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REPORTAGE - IN INDIA SULLE ORME DI TIZIANO TERZANI

La morte addomesticata

Stella Pende  17/7/2006

Benares, Delhi e Dharamsala sono le città dove lo scrittore ha cercato di spiegarsi il senso della vita. E dove oggi restano di lui molte tracce: nel ricordo degli amici e nella magia di un paese straordinario » Reportage fotografico

Al tramonto della vita c'è un'immagine che più di ogni altra spiega il senso dell'eredità spirituale di Tiziano Terzani. Due uomini sono inquadrati di spalle in una fotografia.
Uno anziano, vestito di bianco, la mano sinistra sul bastone, cammina, su un prato punteggiato di fiori, appoggiato con la destra alla spalla dell'altro, più giovane e robusto. Sono padre e figlio.
L'uomo anziano è Terzani, il giornalista curioso del mondo, lo scrittore di successo, l'esploratore del continente asiatico che, dopo avere raccontato il Vietnam, la Cina e il crollo dell'Unione Sovietica, ha preso rifugio nel lavoro interiore per affrontare l'ultimo e più impegnativo reportage della sua vita: la comprensione della sua malattia, il cancro, e il senso della sofferenza.
L'uomo che lo sostiene, invece, è il figlio Folco.
A vederli così, in cammino, circondati dalle chiome di grandi alberi, è evidente che è il più giovane a essere di aiuto all'anziano aggredito dal male.

E tuttavia, una volta arrivati alle ultime pagine di La fine è il mio inizio. Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita, il testamento spirituale di Terzani, il suo breviario ultimo e definitivo che la Longanesi pubblica il 16 marzo, un dubbio finisce per insinuarsi nel lettore: chi è, fra i due personaggi della fotografia, quello pronto a dare all'altro il sostegno più vero? L'uomo giovane nel pieno delle forze? O l'uomo malato che alla fine del cammino, grazie a un lavoro di intenso tirocinio sul proprio io, varca la porta stretta della conoscenza per diventare maestro di un morire sereno e pacificato, senza paura e senza tragedia?
«Mi sento leggero» confessa Terzani nel libro. «Ho il senso che non mi tocca più nulla, perché non sono quella maschera che ho sempre portato, non sono questo corpo, non sono i miei ricordi... Sono una cosa molto più grande, molto più piccola, molto più particolare, ma non sono niente di tutto quello. E proprio perché non sono niente di specifico, mi posso permettere di pensare che sono tutto».

Al figlio, tre mesi prima della morte, il 12 marzo 2004, il padre scrive una lettera: «Mio carissimo Folco, sai quanto odio il telefono e quanto mi è ormai difficile, con le pochissime forze che ho, scrivere anche due righe così...».
E gli rivolge un invito: «E se io e te ci sedessimo ogni giorno per un'ora, e tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi, e io parlassi a ruota libera di tutto quello che ti sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita? Un dialogo fra padre e figlio, così diversi e così uguali, un libro testamento che toccherà a te mettere insieme». E poi la conclusione: «Fa' presto, perché non credo di avere molto tempo».
Padre e figlio si sono incontrati. Lui ancora in forze, ma via via sempre più piegato dal male, la sdraio sul prato, un berretto di lana viola in testa e una coperta indiana sulle gambe; Folco che avvia il registratore e lascia parlare il Babbo (sempre scritto con la maiuscola) sullo sfondo della loro casa di montagna a Orsigna («La piccola Himalaia») sull'Appennino toscoemiliano. Un colloquio di quasi 500 pagine.
Le risposte del padre trascritte dal figlio, in un libro che i milioni di lettori delle opere di Terzani, soprattutto quelli di Un altro giro di giostra (500 mila copie grazie a un passaparola che non conosce sosta), attendevano come un evento.

