A chi fa gola il patrimonio degli italiani

Per ridurre il rapporto tra debito e pil, la sinistra ha rispolverato la patrimoniale. Da Amato a Veltroni, sono almeno 5 le proposte sul tavolo, che prevedono salassi di migliaia di euro. Eccole.

A chi fa gola il patrimonio degli italiani A chi fa gola il patrimonio degli italiani

di Renzo Rosati

«La guerra è una cosa troppo seria per farla fare ai generali». La battuta di Georges Clemenceau si adatta benissimo alle tasse: questione troppo importante per affidarla ad accademici, esponenti di Palazzo di lunghissimo corso, tecnici prestati alla politica. Ancora di più se si parla di patrimoniale, un tabù per gli italiani che vantano quasi 10 mila miliardi di euro di ricchezza lorda, in gran parte case. La cifra, stimata dalla Banca d’Italia nel 2009 e resa nota nei dettagli il 20 dicembre 2010 con il dossier La ricchezza delle famiglie italiane, dice che al netto di prestiti e mutui abbiamo un tesoro di 8.600 miliardi: 5,7 volte il pil e soprattutto 4,6 volte il debito pubblico che pure è a livelli record. Ma via Nazionale ci rivela altre cose. Per esempio che i patrimoni reali (esclusi titoli e risparmi) valgono 5.332 miliardi, e le abitazioni 4.377. Inoltre la nostra ricchezza netta è la prima al mondo in rapporto al reddito, cioè a quanto guadagniamo mese dopo mese. Per l’esattezza è 7,8 volte, record nel G7. All’opposto gli Usa con 4,7 volte. Neppure il tanto decantato Giappone, con una ricchezza di 6,9 volte, ci batte. Ovviamente questi sono solo i beni delle famiglie: non di società magari domiciliate all’estero.

Forse l’evidenza nero su bianco di questo bendidio deveavere solleticato la fantasia. Nonostante che per tutta l’estate il ministro dell’Economia Giulio Tremonti abbia speso il suo tempo a convincere i paesi rigoristi, Germania in testa, che il debito pubblico italiano è reso «sostenibile» proprio dalla ricchezza privata; e pertanto dovranno essere ammorbidite eventuali manovre di rientro che verranno stabilite tra marzo e aprile. Fatto sta che a dare il via alle danze, il 22 dicembre, è stato Giuliano Amato, ex premier socialista noto per il prelievo nottetempo e retroattivo del luglio 1992 del 6 per mille su tutti i depositi in conto corrente, ricchi e poveri, buoni e cattivi. L’ex «dottor Sottile» ha dichiarato al Corriere della sera: «Il debito è di 30 mila euro a italiano, liberarci di un terzo già lo ricondurrebbe fuori dalla zona a rischio. Significherebbe pagare 10 mila euro a testa. Ma siccome gli italiani non sono tutti uguali, mettiamo la riduzione a carico di un terzo: 30 mila euro per un terzo degli italiani, magari in due anni. È sopportabile». Un mese esatto di tregua natalizia e la patrimonialite inizia a impazzare.

Il 22 gennaio la rilancia al Lingotto Walter Veltroni: «Un’imposta di tre anni a bassa aliquota sul 10 per cento degli italiani che detiene il 50 per cento delle ricchezze». L’idea ha un appeal per così dire etico. Ma come determinare quali sono le famiglie più ricche? L’unico indicatore è il solito, il reddito dichiarato. E qui tutte le statistiche confermano che il 10 per cento di «ricchi» sono quelli che dichiarano al fisco da 60-70 mila euro in su. Mentre la ricchezza netta per famiglia, ricche e non, è di 355 mila euro, censita da Bankitalia (e quella pro capite è di 142 mila, con nuclei familiari di due persone e mezzo). Dunque non si capisce come e con che equità andrebbe a colpire la patrimoniale veltroniana.

