Archivio Panorama

SODALIZI LETTERARI - INTELLETTUALI DEL NOVECENTO INNAMORATI DEL MEDIOEVO
Lewis re del fantasy, amico di Tolkien
Antimoderno e cultore della tradizione, lo scrittore delle «Cronache di Narnia» insegnò a Oxford con l'autore del «Signore degli Anelli». In quell'ambiente maturò la travagliata conversione al Cattolicesimo. E da lì ebbe inizio il viaggio verso i regni dell'immaginazione.
di Pietrangelo Buttafuoco
26/12/2005
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001034149
Narnia, di cui tutto il mondo si occupa guardando a bocca aperta il film di Walt Disney, è un luogo preciso: Narni, paese dell'Umbria. E siccome quella fetta di terra è fetta di santità, sia a tutti chiaro che di verità si parla, la verità è il Cristo e la favola delle favole, il Vangelo, è la crema spalmata sulle avventure dei ragazzini inglesi che aprono l'armadio per entrare nel mondo della fantasia. «Il Vangelo» scriveva J.R.R. Tolkien «non ha abrogato le leggende, ma le ha santificate». Il mondo delle fate non comincia con Clive Staples Lewis, detto Jack: elfi, hobbit e il caro Semola, l'Artù della Spada nella roccia, sono venuti prima dei quattro bambini e del leone Aslan in lotta contro il Male.

Anche il vertiginoso mondo degli dei di Grecia è venuto prima per trasfigurarsi in Balder, Odino, Thor e così rendere di abbacinante chiarore il bianco del Nord. Ma l'autore di Le cronache di Narnia, il formidabile mestatore di Satana che prestò la penna al demonio con Le lettere di Berlicche, epistolario di un vecchio diavolo prodigo di buoni (cattivi) consigli per il suo giovane nipote, Malacoda, ha realizzato nel gioco della letteratura la semplicità dell'Evangelo: «Se non ritornerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli».
La verità che si coglie con l'immaginazione e non con l'intelletto è la verità che si svela con l'allegoria. Tutto è immaginale in Lewis, così come Henry Corbin l'avrebbe spiegato con la «terra che fu creata con un sovrappiù d'argilla d'Adamo», menzione di cose singolari e meraviglie di ibn-Arabi. Tutto in Jack è strenuo combattimento di simboli contro il Male.

Il pubblico italiano che aveva cominciato a conoscere Lewis attraverso le note di Umberto Croppi, pubblicate su Diorama letterario del 1978, aveva già collaudato una lettura teologica di struggente bellezza, quel Tempio del Cristianesimo di Attilio Mordini, un affascinante germanista terziario francescano. Le idee trovarono le loro parole e anche le icone, fosse pure tra le miniature custodite nelle chiese. La silenziosa rivoluzione degli «strani cristiani» venne subito recepita in Italia con Franco Cardini, con la medioevistica, e i lettori avevano imparato a conoscere Lewis leggendo Walter Hooper, il biografo, sui libri Jaca Book.

Perfino i fumetti di Jack Marshall cantavano le gesta della Banda Balder, il Nord (correvano gli anni 80) fu subito mito. E, senza tema di accostare i best-seller, i telefilm e i cartoon ai canti gregoriani in un'unica officina, grazie al Nord dei guerrieri, dei monaci e delle battaglie contro le Tenebre, tutta quella concezione moralistica della Chiesa modernista franò nel baratro del marginale e delle schitarrate sul sagrato.
In Narnia, nel film, nel libro (edito dalla Mondadori) e nell'opera di C. S. Lewis, esplode l'allegoria dell'amore, deflagra quella luce della ricerca che fa da ponte con la grande stagione pagana; ponte tra mitologia e filosofia e la verità cristiana. Lewis, professore a Oxford, ebbe la fortuna di sapere di greco e di latino, tenne una fitta corrispondenza nella lingua di Cesare con don Giovanni Calabria, un epistolario che si chiude alla data del 1947, diventato un libro, reperibile in Italia presso Jaca Book col titolo Una gioia insolita. Tutto è latino, tutto è rito, tutto è parola.

