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SHOPPING IN ITALIA CHI SONO GLI UOMINI CHE FANNO INCETTA DI PICCOLE E MEDIE IMPRESE

Cacciatori di aziende

Antonio Galdo  20/6/2002

Pochi capitali, risse familiari, scarsa cultura manageriale. Così tanti pezzi pregiati del made in Italy finiscononel mirino dei professionisti del «private equity»: gente capace di tirar fuori in un anno 2 miliardi di euro per comprare e rilanciare soci

La caccia è aperta. Nel mirino ci sono pezzi pregiati del made in Italy: piccole e medie società non quotate in borsa, tasselli strategici del nostro sistema industriale, spesso a corto di ossigeno (capitali per crescere) e di uomini (manager per uscire dal tunnel delle risse familiari). Nel gruppo dei cacciatori si è formata una nuova generazione di «money maker»: gente con esperienze professionali trasversali, dalla finanza alle fabbriche, che si è lanciata nella sofisticata attività del «private equity», l'arte di comprare e vendere aziende. E le munizioni? Sono potenzialmente illimitate: la rete di rapporti e di alleanze dei money maker è così globale da fare considerare quello delle risorse finanziarie, necessarie per gli acquisti, un non problema.
Nel 2001, anno tosto per investimenti e mercati, i 96 operatori iscritti all'Aifi (Associazione italiana degli investitori nel capitale di rischio) hanno firmato assegni per oltre 2 miliardi di euro. Una piccola quota di quella montagna di soldi, spesso in arrivo da grandi banche e istituzioni finanziarie straniere, disponibili per la caccia agli affari nel capitalismo molecolare italiano.

Prendiamo, per esempio, la Private Equity Partners, controllata da Fabio Lorenzo Sattin (presidente) e Giovanni Campolo (amministratore delegato), entrambi quarantenni. In pochi anni di attività hanno già comprato e venduto 65 partecipazioni in società di rango. Come la Natuzzi, accompagnata alla borsa di New York, e l'Art'è, sbarcata a Piazza Affari.
O la Camuzzi, interamente ceduta all'Enel, con una ricca plusvalenza. Affiatati dalle comuni origini professionali, la Chase Manhattan bank, Campolo e Sattin si dividono i ruoli proprio come due cacciatori affezionati alla stessa preda: il gruppo Wire Industries (dove la Private Equity Partners controlla il 61 per cento del pacchetto azionario), uno dei leader in Europa nella produzione di componenti per elettrodomestici con stabilimenti a San Donà di Piave e Conzano Monferrato.
Campolo va e viene dalla Spagna per discutere con i ministri della regione Navarra l'apertura di una nuova fabbrica; Sattin si occupa dell'architettura finanziaria, perché entro tre anni la Wire Industries finirà in borsa. Intanto, una squadra di sette giovani analisti spulcia carte e bilanci di altre aziende nel mirino: di offerte ne arrivano circa 350 l'anno, una al giorno. Compreso il Calcio Napoli, per il momento sotto osservazione.
Racconta Campolo: «Noi siamo dei compagni di viaggio. La nostra forza è una rete di rapporti e di competenze che possiamo mettere in pista, sapendo che chi affida capitali a un fondo di private equity deve innanzitutto guadagnare, valorizzando l'azienda. E non fare una semplice speculazione».
Valorizzare, spesso, significa crescere. Arrivare a quella media dimensione che per molte imprese nazionali, con i relativi marchi, è una chimera. In questa prospettiva, i sette soci della B e S di Milano stanno costruendo un pezzo importante del loro Monopoli aziendale.
La scatola è la bolognese Ico, società nel settore dell'igiene personale e del beauty, da 17 milioni di euro di fatturato. Per salire di dimensioni, e di quote di mercato, nella Ico sono entrati, a colpi di acquisizioni, il dolcificante Suaviter, acquistato dalla Roche, i fazzoletti della Fresh & Clean e la distribuzione dei profilattici Primex e dei prodotti Nuvenia.

Nuovo acquisto, in rampa di lancio, è il profumo Atkinson, ceduto dalla Fabergé. La Ico, con altre aggregazioni, potrebbe entro i prossimi due anni diventare un gruppo da 150 milioni di euro di fatturato. D'altra parte la B e S ha nel suo carnet di affari «aperti e chiusi» l'operazione Guala, un vero gioiello della media industria italiana, con un socio fondatore, Pier Giacomo Guala, e decine di figli e di nipoti.
La Guala è leader mondiale nelle chiusure di garanzia per i superalcolici: il tappo del Chivas, per esempio, è composto da 14 pezzi, fabbricati ad Alessandria. Con l'ingresso della B e S l'azienda è cresciuta, ha aperto nuovi stabilimenti in Russia e in Cina, arrivando a un fatturato superiore ai 250 milioni di euro. Nel 2001 i soci di B e S hanno portato a casa milioni di euro di guadagno, vendendo la loro partecipazione a un altro fondo, Investitori associati, e ad alcuni manager dell'azienda.
I sette soci del fondo, per fare il punto sulle prede e sulla caccia, si riuniscono ogni lunedì dalle 8.30 alle 10.30. Due ore e una specie di messa cantata nel nome del business: si esaminano nuove opportunità, si affidano esplorazioni, si decide se bisogna chiudere un'operazione.
Niente voti, ma quando le opinioni dei soci sono diverse conta la maggioranza. L'ultima preda è stata l'azienda che produce l'olio Carapelli (con un giro d'affari di 200 milioni di euro) e da qualche settimana, nella riunione del lunedì, alla B e S sono approfonditi anche i dossier relativi ad aziende meridionali specializzate in prodotti alimentari di qualità. Pasta, olio, mozzarella.

