| DISASTRI ANNUNCIATI LA RAZZIA AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI BAGHDAD | ||
| Caccia ai predatori del tesoro perduto | ||
| Migliaia di preziosissimi reperti sono forse già finiti nei grandi circuiti del traffico clandestino di opere d'arte. Un archeologo si è messo sulle tracce dei capolavori. | ||
| di Valerio Massimo Manfredi | ||
| 6/5/2003 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001018932 | ||
| Nemmeno durante la Seconda guerra mondiale si è mai assistito a uno scempio come quello di Baghdad durante l'ingresso delle vittoriose truppe americane. Due fra le più prestigiose istituzioni del Vicino Oriente e, si può dire, del mondo intero, l'Iraqi museum e la Biblioteca nazionale, sono state colpevolmente abbandonate al saccheggio e all'incendio, con perdite ancora non del tutto valutabili ma comunque di proporzioni spaventose. Le imbarazzate giustificazioni offerte dalle autorità americane non sono in alcun modo accettabili. Il generale David Brooks in una conferenza stampa ha affermato che non era pensabile che il popolo iracheno distruggesse il suo stesso patrimonio culturale. Sciocchezze: episodi di saccheggi indiscriminati si sono svolti in città americane come New York e Los Angeles durante disordini sociali o semplici black-out, figurarsi a Baghdad in una situazione di totale disordine e anarchia. Il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, è stato ancora più pittoresco: a un giornalista che gli chiedeva spiegazioni su un'immagine della Cnn, in cui si vedeva un individuo uscire dal museo con un vaso sottobraccio nella totale indifferenza dei soldati americani, ha risposto accusando l'effetto di ingigantimento della televisione che trasmette la stessa scena decine di volte in un giorno dando l'impressione di un continuo viavai. E ha concluso: «Quanti vasi pensa che ci possano mai essere in Iraq?». Da non credere.
Quello che lascia davvero sconcertati è che, dopo i primi sopralluoghi nelle stanze del museo devastato, sembra che i predoni siano andati a colpo sicuro, portando via i pezzi più preziosi. L'ipotesi più probabile è che i ladri li abbiano poi affidati a dei «portatori», che attraverso il deserto sono riusciti, nascondendoli tra i normali bagagli, a portarli oltre i confini di Siria, Giordania e Turchia, provvedendo a cancellare ogni traccia dei numeri di identificazione del museo. Da qui gli oggetti potrebbero facilmente prendere il volo per raggiungere i trafficanti internazionali che hanno commissionato il saccheggio. Molti di quei pezzi sono talmente straordinari e talmente pubblicati in tutti i libri di storia dell'arte che sarà impossibile farli circolare, ma recuperarli sarà comunque impresa ardua. Molti altri oggetti, dopo vari passaggi attraverso la perfetta macchina del network globale dei trafficanti d'arte, potranno tornare sul mercato, con falsi certificati che ne attesteranno provenienze di fantasia, magari per entrare a far parte di qualche collezione privata. Se il trasporto e lo smercio dei principali capolavori sono difficili, assai più facile è la dispersione delle migliaia di oggetti di dimensioni minori, ma di enorme importanza che affollavano le vetrine del museo: sigilli, figurine votive, bronzetti. Ho avuto il privilegio e provato l'emozione di avere fisicamente fra le mani alcuni di quei capolavori e l'idea che possano essere perduti per sempre è terribile. Manca all'appello la magnifica testa in rame attribuita al re Naram Sin di Akkad, trovata nella cittadella di Ninive, di impressionante realismo e di fattura squisita, assolutamente unica del suo genere. Sul mercato clandestino potrebbe valere oltre 10 milioni di dollari (o euro). L'arpa di Ur, senz'altro lo strumento musicale più bello che ci sia pervenuto dall'antichità. La testa di divinità femminile in calcite proveniente da Uruk, il candelabro dei lottatori, le statue di divinità da Tell Asmar provenienti dal tempio di Abu, in pietra di gesso, con occhi in pietre dure. Mistero anche sulla sorte dell'abbagliante elmo d'oro del re Meskalamdug proveniente dalla necropoli reale di Ur, forse il pezzo più clamoroso di tutto il museo. Cesellato in modo da rappresentare l'acconciatura cerimoniale del sovrano, ha le orecchie forate per far passare i suoni e sull'orlo i piccoli fori che permettevano di cucirne