A giudicare dal numero di lettere che ho ricevuto, il racconto delle vite e morti parallele di due matematici ha specialmente interessato i lettori, parecchi dei quali hanno anche riempito la lacuna della mia memoria a proposito del film su Evariste Galois, girato nel '73 da Ansano Giannarelli, con la sceneggiatura sua e di Edoardo Sanguineti, e Mario Garriba nelle vesti del protagonista. (Ho scoperto così anche che c'è in Italia un'associazione intitolata a Galois). Dunque ci riprovo, raccontando un'altra vita e morte di matematico, sconvolgente, mi pare. Me l'ha segnalata Giovanni Buffa, l'ingegnoso autore di Fra numeri e dita (Zanichelli, '87), da cui prendo ripetizioni di fisica e matematica da una trentina d'anni. La storia è ripercorsa nel bel libro recente di Yurij Castelfranchi e Oliviero Stock, Macchine come noi: la scommessa dell'intelligenza artificiale (Laterza), e da lì la prendo. Del protagonista, Alan Turing, esiste anche una vasta biografia, 600 pagine, scritta da Andrew Hodges e tradotta in italiano, Storia di un enigma (Bollati Boringhieri, '91), che invece non ho letto. Vediamo.
Cominciando dalla fine. Alan Mathison Turing muore a Wilmslow, Cheshire, nel '54, a 42 anni, suicida: mangiando una mela avvelenata. Dichiarato padre dell'intelligenza artificiale, era tuttavia scapolo. Era omosessuale, notizia della quale un mondo decente non avrebbe dovuto sentire il bisogno. E ora torniamo all'inizio. Il giovane Turing rispondeva abbastanza all'idea che ci si fa di un genio matematico, unghie sporche, distratta giacca del pigiama al posto della camicia, partite a tennis giocate con indosso il solo impermeabile. Alle medie era l'ultimo della classe. Da piccolo guardava crescere le margherite. (Del resto è quello che faccio anch'io ora, tranne le margherite). Per altri aspetti era meno conforme: correva la maratona e mancò di poco la partecipazione alle olimpiadi.
Al primo esame di Cambridge fu bocciato, perché gli esaminatori non erano all'altezza delle sue dimostrazioni. Si applicò e fu ammesso al King's college l'anno dopo. Lì imparò di tutto e si appassionò al teatro, specialmente alla commedia di Biancaneve e i sette nani, di cui cantava il ritornello: «Immergi la mela nell'infuso, fa' che vi si insinui la Morte addormentata». Scopriva una quantità di teoremi, compresi alcuni già scoperti, di cui non aveva idea, perché non studiava. Ma anche questo è tipico di ogni grande matematico. Nel 1936 però ne risolse uno che era il maggior rompicapo logico della matematica, e lo fece inventando una macchina formidabile quanto elementare («Un computer fatto di un calamaio e un rotolo di carta igienica» si disse). Il bello era che la macchina non la costruì, si limitò a immaginarla e a farla funzionare nella sua testa. Andò in America, a Princeton, lavorò col prodigioso von Neumann, non fu mai contento e nel 1938 tornò in Inghilterra.
Aveva orrore del nazismo. Si mise a studiare i codici cifrati e si presentò ai servizi segreti con un suo accrocchio mirabolante. Grazie al quale, dopo che nel 1940 un esemplare della macchina tedesca Enigma cadde in mano inglese, si sviluppò un gigantesco calcolatore che nel 1943 venne a capo del codice nazista: svolta decisiva per la guerra nell'Atlantico e lo sbarco in Normandia. Turing, benché insignito di un'alta onorificenza, fu vincolato per sempre al segreto sulla sua impresa. Dopo la guerra pensò e inventò una quantità di altre cose ed ebbe il suo primo rapporto sessuale, a 37 anni. La sua versatilità lo spinse a occuparsi anche di neurofisiologia e psicologia, e a incrociare una gamma di competenze per immaginare, al di là della potenza meccanica di calcolo, vere e proprie macchine pensanti, anticipando i risultati dei nostri anni, e irridendo il pregiudizio dei contemporanei spaventati dalla concorrenza dell'intelligenza artificiale.
Ma avvicinandoci alla fine dell'articolo, dobbiamo avvicinarci alla fine della storia. Il cui antefatto è in un episodio di microcriminalità del marzo '52. Due ladruncoli entrano in casa di Turing e rubacchiano degli spiccioli. Turing allega alla denuncia il sospetto nei confronti di un ragazzo che ha conosciuto da poco per strada. Emersa la ragione omosessuale dell'incontro, viene arrestato lui stesso assieme al ragazzo, per «atti osceni gravi». Al processo i suoi meriti di scienziato non gli risparmiano la condanna a un anno. Quanto al suo ruolo fondamentale nel controspionaggio di guerra, resta segreto. Gli viene offerta una scelta, che a riguardarla aggrava una vicenda già mostruosa. Può evitare la galera sottoponendosi per un anno a una terapia di ormoni estrogeni che «curi l'omosessualità», rendendolo impotente e procurando sconvolgenti effetti collaterali («Mi sta crescendo il seno»). Ciò non gli impedisce di continuare a studiare con risultati geniali nei vecchi campi e in nuovi: gli impedisce di vivere. Braccato dai servizi, ossessionati dalla preoccupazione che cedesse informazioni segrete, e pronti a perseguitare chiunque gli divenisse amico, il 7 giugno '54 Turing immerse una mela nel cianuro e la morse.
Questa la storia. Io non la sapevo, e per così dire preferivo non saperla. Mi dispiace per Turing e per tutti noi. In modo speciale per l'Inghilterra, la patria di Oscar Wilde. All'Inghilterra dobbiamo moltissimo (sto leggendo Robert Conquest, Il secolo delle idee assassine, Mondadori, che è anche un'orgogliosa rivendicazione della libertà civica inglese) e dobbiamo in particolare a lei la decifrazione di Enigma. Lei la doveva ad Alan Turing.
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