Nel dicembre 2001, con il mondo ancora sotto shock a causa degli eventi dell'11 settembre, una nave spia nordcoreana passava pericolosamente vicino alle coste giapponesi. Non era la prima volta e le guardie costiere giapponesi non avevano mai preso provvedimenti particolari. Ma quella volta fu diverso. Le lance armate della polizia costiera si lanciarono all'inseguimento del vascello spia, ingaggiando una battaglia a colpi di arma da fuoco che provocò il ferimento di vari membri dell'equipaggio e non fu abbandonata finché la nave spia non esplose, affondando nel Mar Cinese orientale.
Sebbene la nave spia fosse stata avvistata nelle acque della cosiddetta zona economica «esclusiva» del Giappone, era comunque al di fuori della cerchia più ristretta delle sue acque territoriali. Ma il governo giapponese ha reclamato il proprio diritto di recuperarla. La nave recuperata, in effetti, era piena di apparecchiature spia e armi pesanti.
L'incidente ha dato prova di quanto il Giappone abbia cominciato a manifestare un atteggiamento diverso nei confronti delle proprie forze armate, un cambio di direzione che ha preso forza durante i tre anni del mandato di Junichiro Koizumi come primo ministro. Il segno più visibile di questo cambiamento si è palesato all'inizio di quest'anno, quando Koizumi ha inviato più di 500 soldati per partecipare alla ricostruzione dell'Iraq. Dispiegare queste forze è stato un passo estremamente importante dal punto di vista storico: per la prima volta, dalla Seconda guerra mondiale, il Giappone ha mandato i suoi soldati all'estero senza il conforto di un mandato internazionale.
Ma Koizumi, per tutto il suo mandato, ha messo alla prova i limiti del pacifismo giapponese anche in altro modo. Poco dopo l'11 settembre, il parlamento passò una legge speciale che autorizzava le navi del dipartimento marittimo delle Forze di autodifesa ad aiutare la flotta americana nell'Oceano Indiano. La legge limitava la cooperazione alla fornitura di carburante e servizi di logistica, ma, in realtà, la marina giapponese dava sostegno all'invasione dell'Afghanistan. L'estate scorsa, il parlamento ha approvato alcune leggi che hanno definito con esattezza i poteri del governo in caso di attacco al territorio giapponese, leggi che erano in discussione fin dagli anni Settanta, ma la cui promulgazione era stata impedita fino all'anno scorso dalla tensione pacifista.
Il primo ministro ha inoltre auspicato modifiche alla costituzione che prevedono anche il ritocco dei limiti pacifisti stabiliti dall'art. 9. Tutte queste iniziative hanno fatto molto piacere all'amministrazione di George Bush: il ruolo del Giappone nella regione è in un certo senso ancor più importante per l'America di quello della Gran Bretagna. In particolare, i 45 mila militari americani di stanza in Giappone, con relative basi aeree e navali non solo proteggono il Giappone, ma permettono all'America di proiettare le proprie forze in una zona del mondo che è disseminata di potenziali punti caldi.
Gli sforzi di Koizumi per togliere la ruggine dalle armature giapponesi, però, preoccupano molti. Alcuni critici sembrano essere dispiaciuti proprio perché questa idea ha l'appoggio dell'America. Altri, sia in Giappone sia fuori, hanno notato le visite di Koizumi al santuario Yasukuni, dove, insieme ai soldati giapponesi caduti, sono commemorati alcuni criminali di guerra. Hanno notato segni di una destra in fase di rinascita e temono un ritorno al militarismo giapponese.
Ma sono critiche poco convincenti. È vero che il Giappone ha effettivamente fatto molto di quello che l'America voleva in Afghanistan e in Iraq, ma quando i loro interessi divergevano, Koizumi si è tranquillamente opposto all'amico texano: per esempio l'anno scorso quando ha ignorato le sanzioni Usa sull'Iran firmando un accordo per investimenti sui pozzi petroliferi di Azadegan.
E non si può nemmeno dire che l'entusiasmo di Koizumi implichi un sinistro tentativo di virare verso l'estrema destra. La sua politica estera riflette chiaramente e ragionevolmente interessi nazionali e trova sostegno nel più vasto pubblico giapponese, che mostra uno scarso desiderio di rimilitarizzarsi e di usare le maniere forti con i paesi vicini.
Lungi dall'essere dirottata da una congrega di congiurati di destra, dunque, la condotta del Giappone in politica estera sta probabilmente diventando ancor più democratica. E il recente allargamento del ruolo dell'esercito sembra suggerire che il Giappone non stia tanto flettendo i muscoli, quanto piuttosto li stia distendendo dopo anni, per vedere se funzionano e a che cosa possono servire.
Non si tratta, però, della rinascita di una potenza militare: piuttosto che rinnegare i propri principi pacifisti, la maggior parte dei giapponesi è disposta a rinunciare al prestigio internazionale. La politica estera giapponese rimane sostanzialmente avversa al rischio. Il Giappone è una potenza economica globale che dipende in misura considerevole da importazioni sicure di energia e dal libero accesso ai mercati mondiali. Il paese intende mantenere buoni rapporti con il maggior numero possibile di nazioni. A livello regionale, gli obiettivi principali sono evitare di perdere affari commerciali a favore della Cina e gestire l'alleanza con gli Usa in modo da difendersi da eventuali aggressori.
Tuttavia, gli echi della guerra del Golfo hanno dato un nuovo volto a quest'avversione per il rischio. Sebbene gli elettori giapponesi prediligano apertamente le missioni sicure, con poche occasioni di conflitto a fuoco, oggi sono disposti ad appoggiare gli interventi delle Forze armate, purché ne siano garantite la legalità e la necessità. Anche perché negli ultimi tre anni, Koizumi ha perfezionato un approccio populista, rafforzando il ruolo della propria carica e del governo nell'azione politica in modo da potersi consentire di cogliere le occasioni al volo. Anche le elezioni presidenziali negli Stati Uniti avranno riflessi sull'atteggiamento nipponico. Dal punto di vista giapponese, la differenza principale tra John Kerry e George Bush riguarda la Corea del Nord, con la quale Kerry ha dichiarato di voler instaurare colloqui bilaterali.
Presto o tardi, quando Koizumi lascerà la carica, si verificherà un cambiamento più importante. Senza dubbio, il Giappone non ha mai avuto un primo ministro del suo calibro, almeno per quanto riguarda lo stile. Tuttavia, chiunque arrivi al vertice dell'esecutivo, dovrà fare i conti con un nuovo atteggiamento della popolazione cui il primo ministro ha tanto abilmente fatto riferimento. Di fronte a minacce evidenti, come quella rappresentata dalla Corea del Nord, gli elettori giapponesi hanno certamente perso molte inibizioni pacifiste. Dopo il recupero della nave spia nordcoreana, il governo ha deciso di esporre il relitto vicino alla baia di Tokyo, affinché la gente possa vederlo e meravigliarsi per il pericolo affrontato dai propri marinai.
Secondo l'annuale libro bianco sulla difesa giapponese, pubblicato il 6 luglio, è bene che il paese sorvegli attentamente anche la Cina, un possibile pericoloso rivale non solo in ambito commerciale.
In ogni caso, il sostegno dell'opinione pubblica agli interventi esterni alla regione dipenderà dai futuri eventi. Scegliendo una serie di missioni sicure, Koizumi e i suoi predecessori hanno contribuito a creare nella popolazione una propensione a un maggior impiego delle Forze armate. Tuttavia, qualora una di esse sfoci nel sangue, la reazione dei giapponesi sarà imprevedibile.
(Traduzione di Annita Brindani)
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