VITE SPECIALI: LA MOGLIE DI TIZIANO TERZANI
Sono l'Angela custode di Tiziano Terzani
Manuela Grassi 25/2/2005
Più di 40 anni insieme tra Cina, Giappone e India, dividendo lavoro e passioni. E oggi che il grande inviato non c'è più, lei gira l'Italia per incontrare i suoi lettori. Che ne hanno fatto un simbolo. > Forum
«Noi che siamo stati tanti anni in giro per il mondo, che cosa riporteremo a casa nelle nostre valigie?» si domandava Tiziano Terzani. «Quando finì il libro L'ultimo giro di giostra fu per lui un sollievo enorme» racconta sua moglie Angela Staude, nella casa sulle colline fiorentine, dove il dio elefante Ganesh riposa tra le siepi del giardino. «Sapeva di toccare un argomento pesantissimo, la malattia e la morte, in un paese dove ancor oggi la gente, quando vede un carro funebre, fa le corna. Mi sembra che abbia avuto ragione lui, perché oggi incontro persone che dicono: questo libro mi ha cambiato la vita».
Forse Angela non si aspettava, dopo avere perso il marito, di dover assistere alla nascita di un vero culto. L'ultimo giro di giostra. Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo ha toccato le 300 mila copie. Le capita di essere invitata a serate affollatissime, a Terranuova Bracciolini, come a Udine o a Siracusa, dove si proietta il film Anam, il senzanome, l'ultima intervista rilasciata da Terzani a Mario Zanot, prima di morire, a 66 anni, nel luglio scorso: dallo schermo il giornalista-scrittore appare severo, divertito, soprattutto esprime una grande fermezza morale. Che, dice Angela, è una delle chiavi per capire il grande seguito: «Non ci sono contestazioni, non ci pongono domande. Vogliono fare un atto di presenza, di devozione, come in chiesa».
Il successo è tale che la casa editrice Longanesi manda in libreria ai primi di marzo il dvd con l'intervista, arricchito da materiali inediti. Le proiezioni intanto si susseguono in marzo a Milano, Napoli, Cesena, Parma. «Non ero pronta, pensavo mi aspettassero mesi di silenzio, ma non ho esitato un attimo. Il minimo che possa fare, se me lo chiedono, è di esserci. La cosa interessante è che ci trovi tutti, i vecchi e i giovani, i colti e quelli ai primi libri» riflette Angela.
Bionda e bellissima, con grandi occhi nocciola nel viso infantile, conobbe Tiziano, suo coetaneo, a casa di un'amica dopo la maturità. «Squillò il telefono, sentii lei dire: adesso no, sono con la mia amica tedesca. Dopo un quarto d'ora suonò il campanello di casa: era Tiziano, perché bastava dirgli no per fargli fare il contrario. Era già un bellissimo, romantico personaggio che frequentava i protagonisti della vita culturale fiorentina, come il carismatico grecista Dino Pieraccioni e il padre scolopio Ernesto Balducci. Conosceva molte ragazze».
Angela era figlia del pittore Hans Joachim Staude. Nato ad Haiti da famiglia tedesca, aveva studiato a Parigi, frequentato gli espressionisti tra le due guerre. A Firenze tra i suoi allievi c'era stato un giovanissimo Lorenzo Milani, che cercava l'assoluto nell'arte prima di trovarlo nella religione. La mamma era architetto, la sua famiglia, di Amburgo, aveva avuto grandi rapporti con la Cina, un paese che era nel destino di Angela e Tiziano. «Vivevamo in una casa stupenda in collina. Ma avevamo pochi soldi. In casa mia c'era un certo gusto, non l'ordine borghese delle case d'allora. Tiziano ne era affascinato, e ha sempre seguito quell'esempio».
Autoironia e understatement: «Lui era elegante, anche se possedeva un solo vestito che sua madre gli stirava tutti i giorni. Io vestivo malissimo: mi portava al cinema Eolo di San Frediano, perché si vergognava ad andare in via Martelli, dove c'erano le ragazze con i golfini antracite, le perle e la pelliccia. Ero diversa dalle fiorentine, credevo fosse la mia debolezza, invece...».
Dopo un anno Tiziano le disse: «Se avessi cento vite, una la passerei con te». «Poi ha ridotto il numero delle possibilità, anche perché aveva fretta di cominciare. L'avventurosità della mia famiglia gli aveva fatto suonare un campanello».
Erano gli anni Cinquanta: «Allora c'era un grande idealismo di sinistra, un desiderio di impegnarsi per il Terzo mondo, anche di casa propria. Tiziano era figlio di operai, ma era riuscito a studiare alla Normale di Pisa e sentiva forte il desiderio di riscatto. Poi è andato alla Olivetti a vendere macchine per scrivere, ma Adriano Olivetti aveva ancora un sogno, non a caso sono passati tutti da lui, e gli ha dato il trampolino di lancio».
