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Panorama   Archivio   Il gay più odiato di internet

ANTICONFORMISTI: ANDREW SULLIVAN, GIORNALISTA CONSERVATORE

Il gay più odiato di internet

Marco De Martino  13/12/2002

Da quando ha lasciato la direzione del «New Republic», è diventato l'opinionista più scomodo degli Usa. Sulla rete.

Tutti hanno una buona ragione per detestare Andrew Sullivan. I repubblicani non lo sopportano perché è un conservatore poco ortodosso che si batte, tra l'altro, per il matrimonio tra omosessuali. I cattolici non possono vederlo perché, nonostante sia un credente, vuole cambiare le gerarchie della Chiesa che perdonano i preti pedofili. I gay non capiscono perché Sullivan, che è un omosessuale sieropositivo, si ostini a difendere i militari che sbattono fuori dall'esercito i soldati gay. Le femministe lo accusano di misoginia per i suoi commenti al bagno di sangue che hanno accompagnato il concorso di Miss mondo in Nigeria: «C'è sempre stata una coincidenza tra un certo femminismo puritano e anticapitalista e i radicali musulmani: entrambi odiano le società libere in cui le donne possono scegliere come presentarsi» ha scritto Sullivan. Che più in generale è da sempre il bersaglio dei «liberal» americani che lui accusa di essere traditori della patria perché si oppongono alla guerra in Iraq.
A forza di opinioni come queste, Sullivan, un inglese trapiantato a Washington, è diventato il commentatore più scomodo del giornalismo americano: troppo filoamericano per gli inglesi che lo leggono sul Sunday Times, troppo europeo per gli americani che lo seguono sul settimanale New Republic di cui è stato per anni il più giovane direttore. Il New York Times, che aveva affidato a Sullivan molte storie di copertina del suo magazine domenicale, dallo scorso maggio ha interrotto la collaborazione. La motivazione: gli articoli al vetriolo che Sullivan dedica al quotidiano su andrewsullivan.com, il suo weblog (o diario web), che nel giro di due anni si è trasformato nel sito più letto dai giornalisti americani: una specie di Dagospia del giornalismo d'opinione che ogni mese raccoglie più di 1 milione di visite da parte di 280 mila lettori. «Non mi sono mai divertito più di ora che lavoro su internet» racconta Sullivan in una intervista a Panorama. «Mi piace l'indipendenza che la rete ti dà: non devi stare attento a infastidire il direttore o l'editore».
Sul suo sito Sullivan ha un «premio Susan Sontag», che assegna al democratico più confuso del giorno. E ha un osservatorio dedicato ai suoi nemici giurati, primi fra tutti gli editorialisti del New York Times, dall'economista Paul Krugman alla penna arrabbiata Maureen Dowd. Ma c'è anche spazio per le osservazioni personali del suo giornalismo in prima persona, che però, secondo lui, non è la ragione del suo successo: «Non è vero che sono ascoltato perché sono un conservatore gay: sarei diventato una voce importante tra i conservatori anche se fossi eterosessuale. Essere gay, anzi, mi ha ostacolato perché mi ha lasciato senza una dimora politica. Ma essere senza tetto è anche una forza, devi sviluppare la tua indipendenza, il modello è George Orwell».
Orwelliana, secondo i detrattori, è la velocità con cui Sullivan trova nuove cause: solo nell'ultimo mese ha cominciato a battersi contro il mito dell'oggettività nel giornalismo, contro l'uso delle virgolette nell'espressione «guerra al terrorismo», contro l'incapacità degli eterosessuali di imparare dalla cultura gay, contro il ritorno di Al Gore in politica, contro la correttezza politica che impedisce agli americani di definire razzista Harry Belafonte quando paragona Colin Powell a uno schiavo perché lavora per George Bush. «Internet permette una immediatezza che il giornalismo su carta non consente» dice Sullivan. Che ha un rimpianto: l'incapacità di mantenersi lavorando solo al suo weblog. Per questo sul suo sito c'è ora un cappello virtuale dove versare donazioni: secondo lui, chi fa opinione su internet, è come chi suona musica in metrò.

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