Una vita piena in tutte le sue tappe: l'educazione severa nella Firenze del dopoguerra, l'amore, la passione per il giornalismo, il lavoro di inviato nel continente asiatico, i viaggi, gli amici, la moglie Angela, Folco e la figlia Saskia. E poi la malattia e la ricerca del Senso da parte del viandante che, avendo scelto la zattera della spiritualità di quell'Oriente tanto investigato e amato, affronta la tempesta dell'oceano ritrovando alla fine del viaggio leggerezza e perfino allegria. «Folco, Folco, corri, vieni qua! C'è un cuculo nel castagno. Non lo vedo ma è là che canta la sua canzone: Cucù, cucù, l'inverno non c'è più... Che gioia, figlio mio.

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Folco con il Babbo a Orsigna

Ho sessantasei anni e questo grande viaggio della mia vita è arrivato alla fine. Sono al capolinea. Ma ci sono senza alcuna tristezza, anzi, quasi con un po' di divertimento. L'altro giorno la Mamma (sempre scritto con la maiuscola, ndr) mi ha chiesto: se qualcuno telefonasse e ci dicesse di avere scoperto una pillola che ti facesse campare per altri dieci anni, la prenderesti? E io istintivamente ho risposto: no! Perché non la vorrei, perché non vorrei vivere altri dieci anni. Per rifare tutto quello che ho già fatto? Sono stato nell'Himalaia, mi sono preparato per salpare per il grande oceano di pace e non vedo perché ora dovrei rimettermi su una barchetta a pescare, a far la vela. Non mi interessa».

E allora, visto che l'approdo è ormai raggiunto, non resta che esplorare il mare della memoria per ricostruire la rotta del viaggio. Il registratore scatta, il Babbo chiude gli occhi e comincia a raccontare. La nascita in un quartiere popolare di Firenze, i genitori, la casa, il rigore di quella gente: «L'onestà era importantissima: se la Tecla, che era la fornaia, ti restituiva, sbagliando, mezza lira in più, tu gliela dovevi riportare».
È il suo professore delle medie, Cremasco (che ha 91 anni e ancora gli scrive), a convincere i genitori a mandare Tiziano al ginnasio. Ed è nella febbre politica della Toscana rossa e sanguigna che nasce «il mito di quel barbone, avvocato di buona famiglia...». Fidel Castro? chiede Folco. «Sì, lui che guida una banda di scalzacani contro la superpotenza americana che appoggiava il dittatore Batista».
Ma è l'incontro con la Mamma, il colpo di fulmine, l'amore a prima vista, a rivelare la sensibilità più intima del miglior Terzani.
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Terzani in Cambogia, dietro crani di vittime di Pol Pot

«Lei non lo vuol sentir dire, ma era bruttina, aveva tutti i ricciolotti biondi, era vestita male, aveva per giunta una borsa piena di roba perché era andata a fare la spesa». Si commuove, annota Folco, in uno dei rari commenti in corsivo con i quali accompagna il racconto. «Non ci fu più niente da discutere. Era tutto quello che potevo sognare. <
strong>Era diversa, diversa da tutte quelle fighette con le loro gonnelline precise, tutte con il rossetto. Era acqua e sapone... Era il contrario di tutto quello che erano le altre. E io ho sempre adorato l'altro, il contrario».
Caro Babbo, così innamorato. Fiorentino, bastian contrario fino all'ultimo, chiuso a ogni dogma, ma scettico quanto basta per diffidare delle apparenze e non voltarsi dall'altra parte davanti alle delusioni.
Come a New York, quando incontra il capo «rivoluzionario» delle Pantere nere e sentendosi rivolgere l'incredibile richiesta di un paio di mocassini fatti a Firenze, lo liquida con due parole: «Cercavamo i rivoluzionari, abbiamo trovato questi fregnoni». O a proposito del Vietnam, l'amato Vietnam, dove l'illusione della società nuova frana sotto le macerie del comunismo.

