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Scalpelli d'Italia

DA WILDT A MARTINI. I grandi scultori italiani del NovecentoMilano, Museo Minguzzi. Dal 14 ottobre al 7 febbraio. Catalogo Skira.

di Arturo Carlo Quintavalle

C'è una continuità della scultura in Italia dei primi quattro decenni del secolo? È la domanda da porsi davanti alla bella rassegna milanese introdotta da Rossana Bossaglia. Come dunque collegare Conversazione in giardino di Medardo Rosso (1896), dalle figure che sono escrescenze del modellato e la luce che scava dentro i colpi di pollice, i pannelli di Libero Andreotti (1911), con quelle quattro figure che escono dal blocco, Donna al sole (1930) di Arturo Martini con le sue superfici scabre, le carni dense, la terracotta che assorbe la luce?

Certo, a guardare le opere di Adolfo Wildt presenti in mostra, e soprattutto Larass (1903) o Maschera del dolore (1909), si capisce subito che il milanese, educato alle Secessioni, ha differenti radici, anche se la sua arte raffinata, che trova tensioni neogotiche nei lustri del marmo, è di grande efficacia. Ma dove trovare questa identità di intenti, questa continuità nella nuova scultura dei primi quattro decenni?

Medardo è certo, per tutti gli innovatori, un punto di partenza: lo è per Boccioni, lo è per Martini. Perché suggerisce la scultura come ombra, come presenza di un negativo. Certo, anche i Bassorilievi di Andreotti propongono un'immagine che esce dal blocco e dunque lo nega, ma si tratta della scultura concepita come idea, Minerva armata che esce dalla pietra, come aveva teorizzato quattro secoli prima Michelangelo. È solo con Martini, e in parte anche con Rambelli, che l'ombra diventa determinante per l'invenzione.

Di Rambelli Popolana che canta è importante, propone una maschera, dove l'ombra si fa espressione, nel segno di una antica memoria etrusca. Ma è Martini che esalta l'idea dell'ombra, dello scolpire come in negativo, teorizzata anche nei suoi saggi. Così nelle terrecotte, come in L'avvenimento (1931) e in La moglie del pescatore (1931), lo spazio è sempre ambiguo, quello delle figure e quello dei vuoti, appunto le ombre. Per esempio, in Donna al sole (1930) la forma non si definisce ma si slabbra nell'atmosfera, non ha prospettiva perché nello spazio, come in Medardo, deve adagiarsi e dissolversi, diventare una traccia, segnata da colpi di spatola, da programmate distorsioni, da improvvisi appiattimenti.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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