Fin da ragazzina Angela ha scritto diari. «Ho continuato durante la guerra del Vietnam, quando vivevamo a Singapore e Tiziano aveva cominciato a lavorare per il settimanale tedesco Der Spiegel. Registravo la mia scoperta personale dell'Asia. Oggi continuano a dirmi: che coraggio hai avuto! Con i bambini piccoli a Singapore! A me sembrava di essere privilegiata». Quando nel 1979 i Terzani andarono in Cina, lei cambiò attitudine: «Avevo il preciso intento di scrivere non tanto di me, ma del paese». Nacque Giorni cinesi, come più tardi sarebbe apparso Giorni giapponesi (entrambi Tea). «Facevamo tutto insieme, lui portava addirittura i bambini alle interviste importanti, perfino in Manciuria».
L'esperienza in Cina è stata per entrambi forse la più profonda. «Era una specie di orgia di formiche. Ognuno portava un pezzettino, hai letto questo, hai visto quello, era un lavoro da detective perché non dovevamo andare a frugare in tutti gli angoli e invece ci siamo incaponiti a farlo, ed era interessantissimo scoprire che cosa era veramente successo durante la rivoluzione culturale». Tiziano aveva scritto un libro, mai finito, inneggiante a Mao nel 1969, quand'era alla Columbia University. Lui fin da quando aveva 18 anni, voleva essere come Edgar Snow, l'autore di Stella rossa sulla Cina: lo racconta al figlio Folco nell'autobiografia che ha dettato negli ultimi mesi di vita. «Ma in Cina, grazie anche al fatto che sapevamo il cinese e parlavamo con le persone, ci accorgemmo di essere stati turlupinati. Ci sentivamo raccontare le campagne terribili che avevano mandato a zappare la terra chiunque non fosse di origine proletaria, cose che si sanno, ma per noi all'epoca era scoprirlo dal vivo. Lavoravamo continuamente, al punto che i figli si tappavano le orecchie: "Basta! basta! di nuovo la Cina!"».
Essere cacciato da là fu un colpo durissimo per lui. Dopo un servizio devastante apparso sullo Spiegel, tre puntate intitolate La distruzione di Pechino, piene di informazioni ricevute sottobanco, in cui dimostrava che il partito aveva distrutto una delle città più belle del mondo, venne sequestrato in casa e liberato solo per l'intervento diretto del presidente della Repubblica Sandro Pertini. «I cinesi buttarono all'aria la nostra casa, ma la sola cosa controrivoluzionaria che trovarono fu una caricatura fatta da Folco: Tiziano vestito da imperatore, seduto in trono, e sotto la scritta, lunga vita al Partito comunista cinese».
Ci furono poi i giorni di Hong Kong, del Giappone, di Bangkok e infine dell'India. Forse un giorno Angela troverà il tempo di rileggere tutti i suoi appunti, con le annotazioni quotidiane, e scriverà la storia della sua vita. Intanto, i diari tenuti nel 1993, l'anno che il marito trascorse viaggiando a piedi, in treno, in vaporetto, per scongiurare una profezia che gli aveva sconsigliato l'aereo, sono il punto di partenza per la sceneggiatura del film Un indovino mi disse, a cui sta lavorando con Mario Zanot. Il libro è all'origine del culto per Tiziano. «Fra i più entusiasti c'erano le donne, quelle consapevoli di avere investito male la loro vita».
La sua presenza è stata richiesta anche da due nuovi premi intitolati a Tiziano Terzani. «Hanno bene individuato i temi fondamentali della sua riflessione: quello del nostro rapporto con la medicina e la morte, e quello con le civiltà che ci stanno attorno e che secondo alcuni ci minacciano» spiega.
Il primo è il Premio nazionale per l'umanizzazione della medicina indetto dalla Scuola superiore di Bra. Il secondo è stato creato dall'associazione Vicino/Lontano di Udine, che il 7 maggio premierà un'opera che rappresenti l'ideale di apertura, curiosità, riconoscimento dell'altro, incarnato da Tiziano. «Verranno Ryszard Kapuscinski, molte persone che l'hanno conosciuto, i personaggi dei suoi libri: cinesi, malesi, l'amico francese che ora vive a Odessa e il suo vecchio amico comunista conosciuto al funerale di Mao, oggi consigliere del governatore di Hong Kong».
Tiziano è stato letto in Germania per trent'anni, ma non gliene importava niente, perché voleva poter scrivere in italiano; ha sofferto perché nessun giornale di casa sua gli ha mai detto: lascia lo Spiegel e vieni a lavorare per noi (gli articoli usciti prima sulla Repubblica e poi sul Corriere della sera erano apprezzate collaborazioni). Ma è tornato in patria con le valigie colme, facendosi conoscere per i suoi libri e la sua voce dalla sorprendente forza morale.
«Credo che la gente cerchi qualcuno che indichi una via, non politica, non religiosa. Che abbia l'autorevolezza di chi ha provato su se stesso. E se ti dice: davanti a una strada in discesa e a una in salita scegli sempre la seconda, ti troverai meglio, tutti capiscono che cosa vuole dire. È un invito a scartare le soluzioni di comodo e a misurarsi invece con le difficoltà, perché solo così l'uomo impara e progredisce» conclude Angela.





