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La mia Cina così vicina

Le atmosfere da «Blade runner» di Shanghai, tra grattacieli e vicoli. La Città Proibita di Pechino, metropoli sospesa fra tradizione e modernità. E poi il fascino naturale delle donne cinesi. Un testimone d'eccezione racconta la sua prima volta nel grande paese comunista ammaliato dal capitalismo.

La mia Cina così vicina
di Mariella Boerci

Shanghai. Al-màni! Al-màni! Al-màni!: nella Città Proibita, silenzioso cuore dell'ultimo impero comunista, 200 turisti cinesi dallo stesso cappellino color giallo-rosso si affollano intorno a Giorgio Armani, invocandone il nome a una voce. Oltre le lenti scure, lo stilista, quasi emozionato, regala alla piccola folla dei turisti e alla selva di fotografi che lo inseguono fin dall'arrivo in aeroporto come se fosse una rockstar (e lo seguiranno fino alla partenza) il sorriso impacciato di chi vede la Cina per la prima volta. «È l'accoglienza della gente comune quello che mi ha stupito di più» racconta lo stilista. «Se mi riconosce per strada in un paese che soffre la dittatura e le sue censure, significa che l'informazione può ancora volare al di là di molte barriere». E forse è  proprio così che accade, viste le accoglienze (popolari ma soprattutto mediatiche) che la nuova Cina ammaliata dal capitalismo gli ha tributato durante il suo viaggio. Un viaggio che Armani ripercorre in esclusiva per Panorama tra Pechino e Hong Kong davanti a tazze di profumatissimo tè.

  PECHINO. L'IMPATTO CON IL SOGNO

  «In fondo ho trovato quello che immaginavo» esordisce. «Per un occidentale di provincia come me, nato in una piccola città affogata nella Pianura Padana, l'Oriente è sempre stato il sogno sottopelle da inseguire attraverso il cinema, le pagine dei romanzi, i reportage fotografici, i giornali. Mi aspettavo quella gran selva di grattacieli senza un'idea comune di architettura tra cui si nascondono, timorose, le ultime tracce di un passato coloniale fatto di casupole, vicoli, negozi, artigiani e usanze che, purtroppo, si vanno perdendo. Mi aspettavo questo ribollire del paese, questi sfarzi, questi eccessi come chi da tempo non mangia e allora ingurgita di tutto in una volta fino a star male. Ma mi aspettavo anche gli incanti della Città Proibita, questo gran teatro di eunuchi, concubine e dignitari di un impero che è stato maestoso e crudele. E il susseguirsi ossessivo di padiglioni e di troni, di baldacchini, di fregi e di ori che trasmettono l'idea molto orientale della ripetitività. Ecco, se fossi un regista, userei questi spazi come set. Senza toccare nulla».

SHANGHAI, LA METROPOLI FUTURIBILE

«La città di Blade runner o la New York del XXI secolo?» si chiede Armani sporgendosi dalla terrazza della Cupola, ristorante raffinato dove si cena soltanto in due (il tête-à-tête più costoso del pianeta), con vista sul fiume e sulle mille luci della metropoli (20 milioni di abitanti) che ospitò il primo congresso del Partito comunista di Mao Zedong. Lui, che si aspettava appunto il sottofondo delle città di Blade runner («Probabilmente c'è, ma non è quello che ti fanno vedere») e ha trovato invece una concentrazione di 4.500 grattacieli («Volumi occidentali con influenze cinesi»), ha aperto qui il suo ultimo tempio del lusso, 3 mila metri quadrati al Three on Bund, un palazzo anni Trenta che ospita  gallerie d'arte e ristoranti (tra cui La Cupola), barberia per tycoon e spa (strepitosa) per signore che desiderano apparire e che qui sono in vertiginoso aumento. «Con certi sfarzi che sembrano di Las Vegas, certe forme che starebbero bene a Berlino o certi eccessi che ricordano  l'America quando l'America mette un po' di cattivo gusto nelle sue cose, Shanghai è una città che vuole essere molto occidentale» riflette lo stilista. «Ma è stato comunque un colpo di fulmine» ammette. Ricambiato, a giudicare dall'entusiasmo con cui la nuova casta di ricchi & potenti e  notabili & aristocratici ha accolto la sua prima sfilata: «Mi sono sentito sprofondare di emozione».  