«Se oggi guardo il Vietnam e specialmente Saigon, dove sono tornato non tanti anni fa, mi viene da dire una cosa orribile, che poi direi anche della Cina di oggi: se avessero vinto gli altri sarebbe stato quasi meglio.
Perché questo tipo di società la sanno fare meglio gli altri. Se tu devi fare il capitalismo con l'autoritarismo comunista, allora tanto vale farlo fare ai capitalisti, perché loro sanno molto meglio come funziona il capitalismo». E che dire del ritratto del Giappone? Bastano poche pennellate per spiegare perché sia stato l'unico paese asiatico nel quale Terzani si sentiva a disagio.
«Mentre in Cina avevamo avuto tanti amici, non riuscivo a fare amicizia con un giapponese, perché tutti i giapponesi con cui entravo in contatto non erano persone, erano il ruolo che svolgevano nella loro società. Non sei mai tu. Non sei Tiziano Terzani, sei "il giornalista di quel giornale", come si legge sul biglietto da visita. Se non ce l'hai non esisti, perché tu sei quello che è scritto lì».

Davanti a queste parole viene in mente il Terzani visto nel dvd Anam il Senzanome (50 mila copie, Longanesi) girato da Mario Zanot a Orsigna e trasmesso in tv.
Ma la voce, allora, era più ferma. «Non ce la faccio, Folco, devo riposare» sussurra il Babbo. Respira a fatica, tossisce, ansima. «Un'ora per lavarmi...». E Folco: «Ti faccio la puntura. Trenta chili credi avere perso?». «Eh sì, non lo vedi? Guarda qui, Folco, guarda! Te lo voglio far vedere perché devi capire le mutazioni di un uomo».
«Hai lo stomaco grossissimo». «E le braccia sono pelle e ossa e ora anche le gambe». La malattia artiglia il corpo, ma il Babbo si limita a guardarla, a lasciare che il mistero e la crudeltà della vita scorrano, «che tutto succeda senza che sia una tragedia».

Del resto non glielo aveva insegnato quel saggio indiano, il Vecchio, come lo chiama lui in Un altro giro di giostra? Il Vecchio che aveva incontrato durante i mesi meravigliosi passati sulle pendici dell'Himalaia a ragionare sui Veda e le Upanishad, i versi della Bhagavad Gita e gli insegnamenti del Buddha. E che fin dal primo incontro, quando il Babbo gli aveva parlato del suo cancro, se ne era uscito con quella frase che lui si era affrettato a trascrivere: «Sono le malattie a produrre la morte o è la morte a produrre la malattie?».
E proprio allora il Babbo aveva compreso che bisognava cominciare di lì, dalla riflessione sulla sua mortalità e dalla comprensione della paura che deriva da quell'immagine terribile, la cupa falciatrice con la clessidra, nella quale la tradizione occidentale identifica la morte. E si era messo subito a lavorare su di sé, a capire e a guardare il proprio io, a imparare il distacco e a riconoscere l'impermanenza del Tutto. «Il giorno in cui riuscirò a rompere il tuo Ego» diceva il Vecchio «il puzzo arriverà fino al cielo».

Ora il Babbo è tranquillo. Ha scritto l'ultima breve lettera ai familiari chiedendo di essere cremato e che le ceneri tornino a Orsigna. Ha chiuso con queste parole: «Grazie, e fatevi una bella risata». È pronto. Folco va a radunare le papere che ha fatto uscire nella tenuta, la giornata di fine luglio si prepara al tramonto. Ma prima di sera succede qualcosa. A un tratto il Babbo fa un gesto, fatica a muoversi, si sforza di comunicare con Angela: «Non ce la fo» dice con un filo di voce. Accorrono, lo aiutano a distendersi sul letto, la Mamma gli massaggia le mani: «Non ce la fo...».

È venuto il momento. Da tempo il Babbo si è liberato di bagagli, ricordi, aspettative. Un altro giro di giostra sta per cominciare, la fine sarà il nuovo inizio. Folco lo guarda commosso e ricorda la raccomandazione che Tiziano gli ha rivolto qualche giorno prima: «Ricordati che il titolo dell'ultimo capitolo del libro deve essere quello che ti ho detto io». «Ma certo, Babbo». Una sola parola: Cucù.

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