteva vedere suo marito e chi no». L'altro eurodeputato, Mario Borghezio, risponde: « Qui Padania!». Poi aggiunge: «Da un male, la malattia del capo, è nato un bene: abbiamo scoperto Manuela Marrone. È il consigliere di Umberto, l'anima della Lega. Ha unito politica e delicatezza, è diventata un simbolo. Gli elettori capiranno che è una gran risorsa».

La donna che l'11 marzo vide il marito aprire la finestra della camera da letto poi crollare a terra, negli ultimi cinque mesi ha provato a difendere la Lega dai nemici e da se stessa. È diventata la vestale del Mangiafuoco padano in ospedale. Ha vigilato sugli sciacalli che volevano fare le scarpe al malato grave. Ha strigliato il neoministro Roberto Calderoli, che si era infiltrato in reparto travestito da dottore. Ha deciso quali leghisti s'erano conquistati il merito di stare al capezzale: il segretario Giancarlo Giorgetti sì, il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo o Speroni, invece, no. Ha messo in lista d'attesa anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E ora (forse, chissà) potrebbe fare l'erede del capo.

D'altronde se lo meriterebbe. Già una volta, nel 1989, è stata eletta nel Carroccio come consigliere provinciale. I figli ormai sono grandini: dai 15 anni di Renzo ai 14 di Roberto Libertà, fino ai 9 di Sirio Eridano. La Lega è nata nel suo monolocale, quando lei di Bossi era l'amante e non la moglie. Invece di romanticherie, per i primi dieci anni le è toccato d'attaccare manifesti. Invece che a sposarsi, Bossi la portava dal notaio a firmare lo statuto della Lega.

Che non sia solo una compagna remissiva, si è capito. Primo, si è sempre fatta chiamare col suo cognome, Marrone. Un po' perché ci teneva che si ricordassero di suo nonno Calogero, impiegato all'anagrafe del Comune di Varese, che finì deportato in un lager nazista dopo aver aiutato gli ebrei a scappare. Un po' perché di signora Bossi ce n'era già stata un'altra.

Bossi è stato furbescamente il primo a fare di lei un'icona. Quando lo accusano di essere il capo dei razzisti, lui tira fuori la semiballa che Manuela è siciliana. In realtà lei di siciliano ha solo il padre. Quando dicono che si è lasciato corrompere da Roma, racconta dell'ergastolo economico a cui l'ha condannato un giudice che lo costringe a versare una fetta di stipendio, la favola della casetta di Gemonio, del lavoro modesto da coordinatrice didattica della moglie, della vita familiare padana. Manuela, la semplice, l'ha tenuto legato alle sue parti. Se lei si candidasse, sarebbe un po' come ritornare ai loro primi dieci anni.

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