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Noi, i ragazzi dello zoo di Fassino

Un po' compagni un po' manager, studi da Frattocchie alle università americane, uno sguardo a Gramsci e uno a Blair. Ecco chi sono i trentenni che domani guideranno il primo partito della sinistra e che non amano le parole d'ordine dell'Unità > SCHEDA

Noi, i ragazzi dello zoo di Fassino
di Paola Sacchi

I gossip del Foglio li divertono. Il Riformista non manca mai nella loro mazzetta. I fondi di Bill Clinton sul New York Times sono come la Bibbia. L'Unità di Furio Colombo, invece, la leggono più per dovere che per piacere. E il partito, nelle email che si scambiano quotidianamente, lo definiscono ironicamente «il monolite». Ma tutto questo Nicola Zingaretti, 39 anni, fratello dell'attore Luca, europarlamentare e capo della delegazione italiana nel Pse, non lo ammetterebbe mai, neppure sotto tortura. È lui, che pure da giovane ha fatto in tempo a studiare alle Frattocchie, la celebre scuola quadri del Pci, l'ispiratore della carica dei 250 trentenni che al congresso dei Ds (dal 3 al 5 febbraio al Palaeur di Roma) chiederanno con forza un rinnovamento politico e generazionale. E dalle loro file, nel giro di qualche anno, potrebbe spuntare il successore di Piero Fassino alla guida della Quercia.

Non aspettatevi però che Zingaretti sia un burocrate. Se non fosse stato per lui, un ex socialista come Enzo Curzio, 35 anni, non avrebbe mai preso la tessera ds. «Nicola non è affatto ideologico, non ha niente dell'ex comunista» dice Curzio, single, convivente con il gatto Magù, consulente di Michail Gorbaciov in Occidente, una passione per la nuova star democratica Usa, il senatore nero Barack Obama, e per Nelson Mandela (a folgorarlo sulle vie dell'Africa fu il sindaco di Roma Walter Veltroni), ma anche per i vestiti Armani. Curzio è un dirigente della federazione romana della Quercia, dove Zingaretti è stato segretario fino al luglio 2004. È lui, il fratello minore del commissario Montalbano televisivo, il più rappresentativo dei Fassino boys. Che, all'ombra della segreteria, stanno conquistando sempre più peso nel partito.

Figlio di un dirigente di banca, Zingaretti veste casual, ma anche Gino Cerruti, e ama le scarpe Clark's. Ha visto un centinaio di volte Au revoir les enfants di Louis Malle, per lui il più bel film della storia del cinema, e come segretario della Yusi (l'Internazionale giovanile socialista) ha incontrato a tu per tu big come Felipe Gonzalez, Tony Blair e Shimon Peres.

Discepolo di Zingaretti è stato Giulio Calvisi, 38 anni, timido ma grande organizzatore, che Fassino ha appena nominato segretario regionale della Sardegna. Dopo il dalemiano Michele Bordo, 31 anni, segretario della Puglia (dove alle suppletive del 23 e 24 gennaio è stato eletto al Senato il braccio destro del presidente ds, Nicola Latorre), Calvisi è il più giovane dei colonnelli in prima linea nelle regioni. «Nicola è il nostro filo rosso» dice Enzo Amendola, 31 anni, che di buon grado ha accettato di «essere esiliato» da Zingaretti a Vienna, dove ha preso il suo posto alla guida della Yusi. Ogni giorno Amendola si sente con Zingaretti, Curzio e il sindaco di Montefalco (piccolo centro umbro in provincia di Perugia) Valentino Valentini, 33 anni, ex responsabile scuola nella sinistra giovanile, con molti amici a Londra che ne hanno fatto una sorta di periscopio nel mondo del New labour di Blair.

Umbra è anche Catiuscia Marini, 37 anni, sindaco di Todi. Come il suo nome di origine russa testimonia, viene da una famiglia di orientamento politico che più rosso non si può. È cresciuta con il culto del cinema e di Claudia Cardinale, di cui sua madre è stata la cuoca e suo padre l'autista.

Vinicio Peluffo, 33 anni, assessore allo Sviluppo economico del Comune di Rho, vicino a Milano, ha letto tutte le opere dello scrittore ungherese Sandor Marai, e pure lui è stato segretario della sinistra giovanile. Ha una passione per gli Usa, dove ha fatto le pulizie nei grandi magazzini per potersi mantenere agli studi.

Uguale sacrificio, ma da facchino, è capitato a un altro giovane leone, Marco Pacciotti, 36 anni, del dipartimento organizzazione, uno dei trentenni di punta che lavorano a stretto contatto con lo staff di Fassino nel quartier generale di via Nazionale a Roma. Sul suo comodino c'è la biografia di Mandela, Il lungo cammino verso la libertà. Passione, quella per Mandela, condivisa con Stefano Di Traglia, 35 anni, capo ufficio stampa del partito e noto ai cronisti parlamentari per le sue educate ma tenacissime telefonate serali volte a impartire il verbo del Botteghino. Ha studiato dalle orsoline, «ma quelle di borgata», precisa, a Valmelaina, periferia romana, ed è stato autore quest'estate sull'Unità di una sorta di manifesto dei trentenni di sinistra alle prese con l'incubo della precarietà.

La loro è anche la generazione di Interrail, il biglietto unico ferroviario degli anni Ottanta con il quale si girava l'Europa. Così Andrea Orlando, 35 anni, vicecapo nazionale dell'organizzazione, conobbe Germania, Francia, Danimarca, Svezia. Dove si innamorò di due miti del socialismo come François Mitterrand e Olof Palme. Da ligure ama il Festival di Sanremo ed è in prima fila per creare un nuovo soggetto riformista.