E proprio dal Mezzogiorno è partito lo shopping della Equinox Investment, il fondo affidato al tandem Salvatore Mancuso-Pierfrancesco Saviotti. Una coppia mista. Mancuso è un manager d'impresa, siciliano, con ottime amicizie; Saviotti è ex amministratore delegato della Comit, lombardo, con l'esperienza di chi ha trattato migliaia di affari passati per le stanze di una grande banca. Insieme hanno firmato un assegno di 15 milioni di euro e sono diventati azionisti (14,8 per cento) della Moby invest, la società dell'armatore napoletano Vincenzo Onorato, sfidante nella Coppa America con il suo Mascalzone latino XII. Come due trottole, Mancuso e Saviotti girano l'Italia: «Le opportunità sono tante» dice Mancuso «anche perché i prezzi delle aziende sono scesi, considerando la congiuntura del mercato.
«Piuttosto, gli imprenditori mostrano ancora molta diffidenza per i soci esterni alla famiglia. Ma il private equity è il futuro del sistema imprenditoriale, sono convinto che tra una decina d'anni la proprietà dell'industria made in Italy sarà irriconoscibile rispetto a oggi».

Dieci anni? Forse anche prima, se diamo uno sguardo sintetico ad alcune delle centinaia di operazioni in cantiere con i capitali messi sul tavolo dai fondi del private equity. Hanno già cambiato assetto azionario marchi storici del settore alimentare (Galbani e Parmacotto), dell'abbigliamento (Bruno Magli e Arena), delle telecomunicazioni (Omnitel, Italtel).
Ed è iniziata la corsa per pezzi dell'argenteria di famiglia della Fiat (dalla Teksid alla Comau), che saranno ceduti per fare cassa e salvare il gruppo di Torino. I cacciatori non hanno tregua. Per individuare le prede consultano gli elenchi delle aziende iscritte alle camere di commercio del Nord-Est; contattano commercialisti e notai ai quali i Brambilla affidano le loro rogne per i rissosi passaggi generazionali; bussano alle filiali delle ricche banche locali. E se gli obiettivi nel mirino si moltiplicano a vista d'occhio, la stessa moltiplicazione riguarda i money maker.
Il dato è di questi giorni: nel prossimo anno entreranno nel mercato italiano almeno altri 20 fondi di private equity, stranieri e nazionali.
Come Rubikon Partners che dalla City di Londra porterà milioni di euro da spendere per aziende nei paesi mediterranei; oppure come la società messa in piedi dall'Istituto San Paolo, proprietario del Banco di Napoli, per affondare il portafoglio nel tessuto industriale del Mezzogiorno. «Nuovo carburante per le incursioni del private equity arriverà con l'introduzione dei fondi pensione» avverte Anna Gervasoni, direttore generale dell'Aifi con il doppio lavoro. A lei, infatti, è affidato un master all'Università di Castellanza per formare analisti e operatori del private equity. Quando finiscono gli studi, trovano tutti lavoro in pochi giorni.
E la caccia grossa, infine, non può escludere le preziose riserve del mondo dei media.

Qui, in prima fila, con un capitale di 200 milioni di euro, ci sono Aldo Livolsi, ex amministratore delegato di Fininvest e Mediaset, e Stefano Borghi, ex numero uno della Nokia Italia.
In pochi mesi hanno costruito un piccolo impero con investimenti nella tv commerciale (HomeShopping Europe), nell'emittenza radiofonica (Radio 105), nella produzione cinematografica (la società di Rita Rusic), nelle televendite (Proft spa). Livolsi e Borghi, che sono stati in corsa anche per l'acquisto della tv La7, pensano seriamente a un colpo nella carta stampata. Anche loro guardano bilanci, cercano venditori e alleati, aspettano che i prezzi dei giornali «diventino più ragionevoli». Oppure che si aprano le porte per entrare nel salotto dell'editoria italiana: il Corriere della sera. I soldi li hanno, pronti sul tavolo, come tutti i cacciatori del private equity.

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