Riforma del lavoro: ecco come funzionerà la nuova Conciliazione

Prima di iniziare una causa in tribunale, un'azienda e un lavoratore licenziato per motivi economici dovranno cercare una mediazione di fronte a un collegio super-partes. Per evitare le lungaggini e le incertezze della giustizia ordinaria.

Riforma del lavoro: ecco come funzionerà la nuova Conciliazione Riforma del lavoro: ecco come funzionerà la nuova Conciliazione
Books and legal research in the courthouse
di Andrea Telara

Davanti al Conciliatore, per trovare un'accordo, prima di andare in tribunale. Sarà questo il primo passo che un imprenditore e un suo dipendente dovranno compiere, quando iniziano una controversia giudiziaria legata a un licenziamento.

A stabilirlo è il testo della nuova riforma del lavoro, che specifica però chiaramente una cosa: questa nuova procedura obbligatoria di conciliazione non riguarderà  tutti i  licenziamenti ma soltanto quelli che avvengono per motivi oggettivi, cioè per ragioni economiche e organizzative dell'impresa (che sono poi quelli più dibattuti e che hanno generato non poche polemiche tra le parti sociali, nelle ultime settimane).

IL TESTO DELLA RIFORMA

TUTTO SULLA RIFORMA DEL LAVORO

Ecco come funzionerà il nuovo procedimento che, almeno nelle intenzioni del governo, dovrebbe snellire i contenziosi di lavoro e ridurne i tempi.

RITORNO AL PASSATO. Innanzitutto, va fatta una premessa importante: in Italia, la procedura della Conciliazione tra le imprese e i loro dipendenti esiste già da tempo. Anzi,  fino al 2010 era addirittura obbligatoria, secondo le disposizioni dell'articolo 410 del codice di procedura civile. Nel novembre di un anno e mezzo fa, una norma approvata dal governo Berlusconi (cioè la legge n. 183 del 2010, meglio nota come Collegato Lavoro ), l'ha resa però facoltativa.

Questa decisione è stata adottata per un motivo molto semplice: invece di ridurre i tempi del processo e favorire un accordo extra-giudiziale tra le parti, la conciliazione aveva spesso un effetto opposto a quello sperato, cioè dilatava ulteriormente la durata del contenzioso, poiché si concludeva in genere con un esito negativo e non faceva altro che aggiungere un passaggio in più ai 3 normali gradi di giudizio, previsti dalla giustizia ordinaria. Ora, però, il governo Monti ha deciso di ritornare al passato, rendendo nuovamente obbligatoria la conciliazione, seppur soltanto per i licenziamenti economici.

COME FUNZIONA . Secondo quanto già previsto oggi dalla legge, la procedura si svolge presso la Direzione Provinciale del lavoro (Dpl), davanti a un'apposita commissione, così composta: la presidenza è affidata al direttore della stessa Dpl o a un suo rappresentante designato oppure a un magistrato in pensione, affiancati da un collegio di 8 conciliatori (4 esponenti del mondo delle imprese e altri 4 delle organizzazioni sindacali).

La novità principale introdotta dall'ultima riforma del lavoro riguarda alcuni aspetti del procedimento e, soprattutto, i tempi entro i quali dovrà essere concluso. Non appena decide di licenziare il dipendente per motivi economici, l'azienda dovrà infatti darne comunicazione alla Direzione Provinciale del Lavoro, che convocherà  le parti (cioè l'impresa e il licenziato) entro 7 giorni dal ricevimento della notizia.

A quel punto, inizierà il tentativo di conciliazione in cui, secondo le disposizioni della riforma, sia l'azienda che il dipendente potranno essere assistiti da un rappresentante delle associazioni di categoria o dei sindacati oppure da un avvocato e da un consulente del lavoro.

LA PROPOSTA DI ACCORDO. Entro 20 giorni dalla convocazione delle parti, il conciliatore cercherà una soluzione, capace di accontentare sia l'impresa che il dipendente, per evitare l'inizio di una controversia giudiziaria vera e propria. Il conciliatore, per esempio, può proporre all'azienda di erogare un risarcimento in denaro al lavoratore, perché il licenziamento ha buone probabilità di essere dichiarato ingiusto dal giudice.

Il collegio non ha però  un "potere di imperio", cioè non può imporre la propria decisione ai contendennti , che hanno dunque la facoltà di rifiutare la proposta e darsi così appuntamento in tribunale. Non è possibile, per esempio, imporre all'azienda il reintegro del lavoratore nell'organico, nel caso in cui il motivo del  licenziamento sia "manifestamente infondato".

Se il tentativo di trovare un accordo fallisce, la palla passa dunque al giudice, che deve tenere conto anche di tutti gli atti e i documenti raccolti dalla Dpl durante la conciliazione e del comportamento tenuto in precedenza da entrambe le parti di fronte al mediatore.

Secondo il governo, tutte queste nuove procedure avranno un effetto molto positivo: spingeranno cioè il lavoratore e l'azienda a mettersi d'accordo, per risolvere in tempi rapidi la loro lite, prima di affrontare  le lungaggini e le incertezze della giustizia ordinaria.

I DUBBI DEI GIURISTI. Tra gli esperti di diritto del lavoro, però, c'è chi non nasconde una certa dose di scetticismo. E' il caso di Maurizio Del Conte, professore alla Bocconi di Milano, che vede nel testo della riforma molte buone intenzioni (in particolare riguardo ai tempi della procedura), che rischiano però di essere presto disattese. La legge  stabilisce infatti che la conciliazione debba  concludersi nel giro di circa un mese, senza però prevedere eventuali sanzioni, nel caso in cui le scadenze non vengano rispettate.

Su questo fronte, purtoppo, l'esperienza del passato non è molto incoraggiante. Non sarebbe  infatti la prima volta che le controversie tra le aziende e i dipendenti si concludono oltre i tempi previsti dalla legge.  Ecco un esempio concreto: un articolo dello Statuto dei Lavoratori (il n.28) obbliga i giudici ad assumere una decisione nell'arco di 2 soli giorni, su tutti i casi di comportamento anti-sindacale messi in atto da un'azienda a danno dei propri dipendenti.

Ma la scadenza non viene quasi mai rispetatta. "Sfido chiunque", dice Del Conte, "a trovare tribunale italiano capace di pronunciarsi in tempi così rapidi". C'è il rischio, dunque, è che gli obiettivi della riforma Fornero rimangano soltanto sulla carta.

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