Obiettivo che lanciarono per primi, sul loro periodico online La Lettera, Roberto Gualtieri, 38 anni, vicedirettore della Fondazione Istituto Gramsci, e Ignazio Vacca, 35 anni, figlio di Giuseppe, presidente della stessa fondazione. Vacca junior è tra gli animatori della sezione Mazzini di Roma, che ha come iscritto D'Alema. È appassionato di America Latina al punto che lo scorso Ferragosto, per seguire in Venezuela il referendum sul presidente Hugo Chavez, piantò in asso compagna e figli. Altra sua grande passione è il togliattismo, che divide con Gualtieri, docente di storia contemporanea all'Università La Sapienza, dirigente della federazione romana della Quercia e appassionato di bossanova. Del «Migliore», soprannome di Palmiro Togliatti, i due apprezzano in particolare l'avversione al massimalismo. Sarà per questo che Vacca e Gualtieri, quando Sergio Cofferati sembrava dovesse scalare la leadership della sinistra, lo presero di mira con la loro Lettera.

Altro trentenne che ha fatto parlare di sé è Fabio Nicolucci, 39 anni, segretario della sezione Roma-centro storico, diventato celebre dopo essere stato attaccato da Furio Colombo. Per avere affermato in un pubblico dibattito che la parola «regime», riferita al governo Berlusconi, «mi fa venire l'orticaria», fu accusato dal direttore dell'Unità di connivenza con il nemico. Una vicenda emblematica, in fin dei conti, dell'allergia dei trentenni ds a parole d'ordine alquanto usurate.  

È SOLO L'INIZIO, LA LOTTA CONTINUA

Dopo il no alla lista Formigoni, Giampiero Borghini rilancia. E spiega come superare i veti

La frase è sembrata insolitamente ispida: «Un buon politico sa sostituire la guerra lampo con una che richiede più passaggi» ha detto Roberto Formigoni che, in seguito alle pressioni di Silvio Berlusconi, ha dovuto rinunciare a liste e listini per le prossime elezioni regionali. Ma di quali passaggi parlava il governatore della Lombardia? L'ex sindaco di Milano Giampiero Borghini decifra: «Voleva dire solo che il nostro progetto riformista va avanti».

Borghini è stato a Palazzo Marino per poco più di un anno, dal 1992 al 1993, dopo aver militato nel Pci (e nel Pds). Poi Mani pulite e il bipolarismo lo hanno visto defilato: evocato, corteggiato (specie a sinistra), mai persuaso. A ottobre dell'anno scorso ha accettato di diventare assessore alle Opere pubbliche nella giunta regionale. Alloggi a parte, è il consigliere più ascoltato del presidente e l'ispiratore dei progetti recentemente affossati dal Cavaliere. «Però l'idea resta» spiega. «Dobbiamo andare verso un sistema, anche bipolare, in cui non siano le ali estreme a determinare il successo dei due schieramenti: oggi il peso di Lega o Rifondazione è eccessivo».

Invece il premier e il leader della Lega, Umberto Bossi, hanno ostacolato i piani di Formigoni: perché?

È per me un mistero paragonabile solo a quello eucaristico.

Non lo capisce sul serio?

Posso spiegarmelo solo dando interpretazioni volgari: paura dei sondaggi, difesa dei partiti, timore di perdere la leadership. Comunque il progetto va avanti, questo è certo.

Come?

Ci saranno altre occasioni. L'elezione del sindaco di Milano, per esempio: lì il peso della componente civica è assai più alto che nelle regionali.

Il candidato sarà un riformista?

È il profilo ideale.

Il nome lo indicheranno le associazioni e lobby politiche Europa insieme, da lei presieduta, e Milano 2006?  

A meno che non arrivi qualcuno più bravo di noi...

Smarcarsi dai partiti eviterebbe davvero le pressioni che ha subito il governatore?

La cosa migliore sarebbe creare una situazione in cui i veti non ci sono o non diventano determinanti.

Piantereste la bandiera sia sul Pirellone sia a Palazzo Marino: la Lombardia in mano ai riformisti.

Solo così si potrebbe formare un asse che superi Lega e Forza Italia.

È proprio sicuro che Berlusconi e Bossi non infrangeranno nuovamente i vostri sogni di gloria?

Sì, perché è una richiesta che non nasce dalla politica: il riformismo è solo un modo di essere della società, cui i partiti farebbero bene ad adeguarsi. A destra non lo hanno ancora capito.

Insomma, come ha lasciato intendere Formigoni, avete solo perso una battaglia.

Un'idea politica non si valuta con una sconfitta o una vittoria. L'importante è avere combattuto. E, soprattutto, riarmarsi.  

Il candidato dell'Ulivo alla Regione, Riccardo Sarfatti, ha detto comunque che «l'unico riformismo oggi è nel centrosinistra».

E dove sarebbe? Con quali proposte? Sarfatti non esprime in nulla la nostra tradizione riformista. E chi lo ha indicato non conosce la Lombardia.

Nel centrosinistra ironizzano sul fatto che lei abbia paragonato il governatore a Tony Blair.

Al premier inglese assomiglia più Formigoni che il presidente dei Ds, Massimo D'Alema: su questo, onestamente, mi pare non ci possano essere dubbi.  

Antonio Rossitto

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