FERIRE CON I VERSI: GLI EPIGRAMMI DEL POETA SICILIANO
Quasimodo al veleno
Rossana Campisi 29/11/2004
Aveva vinto il premio Nobel per la letteratura, ma in patria si sentiva incompreso e circondato dall'invidia. Così, alla maniera di Marziale, si prendeva le sue vendette. In rima.
Salvatore Quasimodo non lo mandava a dire. Aveva i suoi nemici, intellettuali più o meno «impegnati» che gli stavano francamente sulle scatole, oppure poeti come lui che coltivavano il nobile sentimento dell'invidia. A tutti questi inviava degli epigrammi, veri e propri strali al veleno, concepiti per fare male al destinatario. Ora 16 di questi epigrammi, risalenti agli anni Cinquanta e Sessanta, vengono pubblicati dall'editore Nicolodi in un libretto che è illustrato con ironiche e graffianti tavole di Mario Cei. Si tratta di un corpus di scritti, alcuni inediti, altri apparsi nelle rubriche che il poeta teneva sulle riviste Le Ore e Il tempo, che testimoniano la vena sarcastica ed epigrammatica dell'ultimo Quasimodo.
Questi piccoli esempi di «poesia dell'attimo» appaiono impregnati di sapida insofferenza per alcune ingiustizie patite, di risentimento sublimato in arguzie e di toni amabilmente feroci che ricordano tanto il poeta latino Marziale. Naturalmente risentono dell'aria del tempo e delle polemiche culturali dell'epoca, che vedevano spesso il poeta siciliano schierato contro la critica più influente di quegli anni (da Carlo Muscetta a Emilio Cecchi) e una certa politica di sinistra che si esprimeva soprattutto nel Partito comunista. Nato a Modica nel 1901, Quasimodo aveva lasciato la Sicilia giovanissimo per stabilirsi, dopo dieci anni di spostamenti, a Milano, dedicandosi interamente all'attività letteraria. Giunto all'apice dei suoi successi, fu convocato dall'Accademia di Svezia per la consegna del Nobel per la letteratura. Era il 1959, una data che fu anche, paradossalmente, l'inizio del suo isolamento. Quel premio, per molti critici, doveva andare a Eugenio Montale o a Giuseppe Ungaretti. Quasimodo si teneva lontano dai vari clan letterari italiani e forse destava antipatia fra i critici. Quale che sia stata la ragione, il poeta siciliano visse le reazioni al premio come una vera ingiustizia.
Il giorno dopo la premiazione, Emilio Cecchi firmava un elzeviro sul Corriere della sera (in cui Montale era il responsabile delle pagine culturali) dal celebre attacco: «A caval donato non si guarda in bocca», dura critica delle scelte di Svezia. A cui Quasimodo rispose «epigrammaticamente» con: «Fiat Nobel Pinocchio!». Attorno alla «gloria discussa» (così lo definì Carlo Bo) si fece sempre più deserto, se è vero che il poeta siciliano trovò sempre meno spazio nelle antologie letterarie: una di queste fu quella di Folco Portinari (e Giovanni Getto) a cui Quasimodo dedicò, per tale ragione, ben tre epigrammi e una mordace rima: folco bi-folco. Gli epigrammi raccontano anche scelte di vita.
Come quando decise di lasciare, a soli tre mesi dall'iscrizione, il Partito comunista. «Si rese conto che non poteva avere una voce in capitolo e decise di uscire» afferma il figlio Alessandro. «Ma non ci furono scontri, lui rimase sempre di sinistra, anzi come lui si definiva un "cristiano comunista". Voleva quella libertà assoluta che solo l'arte sa dare». Quelli erano gli anni in cui Mario Alicata, dirigente del Pci, chiamava a raccolta gli intellettuali comunisti. Erano gli anni in cui la crisi del rapporto tra gli intellettuali e il Pci riproponeva la questione dell'indipendenza della cultura. Criticato, dunque, ma perfino antipatico. Così almeno per Oriana Fallaci, che lo incluse in un libro del 1963, Gli antipatici, raccolta di interviste e ritratti di personaggi famosi (tra cui Federico Fellini) preceduta da una prefazione della scrittrice sull'impossibile fedeltà del lavoro del giornalista. E a quest'«alibi», utilizzato per scrivere interviste immaginarie «incise su nastri di reggicalze», Quasimodo rispose con le rime salaci de «La simpatica».





