Banche, la nuova Lehman Brothers è in Europa

Crisi dell’euro, mutui subprime, derivati, elusioni fiscali. Le colpe di un sistema che non vuole cambiare.

Banche, la nuova Lehman Brothers è in Europa Banche, la nuova Lehman Brothers è in Europa

di Redazione

di Stefano Cingolani

«Non vi fidate, lasciate perdere le banche: se avete soldi, investite altrove». Chi spara la sentenza non è un ragazzo della new left accampato a Zuccotti Park, bensì Shah Giliani, capoeconomista di Money Morning , newsletter finanziaria che si presenta così: «Solo le notizie dalle quali puoi trarre profitto». Come gli altri guru di Wall Street, anche lui scommette su chi sarà la nuova Lehman. Il pericolo viene dall’Europa e i bookmaker puntano su una stella francese, per esempio la Société Générale di Daniel Bouton, data per fallita già in agosto con bombardanti cinguettii su Twitter, o la Bnp Paribas (che in Italia possiede la Bnl), nazionalizzata nel 2009.

Gli stress test hanno messo nel mirino anche i colossi tedeschi, spiega Marco Onado, uno dei maggiori studiosi del campo: la Hypo Real Estate è stata bocciata e sono al limite dell’insufficienza Deutsche Bank, Deutsche Postbank, Landesbank Berlin, la più grande delle casse di risparmio locali travolte dallo scoppio della bolla immobiliare anche perché dotate di capitale nettamente insufficiente: appena il 2,7 per cento.

«La Germania ha il sistema industriale più forte e il sistema bancario più debole» sintetizza Giuseppe Scognamiglio, capo delle relazioni pubbliche all’Unicredit. Una volta accesa la miccia, l’incendio può divampare ovunque, anche nelle aziende di credito italiane traboccanti di bot e btp dal valore calante.

I debiti sovrani sono solo l’ultima goccia. Epicentro del crac già nel 2008, le banche non hanno cambiato né il pelo né il vizio e suscitano un’ondata di rigetto. A New York il pubblico ministero di Manhattan ha preso di mira in modo particolare Lloyd Blankfein, il quale ha speculato al ribasso, ha spinto le azioni sul piano inclinato gonfiando i profitti della Goldman Sachs, una «piovra vampiro», come la chiama Matt Taibbi, uno dei giornalisti più irriverenti di Rolling Stone.

La Citigroup, numero uno al mondo, ha piazzato ai clienti prodotti finanziari garantiti da mutui subprime, per poi scommettere contro di essi. Il big boss Vikram Pandit ha deciso di scendere a patti con la Sec, la commissione di controllo sulla borsa americana, e pagherà 285 milioni di dollari. L’Unione Europea ha avviato un’ispezione sulla Deutsche e altre banche sospettate di determinare con accordi di cartello il prezzo dell’Euribor, il tasso al quale sono rapportati i mutui e in genere il costo del denaro.

In Italia la magistratura ha sequestrato 245 milioni di euro all’Unicredit, accusata di frode fiscale nel 2007 e 2008. In sostanza, sono stati spostati fondi in un conto aperto presso la Barclays come fosse un contratto pronti contro termine sul quale l’Unicredit incassava i dividendi.

In questo modo, il ricavato diventa deducibile per il 95 per cento. Secondo l’Agenzia delle entrate, invece, è un mero deposito interbancario. Al di là degli esiti giudiziari, l’«operazione Brontos» offusca l’immagine dell’ex amministratore delegato Alessandro Profumo.

Ma il grande inquisitore dell’erario, Attilio Befera, numero uno dell’Agenzia, non si ferma qui: vuole recuperare 1 miliardo da operazioni di finanza strutturata delle quali sono pieni i bilanci dei maggiori istituti. Si tratta della Banca popolare di Milano, del Credem, del Monte dei Paschi di Siena, di Intesa Sanpaolo.

Queste operazioni trovano sponda nei maggiori partner internazionali: la Royal Bank of Scotland, la Dresdner, la Deutsche Bank. Giudici, risparmiatori, per non parlare degli indignati: tutti contro i banchieri. E fra gli imputati finiscono anche i controllori, come la Consob e la Banca d’Italia che non avrebbero vigilato sulle malefatte di Gianfranco Lande, il «Madoff dei Parioli».

Vezzeggiati e protetti, grandi elettori di presidenti come negli Stati Uniti e in Francia o di cancellieri e primi ministri, come in Germania e in Italia, ora i banchieri sono considerati gli untori che propagano la peste finanziaria. Il bacillo micidiale si trova nei derivati, anzi esattamente negli Otc (over the counter), cioè i titoli scambiati fuori dalla borsa ufficiale. La Banca dei regolamenti internazionali (espressione di 56 banche centrali) stima che ammontino a 600 mila miliardi di dollari, cioè nove volte il prodotto lordo annuo del mondo intero, 28 volte il valore di mercato delle banche quotate.

Grazie a essi, con mezzi propri ridotti ci si può imbarcare in operazioni colossali (è l’effetto leva), spalmando il rischio sulla più ampia platea di risparmiatori. In Italia bruciano ancora ferite come tango bond (travolti dal default dell’Argentina nel 2001), Cirio, Parmalat, My Way, For You. Prodotti poco trasparenti, rifilati a clienti magari un po’ ingenui, dalla Banca di Roma o dalla Banca del Salento poi assorbita dal Monte dei Paschi. La francese Dexia, bifallita e bisalvata, è sott’accusa per operazioni dubbie con il Comune di Pisa.

