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Panorama   Archivio   TERZANI vive dopo aver insegnato a morire

MAESTRI POSTUMI A UN ANNO DALLA SCOMPARSA CRESCONO GLI ESTIMATORI DELLO SCRITTORE

TERZANI vive dopo aver insegnato a morire

Mauro Anselmo  26/7/2005

I suoi libri sono best-seller, i dvd in cui parla del cancro sono diventati strumenti terapeutici negli ospedali. Storia e successo di un intellettuale occidentale che ha scoperto la vita nella malattia. > Forum

È stato un maestro del morire Tiziano Terzani. Ma di un morire leggero, la vita che come il fiume fluisce naturalmente nel mare, il morire senza paramenti sacri né divine aspettative, lontanissimo dalla religione e dalla cultura del suo Occidente. A un anno dalla scomparsa, avvenuta il 28 luglio 2004 a 66 anni, il giornalista Terzani continua a essere un caso. Inviato di guerra in Vietnam, testimone scomodo in Cina e in Unione Sovietica, quindi viaggiatore solitario malato di cancro lungo le strade dell’Oriente spirituale, Terzani è tuttora al centro di un fenomeno letterario e mediatico che ha del sorprendente.
Basta mettere in fila alcuni fatti. Un altro giro di giostra (Longanesi), il libro consegnato alle stampe alcuni mesi prima dell’addio, ha raggiunto le 350 mila copie e continua in punta di piedi il cammino grazie a un passaparola fra i lettori che non conosce tregua. Anam, il Senzanome, 50 mila copie bruciate in un mese, il dvd del regista Mario Zanot con il filmato che racconta il rapporto fra Terzani e il male, «il mio interno visitatore», è finito sulla scrivania di alcuni oncologi dell’Istituto dei tumori di Milano che ne consigliano la visione e ne discutono con i pazienti.
Perché tanto interesse? Non è stato forse Terzani un malato come tutti gli altri? Per avere una risposta conviene forse aggregarsi al popolo dei «terzanisti». I curiosi di Terzani, le migliaia di lettori che hanno affollato nei mesi scorsi i 40 incontri organizzati in tutta Italia, dal Nord-Est a Siracusa, secondo un programma collaudato: introduzione o intervento di un nome importante del giornalismo o dello spettacolo (da Ferruccio de Bortoli a Giulio Anselmi, Serena Dandini e altri), proiezione del film di Zanot, incontro con i familiari di Terzani, la moglie Angela e il figlio Folco. Cinquanta minuti di filmato: Terzani in abito bianco, all’orientale, seduto in posizione yoga nella baita all’Orsigna (Pistoia) che prepara il tè, racconta le cure e la chemioterapia nel migliore ospedale di New York, dice di sentirsi occidentale fin dentro le ossa. E poi la sala che piomba in un silenzio irreale alla conclusione del film, i primi interventi del pubblico che aprono la strada alla valanga di domande.

«Si è scritto e si è detto molto sul babbo, ma il senso vero del suo cammino non è ancora venuto completamente alla luce» dice Folco Terzani. «Fin dalla scoperta del suo male lui disse una cosa importante: ho capito che il problema vero, il mio problema, non è tanto il cancro, quanto il fatto che io sono un essere mortale e dovrò morire. Ma perché devo morire? E come potrò affrontare in modo dignitoso, umano, domandava lui, questo appuntamento, senza cedere al terrore? Devo capire, devo scoprirlo. Il babbo si guardò intorno» continua Folco «e fece quel che era solito fare nel suo lavoro: cercò, si documentò, lesse dei libri, poi un giorno prese un aereo e andò in India. Qui si fermò a lungo sulle pendici dell’Himalaia in compagnia di quel saggio che egli chiama il Vecchio.

«Con lui il babbo si sentiva a casa. Il Vecchio parlava della spiritualità indiana dei Veda e delle Upanishad, citava i versi della Bhagavad Gita, raccontava del Buddha e di Sri Aurobindo, parlava col babbo dei maestri sufi, di Platone, di Plotino e del cristiano Meister Eckhart. Un filo invisibile li lega tutti, diceva, sono tutti sulla stessa via, alcuni più avanti, altri più indietro, alcuni si sono persi, altri sono arrivati, ma tutti hanno cercato il senso all’unica vera domanda: io chi sono? E il Vecchio domandava: io sono i miei pensieri? Io sono le mie paure, i miei desideri, le mie aspettative? Sono la mia malattia? O io sono qualcosa di diverso da ciò che la mia cultura e la mia mente ritengono che io sia? Quelli che non si pongono questa domanda, concludeva il maestro, non possono capire e forse pensano che siamo matti. Ma noi dobbiamo continuare, spiegava, perché così facendo, siamo sulla strada che ci porterà a casa».
«Il babbo tornò» racconta ancora il figlio «e un giorno mi disse: Folco, fra qualche mese devo morire: hai voglia di venire a chiacchierare con me? Puoi farmi tutte le domande che non mi hai mai fatto. Così passammo il tempo insieme, lui e io, parlammo a lungo, fino a due giorni prima della morte. E lì ho capito». Che cosa ha capito? «Che la sua percezione della realtà era cambiata, che il suo modo di pensare se stesso e il mondo non era più quello di prima: il babbo era più sereno, distaccato, spesso contento. Aveva trovato la risposta». Quale risposta? «Quella che cercava: io chi sono?».

