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Panorama   Archivio   Tutti i Raffaello portano a Roma

MOSTRA EVENTO: UNA MONOGRAFICA SULL'ARTISTA MARCHIGIANO

Tutti i Raffaello portano a Roma

Marco Di Capua  16/5/2006

Il pittore più luminoso ed enigmatico del Rinascimento alla Galleria Borghese. Con capolavori da tutto il mondo.
» Le immagini

All'inevitabile discrepanza tra l'anno della nascita e quello della morte (1483-1520) Raffaello Sanzio, desideroso di perfezione, rimediò facendo almeno coincidere mese e giorno, il 6 aprile, e per Giorgio Vasari perfino l'ora, le 3 di notte. In competizione con Dio nello sforzo di correggerne l'opera (poiché ogni artista «ha l'obbligo di fare le cose non come le fa la natura, ma come ella le dovrebbe fare»), il «divino» pittore morì giovane, a 37 anni. Come Wolfgang Amadeus Mozart, musicista al quale lo si associa: stessi doni, stessa limpida chiarezza e inesauribili stati di grazia su un fondo di fantasia irrequieta, difficile da definire. Raffaello era già un mito a trent'anni e poi per sempre ha rappresentato la quintessenza della bellezza in pittura.

Però, confrontato con Michelangelo o Leonardo o Tiziano, di lui qualcosa sfugge. È l'astro rinascimentale più luminoso e, al tempo stesso, più distante. Anni fa lo scrittore napoletano Michele Prisco diceva che «forse proprio questo è il mistero di Raffaello: di essere, come pittore, senza mistero». La sua serenità, la nettezza del suo stile sono qualità poco eloquenti: lo allontanano più che avvicinarlo. Questo è anche il suo fascino. Raffaello è come la porta di una cassaforte: là dietro c'è un tesoro ma devi trovare la combinazione giusta per aprirla.
La sua enigmatica imperturbabilità ha per esempio messo d'accordo artisti antitetici come il neoclassico Jean-Auguste-Dominique Ingres e il romantico Eugène Délacroix. E se la sua ineffabilità ha mandato in estasi Honoré de Balzac, c'è stato chi come Charles Baudelaire, credendo di scorgervi un difetto, ne ha involontariamente illuminato una delle virtù: «Per puro che sia, Raffaello non è che uno spirito materiale all'incessante ricerca del solido». Infine, quanta ammirazione trabocca da André Malraux: «Un capolavoro di pittura, al tempo di Raffaello, è un quadro che l'immaginazione non può più perfezionare». Ora: quali occhi abbiamo, noi, per Raffaello?

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Cristo benedicente, 1506
Non è una domanda bizzarra. Per incredibile che sia la mostra evento Raffaello, da Firenze a Roma (Galleria Borghese, dal 19 maggio al 10 settembre), è la prima monografica che la città dedica al sommo artista marchigiano (catalogo Skira): 27 tavole e 30 disegni dai più importanti musei del mondo, più 10 capolavori di altri pittori a confronto, per un totale di 1,2 miliardi di euro (record) di valore assicurato. L'esposizione, ruotando attorno alla Deposizione, inamovibile gioiello della Galleria Borghese, trafugata nel 1608 da Perugia a beneficio dell'avido cardinal Scipione, si concentra sull'opera di un pittore che, nato e formatosi a Urbino, sta maturando a Firenze e medita di trasferirsi a Roma. Un talento precoce che diventa un genio nel passaggio critico da qui a lì tra il 1505 e il 1508.
Raffaello, come fosse consapevole di non avere molto tempo, assimila in fretta e passa oltre. Inizialmente allievo del padre, il modesto Giovanni Santi, cresce all'ombra della corte urbinate dei Montefeltro. È qui che insegue e batte, sul suo stesso terreno, il Perugino. Uno Sposalizio della Vergine a testa. Solo che Perugino sembra che giochi a scacchi.

Raffaello dipinge l'aria, l'atmosfera. Suscita forze, trazioni emotive e fisiche. Arriva a Firenze attratto dal match tra Leonardo e Michelangelo. E allora ecco la sintesi e dunque il superamento di quei due mostri sacri nella Belle jardinière (è la prima volta che il Louvre le dà la libera uscita) e nella Madonna con San Giovannino e il Bambino: le sue Madonne, le più donne che mai si fossero viste. Com'è intensamente femminile, fin quasi all'evidenza di un'ermetica e placida essenza corporea, la Gravida. E virile, psicologico e oggettivo, il Ritratto d'uomo. Tra la Dama del Liocorno e La Fornarina ci sono i quasi 15 anni che trasformano un figlio della luce e del giorno in uno smaliziato frequentatore di malate notti romane. In mezzo: è come un'onda che si alza, si tende e si frange la Deposizione. Fanno al tiro alla fune col corpo di Cristo, le Marie piangono, la Vergine sviene, la natura è indifferente. Un presagio di Roma consegna Raffaello a un'oscura energia nuova, all'antichità fosca e monumentale. Lo aspettano l'ambizione dei papi e la storia.

DIECI ARTISTI PER DIECI ANNI

I progetti di Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese

«Sarà paradossale, ma questa è proprio la prima vera mostra romana dedicata a Raffaello». Parla la sua curatrice, nonché direttrice della Galleria Borghese di Roma, Anna Coliva. «Cerchiamo di portare avanti due esigenze. La prima riguarda la funzione di ogni museo che si rispetti, quella della ricerca. La seconda sta nell'esaudire il desiderio del pubblico di vedere mostre, diciamo così, spettacolari».
Anche i prossimi eventi programmati vanno in questa direzione?
«Sì. Vogliamo costruire attorno agli artisti, stimolati da alcuni dei loro capolavori, mostre che li presentino al meglio e che, con l'aiuto di importanti comitati scientifici, arricchiscano anche gli studi».
Dieci grandi esposizioni in dieci anni, l'anno prossimo toccherà a Canova, per il bicentenario della scultura di Paolina Borghese. Il 2008 sarà di Correggio, con una mostra tematica. «Ci concentreremo sulle sue opere profane, ricostruendo per la prima volta il ciclo ovidiano degli Amori di Giove». Nel 2010 Dosso Dossi, poi Tiziano (2011), Cranach (2012). Domenichino nel 2014 e i Borghese e l'antico nel 2015. «Ma anche affascinanti confronti tra l'antico e il contemporaneo: Bacon e Caravaggio (2009), Giacometti e Bernini (2013), alla scoperta di sintonie e analogie formali».

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