Celli, un alieno tra noi

Ha imposto Lerner al Tg1, vuole aprire ai privatila tv di Stato e migliorarne i programmi. E non è attaccato alla poltrona. Storia di un manager fuori dal coro che non piace ai potenti di turno.

di Giuliano Ferrara

Pierluigi Celli sta portando la tempesta nella palude della Rai di regime, relitto di un'alta cultura cattolica e comunista immersa nella grande bonaccia di questi ultimi decenni. Non ho il piacere di conoscere personalmente il direttore generale ma seguo con simpatia e ironia la sua opera, illustre ed eroica, da quando mise a sorpresa Gad Lerner a dirigere il Tg1 senza avvertire coloro che si considerano padroni dell'informazione di Stato (D'Alema & Veltroni). Celli prese tutti di sorpresa, in quell'occasione, e si giocò la partita più difficile con ammirevole malizia. Le barricate dell'opposizione polista durarono l'espace d'un matin, finché qualcuno non fece capire ai duri di mente dello staff presidenziale che la notizia non era nel fatto che loro non fossero stati avvertiti, ma che non fossero stati avvertiti quelli del governo. La sorda rabbia di Fabio Mussi invece non sbollì mai e riesplose non appena fu possibile, con l'occasione dello scandalo pedofilo in onda nel prime time, chiedere al mattino le dimissioni di Lerner alla Camera; ma solo per potergli telefonare al pomeriggio e proporgli di restare, ribattezzato dai Ds come «direttore della sinistra da sbarco»: cose di cosa nostra.

 Il tempestoso direttore generale ha carattere. Tutti pensano che le sue bizze di questi giorni dipendano dal fatto che anche lui legge i sondaggi, sa che la sinistra perde le elezioni in primavera, si prepara da buon opportunista al salto della quaglia. Può darsi. Non posso escludere la bramosia di potere e altri gravissimi vizi in me, figuriamoci negli altri. Ma l'importante è il carattere. Che sia «aspro e forte», per usare aggettivi danteschi che La Repubblica trova (chissà perché?) dannunziani e arditistici. A Celli non piace quel che piace in questo Paese alla maggioranza della maggioranza e alla maggioranza della minoranza: scaldare la sedia. Lo sport della durata, l'endurance in cui sono maestri i veri opportunisti, è la specialità della Rai (il presidente Roberto Zaccaria ne è un campione mondiale riconosciuto). Lavorare senza il soffio di un progetto e godersi il piccolo privilegio di esistere, ringraziando anche a nome della famiglia, non è invece nelle corde del rompicoglioni di viale Mazzini.

   Difetti ne ha, questo manager fuori dell'ordinario. Un narcisismo quasi incontenibile, per esempio, e un tremendo amore per la cultura, forse la peggiore velleità in un uomo di potere, che le sue passioni letterarie e umanistiche dovrebbe sempre nasconderle, come le opere di carità. Ma è da tempo, a essere onesti, che Celli aveva dichiarato il suo gioco: i privati nella Rai e la paccottiglia paracommerciale fuori dalla Rai. Gioco altamente rischioso, perché da quando se ne è andato Angelo Guglielmi, a quell'azienda restano solo la vocazione al piccolo commercio e il servizio ai partiti di riferimento. Vocazioni che Celli sfidò mesi fa, quando disse che i programmi messi in onda gli facevano un po' schifo, e si mise a lavorare per l'unica riforma possibile, una rete privatizzata e due reti per la cultura, il servizio pubblico e un intrattenimento non così pietoso.

 La patente crisi Rai, che esploda o che strisci, non è comunque figlia di Celli e del suo carattere. Nasce dal solito problema. Il centrosinistra ha promesso riforme e ha praticato il quieto vivere. Si dice progressista ed è un coacervo di chiusure conservatrici. Vogliono fare come Tony Blair ma agiscono come dei bravi Mastella. Gli anni di Romano Prodi, che non è un cosacco e sa anche lui vivacchiare nel piccolo cabotaggio, sembrano anni d'oro e platino a paragone del grigiore del dopo. E nemmeno un manager industrialista e aziendalista riesce a rovesciare il segno conventicolare impresso sul suo consiglio d'amministrazione e sulla sua direzione dalle scelte fatte negli studi dei presidenti delle Camere, al telefono con i partiti di governo. Alla fine la concorrenza punta e vince.

   Bello o brutto che lo si giudichi, il Grande fratello ha messo la Rai in ginocchio, questa è la verità. Non perché è una telenovela neorealista, il che non è poco, ma per la sua modernità, per il fatto che il Grande Taricone allea una rete generalista con la tv a pagamento (Stream), collega la tv al computer di Jumpy, arriva fin nelle orecchie degli utenti di Omnitel, dilaga sui giornali, fa immagine e sostanza, molta sostanza e molto ascolto, è spalmato su tutti i palinsesti, si prende in giro da solo e alimenta altre reti con la Gialappa's, e lascia ai margini chi si fa emarginare. Una Rai ministeriale, che ripiega sul vecchio e stimato professionista Albino Longhi, come se il Tg1 fosse lo studio di un notaio, dove volete che vada a parare? Una Rai sempre sotto minaccia, sempre sotto manovra, rende difficile il lavoro per chiunque. D'altra parte, sebbene si stia parlando di un gioiello nazionale, che si debba lavorare per realizzare qualcosa in Rai non è più la regola da tempo.

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