Sui bilanci degli enti locali pesano debiti per circa 30 miliardi dovuti a derivati. Ma anche l’industria è finita nel circuito infernale: il 38 per cento delle imprese con oltre 500 addetti ha sottoscritto questi contratti, la quota scende a 23,8 per quelle con oltre 100 e al 15 per le piccole.

«Mutui subprime, cartolarizzazioni, contratti esotici o semplice vaniglia, finanza ombra, banche che si espongono senza avere le basi di capitale per reggere: questa è la sequenza micidiale» spiega Gregorio De Felice, capoeconomista dell’Intesa Sanpaolo. «Il sistema ormai è troppo complesso per trovare soluzioni semplici».

Se Atene dovesse fallire, partirebbe una reazione a catena dalla Francia, dove sono parcheggiati 56,7 miliardi di titoli ellenici, alla Germania (33,9 miliardi), dalla Gran Bretagna (14,1) al Portogallo (10,2). Sono coinvolti i più bei nomi del mondo finanziario, da Ubs a Société Générale, da Deutsche Bank a Fortis, mentre negli istituti italiani ci sono solo 4,1 miliardi, soprattutto in Generali e Unicredit.

Una sforbiciata al debito greco del 50 per cento costerebbe più di 60 miliardi. Ancora poca cosa rispetto al rischio che vengano svalutati i buoni del tesoro italiani (410 miliardi nelle banche francesi, 165 in quelle tedesche) o i bonos spagnoli (178 miliardi in Germania e 146 in Francia). Le banche italiane hanno meno leva, però anche meno capitale e sono fino al collo nell’ingranaggio.

Per rifornirsi di denaro attingono ai depositi della clientela più che in altri paesi (in media un terzo della provvista), il resto però proviene da debiti sotto forma di obbligazioni emesse o prestiti da altri istituti. E con 100 miliardi di sofferenze, secondo l’Assobancaria, c’è ancora più bisogno di contante.

«Siamo in presenza di una vera e propria crisi di liquidità, alla quale le banche sono particolarmente esposte data la notevole quantità di titoli di stato da loro detenuta» valuta Angelo Baglioni, professore alla Cattolica di Milano. E cita due indicatori preoccupanti: «I prestiti che si fanno tra loro stanno diventano sempre più costosi; e aumenta il ricorso alla Bce, raddoppiato in luglio e agosto rispetto ai mesi precedenti, anche se il tasso praticato (1,5 per cento) è ben superiore al tasso di mercato (0,9 per cento)».

Il sistema di vasi comunicanti è intasato e oggi il dilemma, conclude Antonio De Socio in una ricerca per la Banca d’Italia, è «spremere la liquidità disponibile come un limone o attaccarsi al rubinetto delle banche centrali».

Nell’un caso o nell’altro, i banchieri si chiudono in difesa; un’illegittima difesa perché scaricano i costi sui clienti: riduzione dei prestiti, aumento degli interessi (quelli sui mutui italiani solo fra luglio e agosto sono saliti in media da 3,2 a 3,5).

Per uscire dalle trincee la via maestra è aumentare il capitale. In Europa ci vogliono 108 miliardi di euro. Dove trovarli? I contribuenti hanno già dato: 295 miliardi di euro in Gran Bretagna, 282 in Germania, 141 in Francia, 117 in Irlanda, 98 in Spagna e 95 nei Paesi Bassi (in Italia appena 4).

Ora si cerca di coinvolgere i privati, fondi di investimento, grandi società d’assicurazioni. Il finanziere Warren Buffett, dopo avere partecipato al salvataggio della Goldman Sachs, nell’agosto scorso ha investito 5 miliardi di dollari nella Bank of America. Ce ne vorrebbero decine come lui.

Ma rafforzare il patrimonio non basta se non cambia il paradigma. Il supermarket della finanza, ferito a morte dal crac del 2008, è stato salvato, non trasformato. I top manager hanno ricominciato come se nulla fosse, scambiandosi pezzi di carta anziché prestare quattrini alle imprese. Utili e bonus sono cresciuti di nuovo e il supermercato è diventato un casinò dove chi perde alla roulette s’indigna con il croupier.

È arrivato il momento di spezzare questi colossi dai piedi d’argilla, ammonisce Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra. Chi gestisce i depositi dei clienti non può usarli per speculare, ha proposto Paul Volcker, il governatore della Federal Reserve che sconfisse l’inflazione nell’era Reagan. Non tutti la pensano così. Scognamiglio difende il modello universale perché consente di diversificare i rischi e spostare gli utili venendo in soccorso ai comparti in difficoltà. «Il problema non è la banca, ma la banca ombra» aggiunge.

Antonio Foglia, nipote del primo presidente della borsa nel dopoguerra e figlio di Alberto, chairman del fondo Quantum di George Soros, dalla sua Banca del Ceresio esprime una visione più radicale: «Specializzarsi, tornare alla piccola dimensione per piccoli depositi e abolire la normativa attuale. I criteri di Basilea II permettono un leverage pari a 10 volte sulle azioni e ben 50 volte sulle obbligazioni; i tanto vituperati hedge fund operano con due o tre volte il capitale. Infine, rendere gestibile e sopportabile il rischio fallimento».

Nessuno è troppo grande per fallire. Senza questa sanzione, manager, banchieri, politici continueranno sempre a usare la banca come una mucca da mungere. Ma occorre evitare un effetto domino senza far rientrare dalla finestra i salvataggi pubblici. Ecco perché è meglio chiudere gli ipermercati e aprire le boutique. In fondo, è la linea prevalente nei migliori grandi magazzini, da Sachs a Le Bon Marché, dove il cliente può scegliere, ma sa anche bene cosa compra e soprattutto chi è responsabile.

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