l'imbottitura interna. È molto probabile che sia stato messo al sicuro, ma qualche fanatico avrebbe potuto offrire una cifra da capogiro pur di averlo, affidandosi alla complicità di qualche impiegato e qualche guardia. Nulla si sa del suo pugnale d'oro massiccio con impugnatura in lapislazzuli con granuli d'oro e del fodero, stupefacente opera di filigrana in oro. E manca all'appello il celeberrimo vaso di alabastro decorato a bassorilievo su fasce parallele con scene di cerimonie religiose e di processioni. Viene da Uruk, la città del mitico Gilgamesh, e ha più di cinquemila anni. È stato invece gravemente danneggiato uno dei leoni in argilla decorata del tempio di Tell Harmal, la cui ricomposizione era stata il frutto di un lungo e paziente restauro. Meno impressionante ma ancor più dolorosa è la perdita o la distruzione data ormai per certa di migliaia di tavolette in argilla, una vera biblioteca risalente al primo Impero babilonese di cui era stata pubblicata una minima parte: il 5 per cento, secondo alcune fonti. Conteneva una miniera di informazioni preziosissime per la ricostruzione della vita di quelle antiche civiltà: fu da tavolette come queste che venne alla luce il poema di Gilgamesh, il più antico racconto epico mai scritto, con una versione del diluvio universale di 2 mila anni più antico di quello narrato dalla Bibbia. Molte di queste testimonianze sopravvissute a ogni sorta di traversie, erano giunte fino a noi fin da 10 mila anni di distanza (a questa antichissima epoca risalgono alcuni dei reperti) e sono andate perdute agli inizi del nostro presuntuoso Terzo millennio, sotto l'egida della superpotenza dominante, in questo caso attenta alle vere priorità: il ministero del Petrolio, per esempio, e la banca nazionale. Ora si farà il possibile per rimediare al disastro ed è abbastanza probabile che un certo numero di reperti verrà recuperato, ma è presto per dirlo. Alcuni saccheggiatori, per esempio, si sono già presentati a restituire il maltolto, ma si tratta di briciole. Per ora si stanno ancora valutando l'entità e la gravità delle perdite. Per quanto riguarda la Biblioteca nazionale il bilancio, purtroppo, è ancora più drammatico: il fuoco non ha risparmiato quasi nulla. La Awqaf library era la più importante del mondo islamico dopo la Al-Ahzar del Cairo, con manoscritti, codici miniati, antichissime copie del Corano spesso in esemplare unico. È come se la memoria storica del paese fosse stata cancellata. E l'Iraq non è un paese qualunque: lì è scritta la storia delle nostre origini, lì mossero i primi passi Adamo ed Eva secondo il racconto della Genesi, di là veniva il patriarca Abramo, là sedettero sul trono Nabucodonosor e Ciro il grande, Sargon e Alessandro Magno, là sorsero le prime città, là s'inventarono la scrittura e i primi codici di leggi per regolare la convivenza civile. Le autorità erano state messe in guardia da questi rischi. Già nel 1990 gli studiosi americani e di tutto il mondo lanciarono l'allarme contro i pericoli di una guerra nella culla della civiltà occidentale. E le loro previsioni ora si sono tragicamente avverate. Nel ‘91 venne pubblicato un elenco di oltre 6 mila pezzi di entità minore che erano stati saccheggiati dai musei periferici meno protetti; ed era chiaro che ora le cose sarebbero andate anche peggio con il passare degli anni e il peggiorare della situazione nella zona. L'archeologo Maguire Gibson, che lavora in Iraq dal 1964, direttore di un consorzio di 30 università, si era incontrato con i generali del Pentagono per consegnare una dettagliata lista di siti archeologici a rischio e far presente il pericolo che l'Iraqi museum venisse saccheggiato. Lo stesso ha fatto Harriet Crawford, presidente della British school of archeology in Iraq. Anche gli orientalisti italiani si sono mossi: Giuseppe Proietti, Giovanni Pettinato, Giorgio Gullini, da anni in prima linea nello studio e nella valorizzazione del patrimonio archeologico iracheno, come pure i loro colleghi tedeschi e francesi. Ma il risultato di tanta mobilitazione è sotto gli occhi di tutti. Questo evento è un lutto per l'intera umanità e verrà ricordato come una vergogna per i secoli a venire. Purtroppo, data la situazione e le prospettive, non possiamo nemmeno sperare che sia l'ultimo. (ha collaborato Riccardo Romani) |
| Stampa | ||