""
Uno scorcio di Oxford, dove Lewis incontrò Tolkian, che ebbe una notevole influenza sulla sua conversione


Il Cristianesimo al suo zenit è quello dell'Incarnazione nell'Età di mezzo. È il Cristianesimo nella sua forma migliore, ovvero il Cristo del Medioevo, quando tutto fu epifania, rivelazione della presenza di Dio tra gli uomini. Paolo Gulisano, storico della medicina prestato alla saggistica sulla letteratura anglosassone, ha scritto per l'editrice Ancora C.S. Lewis, tra Fantasy e Vangelo. È una biografia intellettuale del grande narratore, è un correre verso la fede e la tradizione.
E se ci fosse bisogno di avvalorare la lettura di Narnia in chiave religiosa, questo libro offre ben più di un'argomentazione, si avvale del fuoco incrociato di letteratura, mitologia e filosofia che negli anni Trenta, con l'autore del Signore degli Anelli, con Gilbert Keith Chesterton (I racconti di Padre Brown), con Thomas Stearns Eliot, nel solco del cardinale John H. Newman, fece del Regno Unito una fornace del Cristianesimo a dispetto dello scetticismo tanto in voga tra i moderni.

Furono quelli gli anni della Oxford di «noi pochi», ovvero gli «Inklings», quasi tutti «papisti» come Tolkien, il figlio Christofer, il domenicano Mathew, dom Bede Griffiths, monaco benedettino.
Quasi tutti (eccetto appunto Lewis) alloggiati presso la fede di Roma, tutti comunque appassionati di saghe nordiche, di miti, draghi e Medioevo. Quel tempo felice della fede dove, usando le parole di Newman, «uomini silenziosi si vedevano nella campagna o si scorgevano nella foresta, scavando, sterrando e costruendo, e altri uomini che non si vedevano stavano seduti nel freddo del chiostro».
Il Medioevo è l'età della civiltà cristiana: «Nessuno di loro» si legge ancora con Newman «protestava, nessuno si lamentava, nessuno attirava l'attenzione su ciò che faceva; ma poco per volta i boschi paludosi diventavano eremitaggio, casa religiosa, masseria, abbazia, villaggio seminario, scuola e infine città». Bisogna avere occhi per guardare, orecchie per ascoltare e abbondanti pinte di birra per accomodarsi intorno al focolare con gli amici più cari e con loro ascoltare la voce del dolore e della gioia, la gloria dunque di una religione fattasi avvenimento.
Il 19 settembre 1931, un sabato sera, J.R.R. Tolkien, Hugo Dyson, un filosofo, e Jack (ossia Lewis), uscendo dal Magdalen College, discutono fino alle 3 del mattino di miti e metafore.

Jack, nato da una famiglia lealista di Belfast, cresciuto in quell'ambientino che poi portava gli operai dei cantieri navali a stampigliare d'insulti contro il Papa anche le fiancate del Titanic, allevato nell'avversione contro i cattolici, diventato presto ateo, cupo razionalista e nemico della fantasia, sostenne la conversazione versus Tolkien sulla menzogna del mito per arrendersi davanti alla potenza di parole offerte dall'amico.
«I primi uomini che parlarono di alberi e di stelle» gli disse Tolkien «vedevano le cose in maniera del tutto differente. Per loro il mondo era animato da esseri mitologici. Vedevano le stelle come sfere di argento vivo, che esplodevano in una fiammata in risposta alla musica eterna. Vedevano il cielo come una tenda ingioiellata, e la terra come il ventre dal quale tutti gli esseri viventi sono venuti al mondo. Per loro tutta la creazione era intessuta di miti e popolata di elfi. L'uomo non è bugiardo».

Ancora due anni prima Lewis diceva di sé essere solo «il convertito più disperato e più riluttante d'Inghilterra».
L'uomo attraversa la manifestazione della verità perlustrando la foresta dei simboli, ma è un atto concreto che strappa C. S. Lewis dalla plaga del nulla: cade in ginocchio e comincia a pregare. Dieci giorni dopo quella chiacchierata su miti, menzogne e metafore Jack comunica agli amici la sua conversione al Cristianesimo. La notte di Natale di quello stesso anno prende la comunione, ma il lealista che sopravvive in lui non gli concede di bussare alle porte di Roma, i riti e le funzioni per lui furono quelli della Chiesa anglicana.

«Ex umbris et imaginibus in veritatem», si entra nella verità attraverso le ombre e le immagini. Anche Newman, tra i più grandi teologi del secolo scorso, è un convertito. Preso dalle febbri a Leonforte, in Sicilia, restituito alla vita, abbraccia il Cattolicesimo.
Questi inglesi che sposano Cristo non conoscono il contrappasso ridicolo del clericalismo, l'ipocrisia dei redenti, il rifugio sotto le tonache.
Seguono Patrizio che fece santa l'Irlanda con la sola forza della predicazione. Cantano la favola delle favole.
Fumano la pipa, bevono birra e si riscaldano al fuoco dei draghi.
Stampa