LE DONNE

«A me le cinesi piacciono. Molto. Mi piace il loro modo di muoversi, di porgere le mani, di sussurrare. E trovo folgorante la semplicità fisica cui sono naturalmente portate e che le rende eleganti con poco. A differenza delle occidentali, cui occorrono il tacco, il trucco e molte altre cose, alle cinesi è sufficiente una blusa bianca. Perché hanno volti importanti». Le cinesi, anche se vengono dalla provincia, che vestono Armani indossano i capi con naturalezza. Figurarsi le top: «Io pensavo che, per la sfilata mi sarebbe toccata la routine: insegnare alle ragazze come camminare in passerella senza mettere le mani sui fianchi, suggerire che cosa fare e cosa non fare... Non ce n'è stato bisogno: tutte queste ragazze che all'epoca di Mao sarebbero state, tutt'al più, giocatrici di pallacanestro hanno indossato i miei abiti con un'eleganza e una naturalezza indiscutibili. Come se fossero i loro. È stata l'emozione più forte di questo viaggio».

I SUPER RICCHI

«Indubbiamente la ricchezza qui è molto appariscente. Ma quanti saranno davvero i nuovi ricchi? Molto meno, immagino, dei 100 milioni che raccontano i nostri giornali: la metà, mi hanno detto. Che in un paese da 1,2 miliardi di abitanti restano grandi numeri. Uomini intorno ai quarant'anni, potenti e consumisti, che girano con le tasche sformate da chili di contante e per questo si sono subito lanciati, nel mio store appena inaugurato, sulle pochette da uomo, che qui vanno molto».

 

LA CULTURA CINESE

Per Armani è così «ricca, complessa e poco conosciuta» da non sentirsi di rinchiuderla in facili etichette. Si sbilancia per la pittura: «Si notano, anche nei dipinti dei nuovi artisti, una freschezza e un'ironia che danno a ogni quadro un sapore, un divertimento». E, riferendosi alla casa-museo di David Tang, a Shanghai, proprietario degli esclusivi (e cari: una cena media  costa 220 dollari a testa) China club: «Ho trovato la sua collezione (non meno di 200 quadri, ndr) davvero affascinante».

Quel che invece non condivide è la rimozione del passato: «I cinesi non amano  ciò che invecchia: nel loro inarrestabile slancio verso il futuro rifanno tutto. Per fortuna ricopiando esattamente il vecchio, come se, in fondo, non volessero rinunciare del tutto alla loro storia». Compreso Mao e la rivoluzione: il «caro leader» e la stella rossa si trovano dappertutto, perfino su portafogli e berretti.

HONG KONG, ULTIMA TAPPA

Dalla raffinata suite Mandarin (un centinaio di metri quadrati) all'ultimo piano dell'omonimo hotel, Armani osserva con malinconia «questa laguna che, piano piano, mangiata dai grattacieli e dalle banchine che si allargano, diventa sempre più piccola». E ancora, quasi con rabbia: «Le ville dei miliardari sulle colline» e, raggruppati sotto i grattacieli del centro, «i filippini che, a centinaia, fanno il picnic e tirano sera con canti e chitarre» perché oggi è domenica e loro usano passare così il weekend, in quest'afa opprimente anche se è primavera e con un inquinamento che si avvista dall'aereo.

«È una città in cui si avvertono di più le differenze sociali» chiosa, pur ammettendo che «in una settimana, non ho neanche tentato di capire la Cina, mi sono lasciato andare di più alle emozioni». Per capirla, l'appuntamento è nel 2005: «Con la mia mostra a Shanghai».

CARTA DI RISO? NO, PATINATA

Da Vogue a Tatler, le bibbie modaiole alla cinese

Come vestire griffato. Dove trovare gli allevamenti dei cani più alla moda del momento (bulldog e terrier). Cosa aspettarsi dai trattamenti delle nuove spa. Sono solo alcuni dei servizi affrontati da Shanghai-Tatler, la più prestigiosa delle cento bibbie del lifestyle nate in Cina negli ultimi tre anni (accanto a 600 magazine di moda), in edicola in questi giorni con servizi dedicati a Giorgio Armani.

Anche altre testate, da China Economics all'Herald Daily News, al Beijing Youth Daily, giorno dopo giorno, hanno effettuato la copertura mediatica del viaggio in Cina dello stilista italiano e delle due sfilate evento a Pechino e a Hong Kong. Ribattezzandolo, che fantasia, «King George».

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