EVENTI EDITORIALI - CHE COSA C'È NEL NUOVO LIBRO DELLA FALLACI
Il ritorno di Oriana
Matteo Spina 20/12/2005
L'invasione dei musulmani, le debolezze dell'"Eurabia" (Europa più Arabia) e delle istituzioni internazionali (Onu e Ue), l'atteggiamento troppo arrendevole della Chiesa cattolica nei confronti dell'Islam. Due anni e mezzo dopo "La rabbia e l'orgoglio", la scrittrice è di nuovo in scena. Alla sua maniera. Forum
Un libro di Oriana Fallaci è sempre un grande evento editoriale e culturale.
Due anni sono passati dall'uscita del suo La rabbia e l'orgoglioe ancora sono vivissimi gli echi
delle discussioni, dei consensi e dei dissensi, che quell'appassionato volumetto ha suscitato nel mondo intero.
In quell'occasione la scrittrice aveva trovato le parole più eloquenti per esprimere lo sgomento che tutti avevano provato davanti al massacro delle Torri Gemelle di New York. Ma soprattutto aveva scosso
un'opinione pubblica pigra e sonnacchiosa, richiamando ciascuno alle proprie responsabilità di fronte alla «guerra che i figli di Allah hanno dichiarato all'Occidente».
Ne aveva naturalmente ricevuto anatemi, invettive, perfino processi per «razzismo», ma anche plausi da parte di chi poteva ammirare una voce impavida, che risaliva la corrente di tanti luoghi comuni.
Come è noto, Oriana Fallaci non concede interviste, non partecipa ai talkshow, non risponde sui giornali ai suoi critici. Una delle rare occasioni in cui ha interrotto il proprio silenzio fu esattamente un anno
fa, alla vigilia della guerra guidata dagli anglo-americani in Iraq, per schierarsi apertamente dalla parte di George Bush e di Tony Blair, ma anche per esprimere non poche perplessità sull'operazione militare e sull'obiettivo strategico di portare la libertà e la democrazia in quel paese («La rabbia, l'orgoglio e il dubbio», Corriere della Sera, 14 marzo 2003).
Poi più niente. Silenzio, o quasi. La rabbia però non si è placata, anzi si è trasformata in sdegno. E lo sdegno, per l'ennesima volta, in lucido e appassionato argomentare.
E così ha scritto un nuovo libro, che tra pochi giorni sarà distribuito in Italia e che si annuncia, se possibile, perfino più clamoroso di quello di due anni fa.
L'editore, la Rizzoli, ha programmato un'uscita spettacolare senza precedenti: tiratura altissima e segretezza assoluta.
Nessuna copia del libro circola nelle redazioni dei giornali e i pochi esemplari sono chiusi in cassaforte.
Non si ricordano in Italia casi analoghi di riservatezza.
Panorama, interpellando varie fonti e raccogliendo diverse indiscrezioni, tutte attendibili, è in grado di anticipare ai suoi lettori che si tratta di un testo davvero importante, destinato a suscitare passioni e a confermare l'autrice come uno degli scrittori più significativi del nostro tempo.
Il libro si chiama La forza della ragione, quasi 300 pagine scritte, come sempre, con la testa e col cuore: 12 capitoli, un prologo e un epilogo.
Dedicato alle vittime del terrorismo di Madrid, il libro riprende il tema della «guerra» che l'Islam ha mosso alla civiltà occidentale. Ma non l'Islam dei Laden contrapposto all'Islam buono del Corano e delle moschee: l'Islam e basta.
Solo che questa volta il teatro del conflitto, anzi della guerra di conquista, fatta insieme di intimidazione e di vittimismo, è il continente europeo.
La parola chiave di questo nuovo j'accuse è «Eurabia» (Europa più Arabia), voce dal suono sinistro che sta a indicare insieme un progetto e una realtà. Una realtà poiché, secondo l'autrice, il nostro
continente si starebbe trasformando sempre più in una provincia dell'Islam, territorio nel quale, giorno dopo giorno, i «figli di Allah» estendono la loro presenza e la loro influenza. Ma anche un progetto, poiché la crescente immigrazione dai paesi arabi verso la ricca e stanca Europa obbedirebbe a una vera e propria strategia, concepita lucidamente dagli ideologi della jihad.
Guardate le città francesi, tedesche, inglesi, italiane: a ritmo incalzante si popolano di musulmani, ma non di musulmani desiderosi di integrarsi e di rispettare le nostre leggi e i nostri costumi,
bensì di gente che difende gelosamente la propria identità e non di rado offende oppure insidia quella dei paesi ospitanti.
Costruiscono moschee che diventano spesso luoghi di propaganda e di proselitismo, quando non vere e proprie sedi di reclutamento per terroristi; si organizzano in comunità nelle quali i precetti coranici vengono fatti valere con intransigenza; e chiedono, senza reciprocità alcuna, riconoscimenti della loro «diversità», diritti politici, spazi per valorizzare e consolidare la loro influenza religiosa e culturale.
