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Si può dire che Buscetta era un mafioso?

Beatificarlo come una persona perbene è un insulto alla sua memoria. Eppure a raccontare chi è stato veramente don Masino si rischia di passare per matti.

di Giuliano Ferrara

Sembrerei un matto se scrivessi che Tommaso Buscetta era in origine semplicemente un mafioso della famiglia di Porta Nuova; che aveva come tale il vizietto professionale di fare loschi traffici, commissionare ed eseguire delitti; che poi defezionò e si rifugiò all'estero assistendo sconvolto e impaurito alla decimazione della sua famiglia nella guerra tra mafie; che infine si risolse a parlare e a pentirsi, per aver salva e protetta e pagata dallo Stato la vita che tanto amava, dando un contributo eccezionale alla repressione dei corleonesi di Totò Riina e di Pippo Calò (suo vecchio protettore); finché si fece usare per i processi politico-mafiosi, offrendo l'avallo a impalcature d'accusa che sono rovinate con fragore in due clamorose assoluzioni, ma intanto hanno cambiato la storia d'Italia e ammazzato un partito fondatore della Repubblica, la Dc.

Sembrerei uno di quei matti che dicono la verità impossibile, uno di quei bambini che indicano il Re nudo. Infatti la verità su Buscetta propinata da anni, con naturale e grottesca intensificazione in occasione della morte, è un'altra. Per Enzo Biagi, Masino era religioso, pregava per tutti; nelle donne cercava il calore umano; era pieno di dignità, silenzioso, riflessivo, intelligente, ricco di carisma; poteva essere un generale o un manager, aveva l'aria di un gentleman; era autorevole come un'enciclopedia, aveva pagato il conto. Biagi sostiene di buon cuore la rivendicazione di Buscetta, essere egli una persona perbene, e avvalora la sua concezione della mafia di una volta, come di un'organizzazione in cui si eseguivano sentenze e si rientrava nel crimine, ma solo quando "non se ne poteva fare a meno". I gesuiti casuisti non avrebbero saputo far di meglio se avessero voluto santificare un uomo d'onore della loro epoca.

Per Gian Carlo Caselli, Buscetta parlò perché avvertiva "un obbligo morale", ed era "non solo un testimone attendibile, affidabile, ma anche un uomo intelligente e leale". Le assoluzioni? Caselli preferisce non rispondere, ci sono dettagli di cui non è educato parlare in pubblico. Per Giuseppe D'Avanzo conta la sua voce di seta, la sua disperazione di uomo, contano solo i suoi affetti commoventi e le circostanze di solitudine in cui si è spento come padre, nonno, marito esemplare. Giulio Andreotti prega per la sua anima e rivaluta le sue mezze rettifiche in fine di carriera, ma il tocco cinico dell'ex presidente del Consiglio è troppo ambiguamente noto per tornarci sopra; e poi, Andreotti può dire ciò che vuole, ha il privilegio della vittima e quello ancor più rispettato del vincitore.

Stona quel maleducato dell'avvocato Franco Coppi, che riconosce a Buscetta quel che non gli si può non riconoscere, il fatto di avere avuto una personalità meno rozza di un Gaspare Mutolo o di un Balduccio Di Maggio. Ma conclude irrispettoso: "Riferiva solo cose di seconda mano". Chissà che ne avrà pensato Peppino Caldarola, il direttore dell'Unità che ha dovuto faticare a convincerlo a togliersi la giacca quando era a cena in casa sua.

La morte di Buscetta è la morte di un'epoca del giornalismo italiano. Quelli che dicono Giovanni parlando di Falcone. Quelli che si sentono parte di un club delle prime mogli, che lottano per pubblicare l'ultima telefonata, per ripubblicare la famosa "intervista col morto" il cui prototipo è l'indimenticabile colloquio di Eugenio Scalfari con Aldo Moro morto. Quelli che hanno avallato senza discutere per 7 lunghi anni l'impostazione accusatoria sconfitta nei processi di Perugia e di Palermo. Quelli che dicono ancora che Andreotti è stato assolto perché i potenti in Italia non si toccano, e fanno finta di non sapere che in questo Paese da quasi 10 anni gli unici veri potenti autorizzati sono magistrati dell'accusa e investigatori. Quelli che sono entrati nel paradiso del giornalismo investigativo, ma non per essersi procurati delle fonti incrociate e per aver lavorato sulle carte, sibbene per essere diventati portavoce discreti della polizia o dei carabinieri. Oddio a nulla vale il moraleggiare. Ma un poco di senso della realtà non sarebbe male custodirlo. E anche un briciolo di ironia amara.

   Buscetta era un povero cristiano, e la sua avventura è spettacolare. Il suo profilo è in un certo senso inattaccabile, perché si è sovrapposto a quello di un grande giudice, Giovanni Falcone, che aveva un progetto grandioso contro la mafia in nome dello Stato, non contro lo Stato e la politica a lui sgradita, e infatti finì i suoi giorni mentre lavorava per Andreotti e Claudio Martelli al ministero di Grazia e giustizia. Buscetta è stato un campione, su questo Biagi non sbaglia, della disperazione siciliana e della decomposizione del familismo amorale di stampo mafioso. E grandeggia ghignante la sua maschera improbabile di riscrittore fallito della storia della Repubblica, di mafioso vindice di una politica pulita. A lui si sono affidati gli intransigenti, i moralisti fiammeggianti e qualche mozzorecchi. Un peso quasi insopportabile, che Masino non ha alla fine sopportato, ritirandosi dal suo ruolo di pentito e leccandosi, già sofferente, le ferite della sconfitta nella guerra contro il terzo o quarto livello. Beatificarlo come persona perbene è francamente un insulto alla sua memoria.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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