LETTERATURA POPOLARE: UN ROMANZIERE AMERICANO SI CONFESSA
Elmore Leonard, Pulp Story
Marco De Martino 9/7/2004
Tarantino lo considera un maestro e Hollywood trasforma i suoi libri in film. «I miei criminali» dice «sono gente pigra e cialtrona. Io parlo come loro». Ed ecco dieci regole per scrivere un buon noir.
Detroit. Vive non lontano da 8 mile, la strada di Detroit resa celebre da Eminem, che qui è cresciuto in una delle tante famiglie a pezzi raccontate nelle sue canzoni. Ma Elmore Leonard, a 79 anni il grande rapper bianco della letteratura noir americana, frequentava quel quartiere e altri bassifondi americani ben prima di Eminem, con in mano il taccuino da cui sono nati i criminali cialtroni che popolano i suoi romanzi di cui Hollywood sembra non essere mai sazia.
Quelli come Chili Palmer, il mafioso appassionato di cinema interpretato da John Travolta in Get shorty, che sta per rivivere nel sequel Be Cool. O come Jackie Brown, corriere del crimine che Quentin Tarantino scoprì nel romanzo di Leonard intitolato Rum Punch, e l'agente speciale Karen Sisko di Out of sight. E poi Jack Ryan, il bracciante stagionale di Il grande salto, ora in uscita dalla Einaudi, protagonista di due trasposizioni cinematografiche: «La prima uscì 35 anni fa, l'altra quest'anno: i due film peggiori della storia del cinema» scherza Elmore Leonard. Tarantino ha opzionato altri tre dei suoi libri: per lui Leonard è il vero maestro della pulp fiction. Anche Kate Bates lavora a una versione cinematografica di altri suoi libri.
Ma sulle pareti del suo studio, la veranda di una villa che si affaccia su un parco che ospita piscina e campo da tennis, non c'è neanche una foto dei divi di Hollywood che lo rincorrono: «Non c'e spazio» dice Leonard a Panorama, mentre mostra gli strumenti che usa per comporre i suoi libri. Una risma di fogli gialli su cui scrive a penna cinque pagine al giorno, un libro l'anno, 38 titoli negli ultimi 35 anni. C'è la macchina per scrivere elettrica su cui ribatte i testi prima che un assistente li metta sul computer. E poi il materiale che gli manda il ricercatore che lo aiuta nel lavoro di documentazione che precede la scrittura: stavolta sul tavolo ci sono fotocopie di quotidiani dell'Oklahoma del 1934, l'anno in cui muoiono Bonnie and Clyde, e in cui finirà il libro che sta scrivendo.
C'è anche un blocco di appunti su cui Leonard ha elencati i nomi che assumeranno i personaggi: alcuni sono persone vere che hanno vinto ad aste di beneficenza il diritto di vedere il proprio nome in un thriller. Ma ci sono anche nomi che annota guardando i giornali: «Bob Chavez, Lenny Bringham, Calisto Tanzi, Fausto Tonna»... Tonna e Tanzi? «Sì, li ho trovati su un quotidiano di Kansas City». Perché, li conosce? Quando capisce chi sono, Leonard sorride: «Incrocerò i nomi con i cognomi. Lo faccio spesso».
Perché invece non affrontare, per una volta, il tema dei grandi crimini aziendali?
Perché non mi interessa come parla chi li commette: è un ricco qualunque, uno che gioca a golf. I piccoli criminali di strada invece sì che sono divertenti. Sono pigri e non vogliono lavorare, però si impegnano allo stremo in imprese ad altissimo rischio che producono scarsissimi risultati. E spesso sono stupidi: se non lo fossero non si metterebbero nei guai.
Lei parla con i criminali?
Spesso, e sempre mi chiedono se sono stato in galera, perché uso le loro stesse parole. E poi parlo con i poliziotti, lo farei per ore, quasi sempre hanno un macabro senso dell'umorismo che li aiuta a fare il loro lavoro. E tutti mi vogliono aiutare, specie quelli della polizia di Detroit.
La sua città è cambiata molto?
È sempre violenta, nonostante quel che si dice della riduzione del crimine: negli anni Settanta gli omicidi furono 750, ora 400, ma solo perché la gente è andata a vivere nei suburbi: un'illusione statistica.
Lei è favorevole alla pena di morte?
No, anche se poi c'è sempre qualcuno che tu pensi la meriti sul serio e che dovrebbe finire sulla sedia elettrica. Sono decisamente contrario alla penalizzazione dei reati di droga, specie marijuana. Lo raccontavo a uno che mi aveva detto di avere fatto tre anni di galera per possesso di marijuana, perché la polizia non aveva creduto che fosse per uso personale. Gli chiesi quanta roba aveva addosso: 200 chili, mi rispose. Un tipo divertente, per l'appunto.
Come nasce un suo libro?
Da un'idea spesso molto semplice. Per Il grande balzo era questa: fare conoscere a uno che pensa di essere un duro una ragazza che lo spaventa. Una che lo spinge a entrare in case disabitate e fare l'amore con la paura che torni il proprietario. Comincio così e poi vedo cosa succede.
In che senso, scusi?