A cercare di chiarirne i contorni è, il 1º febbraio, Pietro Ichino, economista del Pd. Lo fa «immaginando uno scenario nel quale un nuovo governo - senza Silvio Berlusconi ovviamente -  si metta virtuosamente al lavoro per ridurre il debito. E introduca una tassa sul 10 per cento dei patrimoni più alti che va dallo 0,3 allo 0,5 per cento». Secondo Ichino, frutterebbe 20 miliardi «e rafforzerebbe l’affidabilità del debito pubblico riducendo di mezzo punto gli interessi da pagare» su btp e bot. Peccato che nel frattempo sia intervenuto con la leggerezza di un tank Pellegrino Capaldo, ex banchiere della sinistra dc oggi vicino al terzo polo. La ricetta Capaldo è: dimezzare il debito rastrellando dalle case oltre 900 miliardi, senza distinzione di reddito. Come? Con un’imposta dal 5 al 20 per cento sulla rivalutazione tra prezzo d’acquisto e vendita. E se la casa non viene venduta? Con una tassa sull’incremento virtuale di mercato, simile a quella stabilita anni fa, e poi cancellata, sui guadagni di borsa. E se c’è un mutuo? Basta girare, dice Capaldo, l’ipoteca a favore dello Stato. «Una fantasia, anzi una follia anticostituzionale, ridicola e assurda» commenta pur dalle sponde terzopoliste l’economista finiano Mario Baldassarri.

Un rompicapo. E un guazzabuglio politico e non solo: con esponenti del Pd che si rimbalzano la patrimoniale come una palla avvelenata, e altrettanto fanno imprenditori, da Emma Marcegaglia a Luigi Abete, a Carlo De Benedetti, e sindacalisti, come Susanna Camusso della Cgil, che considera la patrimoniale una battaglia di sempre. Per Enrico Letta, vice di Pier Luigi Bersani, «non è la proposta del partito. All’ultima assemblea abbiamo votato un documento che non prevede la patrimoniale». Peccato che lo stesso Bersani il 14 febbraio 2010 abbia detto: «Qualcuno mi spieghi perché siamo l’unico paese dell’Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni». Stefano Fassina, responsabile economico, attacca Veltroni. Economisti e tecnici di area come Michele Salvati e Tommaso Di Tanno, ex consulente di Vincenzo Visco, fanno a pezzi la tassa, «tanto più sulla casa». Eppure un documento del Nens, il centro studi di Visco e Bersani, intitolato Prospettive di riforma fiscale in Italia e datato ottobre 2010, che cita anche i contributi di Fassina e Di Tanno, oltre che di Visco, l’imposta la caldeggia. Così: «Va affrontato il problema della tassazione patrimoniale. Oltre ai noti effetti redistributivi e perequativi, presenta la caratteristica di non interferire in modo rilevante con l’attività economica perché viene pagata indipendentemente da produzione e consumo». La patrimoniale del Nens è tipicamente immobiliare, sul valore di mercato, con aliquota annua dello 0,5 per cento anche da suddividere tra proprietario e inquilino e affiancare al ritorno dell’Ici sulla prima casa.

Se la sinistra è dilaniata dal dubbio di avere alzato una palla a Berlusconi, gli industriali riflettono la contrarietà della loro base. Marcegaglia, presidente della Confindustria, dice: «Non ne abbiamo proprio bisogno». Ma Abete, capo dell’Assonime, l’associazione delle aziende quotate, la propone come prelievo minimo e permanente per spostare le tasse dal reddito alla ricchezza, esattamente come il Nens. Stessa cosa De Benedetti: l’Ingegnere racconta di averne parlato «con interesse» nel direttivo confindustriale. Conclusioni? Mentre il Cavaliere impugna il vessillo antipatrimoniale e Giulio Tremonti non si sbilancia, l’82 per cento delle famiglie con una casa farà bene a drizzare le orecchie. Soprattutto se l’Europa, l’alibi di sempre, presenterà il conto.

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