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Ma il governo non si vuole bene?

Scelte ed esternazioni che ne mettono a rischio la popolarità

di Renzo Rosati

Con raro autolesionismo il governo riesce a mettersi dalla parte del torto anche quando avrebbe ottimi elementi di ragione.

L'annullamento da parte dei sindacati del vertice di oggi è solo l'ultimo esempio.

Una serie di intemperanti accuse sull'intreccio tra sindacalismo e terrorismo fatte da Umberto Bossi (ministro delle Riforme istituzionali), Antonio Martino (Difesa) e Maurizio Sacconi (sottosegretario al Welfare) hanno offerto su un piatto d'argento alla Cgil il motivo per far saltare l'incontro e allineare dietro di sé la Cisl e la Uil - che tra l'altro in una riunione congiunta delle segreterie hanno fissato lo sciopero generale di otto ore contro la riforma dell'articolo 18 per martedì 16 aprile.

Il risultato è ancora più sconsolante  se si tiene conto di ciò che era all'ordine del giorno del summit: riprendere il dialogo sociale dal Libro bianco di Marco Biagi, allargando il campo delle riforme ben oltre la questione dell'articolo 18. Ciò avrebbe sfilato alla Cgil la bandiera agitata al Circo Massimo e consentito alle due confederazioni moderate di sottrarsi alla tutela di Sergio Cofferati.

CHIARIMENTO FRA CAPI NERVOSI

Tutto a gambe all'aria.

Oggi si tiene invece in via del Plebiscito un «chiarimento» tra i leader del centrodestra, al quale i capi della maggioranza si presentano assai nervosi. Addirittura furibondo viene segnalato Berlusconi, soprattutto contro il ministro della Difesa. Perché se le intemerate di Bossi non stupiscono quasi più, se Sacconi ha parlato con prudenza e qualche cognizione di causa (socialista, in rapporti storici con il mondo del lavoro, amico personale di Biagi, ha criticato la linea Cgil del «nessun nemico a sinistra»), non si capisce a che titolo il ministro della Difesa abbia pensato di dir la sua su una questione reale, ma sulla quale sarebbe saggio pesare le parole.

ESTERNAZIONI RIPETUTE DI MARTINO

Non è la prima volta che Martino mette in imbarazzo il governo con esternazioni esuberanti su materie che non lo riguardano. Al contrario come ministro della Difesa ha spesso esibito una nonchalance ( «Spero che non invieremo militari in Afghanistan»; «Abbiamo mezzi e uomini inadeguati»; «Mi auguro che queste rischiosissime missioni finiscano al più presto» e così via) che ha creato problemi a livello internazionale.

Per il governo, prima dell'incidente di ieri c'era stata la vicenda della scorta a Marco Biagi; e prima ancora il balletto sulle nomine Rai; le gag di Vittorio Sgarbi; i malintesi con l'Europa non sulla giusta tutela dei propri interessi ma su dichiarazioni antieuropee di Giulio Tremonti, Martino, Bossi. Per non dire delle parole al vuoto pronunciate spesso da Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture (che ancora non si vedono).

COSA DICONO I SONDAGGI

Ogni governo ha bisogno di un rodaggio, e ancora di più ne ha una classe dirigente di centrodestra che in Italia è in buona parte alla prima prova. Ma non è neppure il caso di sottovalutare e pensare di risolvere con qualche battuta, una pacca sulle spalle, e magari dando la colpa alla disinformazione di giornali ostili e dell'opposizione.

I sondaggi che Berlusconi tiene sempre sul tavolo segnalano, per esempio, che la vicenda Rai costò al governo cinque punti di popolarità. E soprattutto liti e garbugli nella maggioranza riuscirono a far passare in secondo piano il risultato che si voleva ottenere, sostituire un vertice del servizio pubblico inefficiente e fazioso (la tv «deficiente») con uno rispettoso e moderato.

APPEAL ELETTORALE IN PERICOLO

La vicenda delle riforme del lavoro può subire la stessa sorte. Con un'aggravante. Il governo rischia di giocarsi la possibilità di diventare interlocutore privilegiato (e magari di rappresentarlo) di un blocco sociale rappresentativo del lavoro dipendente che non accetta i continui «no» della Cgil né l'egemonia di Cofferati. Questa area, impersonata dalla Cisl ma anche da esponenti della sinistra liberal e perfino dei Ds, è oggi priva di sponde nell'esecutivo.

Altrettanto pericolosamente il centrodestra vede messo in discussione il proprio appeal nella base elettorale di partenza, quella del 13 maggio. È un paradosso che i moderati non riconoscano più la moderazione nei politici che hanno votato.

Le cause di tutto questo? Il desiderio di visibilità della Lega, le tensioni per un rimpasto di monistri annunciato con troppo anticipo, nonché le scelte sbagliate di alcuni sono valide spiegazioni. Ma forse ce n'è anche un'altra. Lega a parte, è soprattutto da Forza Italia che negli ultimi tempi vengono esternazioni e atteggiamenti che disorientano parte degli elettori. Cioè dal partito che dovrebbe essere l'epicentro del moderatismo.

Avere accentrato tutto nelle mani di Berlusconi è stata una carta vincente in campagna elettorale; ma in un governo di coalizione, la mancanza di una vera selezione in Forza Italia si fa sentire. La dimostrazione? Nei governi locali, regioni e comuni, dove invece questa selezione è maggiore, minore è il dilettantismo.

Con Berlusconi, e in generale con la trasformazione del sistema politico, la concentrazione di ruolo e potere nelle mani del premier e leader della coalizione è inevitabile.

Un tempo il capo di un governo poteva scrollare le spalle, dare la colpa agli alleati rissosi e sconfessare platealmente i partiti amici. Oggi assume su di se le responsabilità dirette. Ma in questo caso, come ben sanno alla Casa Bianca, è indispensabile scegliere uno staff di prim'ordine per delegare.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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