Una settimana all’aeroporto di Alain de Botton. Cosa significa vivere rinchiusi a Heathrow

Lo scrittore ha accettato la proposta di trascorrere una settimana in un terminal dell’aeroporto londinese. Ne è nato un saggio curioso a metà tra cahier di viaggio e reportage narrativo

Una settimana all’aeroporto di Alain de Botton. Cosa significa vivere rinchiusi a Heathrow Una settimana all’aeroporto di Alain de Botton. Cosa significa vivere rinchiusi a Heathrow

Il riferimento, manco a dirlo, è a The Terminal , il film diretto da Steven Spielberg in cui uno spaesato Tom Hanks è costretto a sostare per mesi interi all’aeroporto "John Fitzgerald Kennedy" di New York. Solo che in questo caso il viaggiatore in questione non proviene dalla Krakozhia (l’immaginaria nazione europea, terra di nascita dell’apolide nel film) e, sebbene sia svizzero, parla benissimo l’inglese.

Nell’estate del 2009 il narratore Alain de Botton ha infatti ricevuto una delle più bizzarre richieste della sua vita di scrittore: la BAA, un’azienda che gestisce lo scalo londinese di Heathrow, lo ha invitato a diventare il primo “scrittore residente” dell’aeroporto londinese. Più specificamente, gli ha chiesto di vivere una settimana rinchiuso in uno dei più grandi e frenetici scali occidentali, raccontandone la vita quotidiana. E in cambio, assicura De Botton, non ha chiesto nulla, concedendogli “perfino il permesso esplicito di essere schietto sull’attività dell’azienda”.

A pochi mesi da quell’esperienza, è nato così Una settimana all’aeroporto , ora pubblicato in Italia da Guanda. Un libro anomalo, difficilmente classificabile, a metà strada tra un cahier di viaggio e un reportage ironico e filosofico sulla vita quotidiana ai tempi dei jet e dei voli di linea.

Come uno spettatore curioso ed entusiasta (“qualche volta – confessa de Botton nel libretto – mi sono persino augurato un ritardo così consistente da assicurarmi un buon pasto o, in situazioni più estreme, una notte a spese della compagnia aerea”), l’autore dell’Arte di viaggiare si è ritrovato a vivere oltre cinquecento ore di fila in un edificio alto quaranta metri e lungo quattrocento, in grado di contenere quattro campi di calcio “pur riuscendo a trasmettere un senso di leggerezza e agio”.

Nel suo reportage, de Botton analizza tutto: dai sistemi di sicurezza ai teneri addii di imberbi fidanzatini, dalla fila ai check-in alle ricette delle mense, dalle code agli imbarchi fino ai saloni di bellezza dell’aerostazione. E con l’entusiasmo di un adolescente (ma anche con il fiuto critico dello scrittore di razza), restituisce un ritratto ironico e scapigliato di uno degli snodi centrali del nuovo villaggio globale.

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