Nel senso che comincio a scrivere e vedo dove mi portano i personaggi. Divido i libri in tre parti, mentalmente, di 100 pagine l'una. A pagina cento ho capito quali personaggi sono interessanti abbastanza per sopravvivere: quelli che dicono cose noiose li faccio morire alla svelta. E solo poi comincio a pensare dove andrà la storia: le 100 pagine che seguono sono le più difficili. Ma a questo punto so che mentre scrivo si aggiungeranno nuovi elementi che vengono dalle ricerche che conduco. Per Tishomingo blues per esempio sono andato a vedere come vivono i tuffatori dei campi divertimento di Panama City in Florida e mi sono reso conto che non fanno altro che tuffarsi e pensano a poco altro. Poi ho sentito parlare della Dixiemafia, i mafiosi del sud, e li ho inseriti nella storia. L'importante per me è scrivere dal punto di vista dei personaggi, lasciare che siano i loro dialoghi a raccontare le storie: l'autore per il resto deve essere invisibile.
Non tutti gli scrittori la pensano così.
No, per esempio Martin Amis è l'opposto: uno scrittore classico, la cui voce narrante sa sempre tutto. È per questo che sono rimasto sorpreso quando ho scoperto che ammira il mio lavoro: siamo diventati amici, ma io non ho ancora finito un suo libro, troppe parole.
Chi le piace?
Ho imparato molto da Ernest Hemingway, poi mi sono reso conto che gli manca il senso dell'umorismo. Il mio scrittore preferito è Richard Bissell. Non lo conosce nessuno, ma è un grande.
Ci sono altre regole che segue scrivendo?
Certo, sono dieci. La prima è: mai iniziare un libro con una descrizione del tempo che fa. L'ultima: elimina le parti che il lettore salta. E poi: mai descrivere in dettaglio personaggi, luoghi o cose. Mai usare la frase «all'improvviso». Nessun punto esclamativo. E se, rileggendo, le frasi suonano troppo scritte, sono da riscrivere.
Prima di dedicarsi a romanzi sul crimine, a partire dal 1969, lei aveva scritto western: anche molti di quei libri, come Hombre, sono diventati film. Quanto è diverso scrivere thriller?
La differenza principale è che nessuno sa come fossero veramente le città del Far West, quindi si possono descrivere senza paura di sbagliare. Io mi ero abbonato a una rivista che si chiamava Arizona Highways e raccontavo a partire dalle foto: canyon, deserti, puma. Poi sono andato a Tucson e ho visto per la prima volta le montagne ed erano completamente diverse: allora mi sono messo a riscrivere.
Perché è così ossessionato dal raccontare le cose come stanno?
Mi piace essere preciso.
È per questo che Hollywood la ama?
Non lo so, credo sia per la mia attenzione al dialogo. Tarantino mi ha raccontato che da giovane rubò Swithe, uno dei miei romanzi, e che gli piacque perché i miei criminali sono gente normale che non parla di omicidi ma di altre cose. Parlano di come si chiamano gli hamburger in Europa, Royal, come in Pulp fiction.
LLe piacciono i film tratti dai suoi libri?
Molti no. Certo non Il grande salto, che è ambientato alle Hawaii mentre la storia si svolge a Detroit. Mi è piaciuto Get shorty, anche se il finale è sbagliato. Jackie Brown, anche se la protagonista è nera mentre nel mio libro era bianca: Tarantino aveva paura a dirmelo, io lo rassicurai. Hai comprato i diritti, puoi fare quello che vuoi.
Perché non vuole partecipare di più alla preparazione dei film?
Per scrivere bene bisogna divertirsi. E io non mi diverto a discutere ogni battuta con i produttori di Hollywood. Preferisco starmene nel mio studio, ad ascoltare le storie dei personaggi dei miei libri: quello sì che è un piacere.
| COCKTAIL MOLTO ALCOLICO Western, horror, noir: 20 autori si cimentano col racconto «Elmore Leonard è autore di numerosi libri, tra i quali Rum Punch e Cuba Libre. Vive nei dintorni di Detroit». Una presentazione così è sobria fino allo snobismo, ma anche ebbra fino all'etilismo, visto che d'una produzione diluviale vengono citati due soli titoli, entrambi ad alta gradazione alcolica. La troviamo in un numero speciale della rivista McSweeney's, appena tradotto nella collana Strade blu della Mondadori con il titolo La super raccolta di storie d'avventura. L'ha voluto e realizzato il quarantunenne Michael Chabon, premio Pulitzer 2001 per Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (Rizzoli), contagiando con il suo entusiasmo il trentaquattrenne direttore della rivista Dave Eggers, titolare della casa editrice indipendente McSweeney's Books nonché genio annunciato della nuova narrativa americana, del quale la Minimum fax pubblica in questi giorni, fuori commercio, la novella inedita Se non è vietato, è obbligatorio. «Se ti lascio fare da curatore esterno di un numero di McSweeney's, non è che potremmo magari darci un taglio a 'sto discorso?» ha detto Eggers a Chabon che si dilungava sull'esigenza, per gli scrittori americani, di tornare alla misura breve del racconto. Ed ecco il risultato: da Michael Crichton a Nick Hornby, da Rick Moody a Stephen King, ai già citati, 20 narratori si cimentano nel western o nel fantasy, nell'horror o nel poliziesco, senza paura di sporcarsi le mani con distinzioni di genere o gerarchie di valore. Un cocktail dai sapori diseguali. Ma forti come un «rum punch» o un «cuba libre», direbbe Leonard. Roberto Barbolini |