Si tratta di situazioni ampiamente documentate, sotto gli occhi di tutti, che nell'ultimo decennio si sono andate ovunque moltiplicando e che i dati demografici sulla prolificità degli islamici e sulla crescita zero degli occidentali (la famosa Guerra del ventre) rendono ancora più inquietante.
Ma Oriana Fallaci non ha l'anima del sociologo e il nucleo vivo del suo libro non è tanto in questa
impressionante descrizione di ciò che sono diventate le città europee.
Quello di Oriana è un cuore guerriero: come il cuore, per usare un'espressione che le è cara, dei combattenti assediati a Fort Alamo, decisi a vendere cara la pelle.
E allora ecco i colpi, inferti senza risparmio e con generosità, sia contro gli assedianti (l'aveva già detto: l'Islam è «una montagna che da 1.400 anni non si muove, non cambia, non emerge dagli abissi della
sua cecità») sia, soprattutto, contro i loro alleati, i nemici dell'Occidente che non stanno solo a Baghdad ma anche in Europa.
L'espansione dell'Islam non avrebbe infatti raggiunto l'attuale aggressività se avesse incontrato un'opinione pubblica, una classe politica, una cultura capaci di reagire e di salvaguardare con orgoglio il bene supremo di una civiltà: la propria identità e i propri valori.
Invece ha incontrato una cultura fiacca, pusillanime, arrendevole. Ha incontrato i profeti del relativismo e della società plurietnica, pronti a giustificare con indulgenza tutti i costumi «diversi» (anche quando sono francamente raccapriccianti, come nei tanti casi che riguardano la condizione delle donne). Ha incontrato i no global, per i quali tutti i mali del mondo nascono dall'avidità degli Stati Uniti d'America. Ha incontrato le mobilitazioni dei pacifisti arcobaleno, capaci di condannare la guerra in Iraq ma non i crimini di Saddam o di Osama.
Ha incontrato il facile e astuto sentimentalismo umanitario dei mass media, che confeziona storie strappalacrime sui bambini palestinesi, non su quelli israeliani.
Ma, a quanto pare, sono i rappresentanti della politica e delle istituzioni che vengono direttamente
chiamati in causa dall’autrice. Innanzitutto le istituzioni internazionali, a cominciare da quell'Onu a cui tutti si appellano come a un giudice imparziale e che però, nella difesa dei diritti umani, non ha mai voluto varcare le frontiere del mondo islamico.
Continuando naturalmente con l'Unione Europea e con i suoi molteplici comitati, seminari, trattati dove non si perde occasione per raccomandare l'estensione dei diritti politici, tra cui il diritto di voto, agli immigrati residenti sul suo territorio.
È qui che, stando alle informazioni di Panorama, l'indignazione di Fallaci trabocca e investe personalità politiche italiane. Il primo a essere preso di mira è Romano Prodi, presidente della Commissione europea, per essersi espresso a favore della concessione del diritto di voto agli immigrati nelle elezioni amministrative e perfino nelle politiche.
Diritto inaudito, secondo l'autrice, che violerebbe la Costituzione, la quale assegna tale prerogativa ai soli cittadini, e che testimonierebbe una totale arrendevolezza nei confronti di chi, fino a prova contraria, dovrebbe essere considerato come un semplice residente.
Ma non viene risparmiato nemmeno il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, accusato di cinismo e di opportunismo per avere, anch'egli, auspicato l'estensione agli immigrati del diritto di voto.
E ce n'è anche per Silvio Berlusconi, che sul tema del voto agli stranieri è sempre rimasto enigmaticamente silenzioso. Ma non ci sarebbero solo la sinistra e la destra, secondo Fallaci, a comporre il ventre rilassato della nostra imbelle identità culturale.
Il quadro sarebbe incompleto senza evocare la Chiesa cattolica, responsabile di un atteggiamento arrendevole nei confronti dell'Islam. Quante volte padri comboniani, vescovi di Caserta, francescani di Assisi, semplici parroci si sono mostrati comprensivi verso le ragioni del pacifismo a senso unico e colmi di sollecitudine nei confronti degli stranieri immigrati anche clandestinamente...
Oriana è da sempre anticlericale, laica, anzi atea dichiarata, perfino mangiapreti.
Eppure, in questo suo nuovo libro sembra che si professi atea cristiana, figlia cioè, alla maniera del laico Benedetto Croce, della grande tradizione cristiana, che ha nutrito una civiltà della libertà.
È questa civiltà liberale, democratica, tollerante, la migliore probabilmente che sia mai comparsa sul pianeta, che vuole difendere a spada tratta. E lo fa con la sua consueta spavalda fierezza, come un'eretica dei nostri tempi, respingendo i molteplici ricatti della paura che infiacchiscono la resistenza di tanti europei.
Ma questa volta non fa appello soltanto alla rabbia e all'orgoglio, i sentimenti che vevano innervato il suo libro di due anni fa, scritto a caldo sotto l'emozione del massacro di New York e di Washington.
Quella che si annuncia è un'Oriana fredda, loica, raziocinante, che fa appello innanzitutto alla forza della ragione. Perché gli argomenti degli avversari vanno esaminati e demoliti a uno a uno. Perché la battaglia culturale sarà lunga.
E non è persa in partenza.