Di certo il nuovo libro che Folco sta scrivendo, «La fine è l’inizio» (in libreria nel febbraio 2006 con gli ultimi colloqui col padre, i più intensi e spirituali), aprirà un nuovo capitolo del caso Terzani. In attesa dell’uscita, una riflessione può essere fatta fin d’ora. Lo scrittore continua e continuerà ad affascinare i lettori perché è stato un pioniere. Perché ha tolto la nostra morte, la morte dell’Occidente cristiano e razionalista, dai feretri bardati di viola, dall’asetticità tetra della nostra medicina e dai De profundis che nei cimiteri invocano la clemenza del giudice divino, per consegnarla a una dimensione totalmente diversa.

«Questo è vero: grazie al rapporto con l'Oriente Terzani ci costringe a rivedere molti nostri pregiudizi sulla morte e la malattia» spiega Leonardo Vittorio Arena, docente di storia delle filosofie orientali all’Università di Urbino. «Il penultimo capitolo di Un altro giro di giostra intitolato Himalaia è una sintesi filosofica di alto livello divulgativo di quanto il buddismo, l’induismo e il taoismo hanno insegnato sulla ricerca interiore, sul Sé e sull’Io. Non per niente Terzani ha scelto di non essere più quel che era stato, di non avere un passato, di non chiamarsi più con il suo nome, ma di essere semplicemente Anam, il Senzanome. Questo è stato l’inizio e ha portato una grande pace. L’Oriente gli ha insegnato che la morte non va esorcizzata né temuta, bensì affrontata con la mentalità del “sannyasin” induista, che non appena ne avverte la presenza intorno a sé si allontana dai suoi cari per prepararsi alla fine. Questo ha fatto Terzani: ha lavorato su di sé, come l’Oriente gli aveva insegnato, per prepararsi al ritorno a casa, nel grembo dell'universo dove l'individualità non conta e tutto è vuoto. Ma non prima di avere fatto un’altra scoperta: che nella vita stessa, pur con tutte le sue sofferenze e difficoltà, esiste la chiave per la liberazione. Il cancro più che una malattia» conclude Arena «diventa per Terzani una parte di sé e un compagno di strada. Non il segno di un fallimento spirituale né un ostacolo, ma una via per cercare meglio se stesso».

È anche per questo che a Milano, Firenze, Napoli e Bologna alcuni oncologi fanno leggere L’ultimo giro di giostra ai pazienti e usano il dvd Anam, il Senzanome a scopo terapeutico. «I medici hanno capito che il messaggio di Tiziano può essere utile ai pazienti» osserva il regista Zanot. «Lui aveva imparato a essere un altro, a guardare la realtà con occhi nuovi, ma chi dice che non era religioso non ha capito nulla. Era un uomo innamorato della natura e dei suoi simili, rispettosissimo della vita e di tutti gli esseri, e implacabile nella sua curiosità: l’unico dispiacere che mi dà il morire, diceva, è di non poterne scrivere».
A Milano è nato il Tiziano Terzani fun (proprio fun, divertimento) club che conta 9 mila iscritti e l’editore Longanesi, come sottolinea la responsabile delle relazioni esterne, Valentina Forti Chiari, non riesce a far fronte alle richieste per le serate che piovono da tutta Italia.
Sta nascendo un mito Terzani? «Niente sarebbe più lontano da lui» risponde Angela Terzani. «Tiziano non si riconosceva nelle definizioni, diceva di non essere buddista né induista né taoista: semmai di sentirsi a proprio agio, in una pausa di solitudine, nel mistero di una chiesa silenziosa. Certo non immaginava tutta questa attenzione per la sua storia. Ma se avesse saputo che le sue pagine sarebbero state d’aiuto agli altri ne sarebbe rimasto contento».
Potremmo dire, allora, che Tiziano Terzani continua a vivere per averci raccontato un modo più sereno e leggero per morire? «Sì» risponde Angela «credo che potremmo dirlo».

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