| TITOLO RIAMMESSO IN BORSA | ||
| Buoni a tavola, pessimi in finanza | ||
| Dopo la Cirio, un altro nome e un altro marchio che entra in tutti i supermercati e in quasi tutte le case, un'altra azienda con ottimi prodotti al centro di una storia di obbligazioni (bond) a rischio, di sovraesposizione con le banche, di fondi trasferiti su fondi esteri da nomi come Epicurum, Buconero. Ecco com'è andata. | ||
| di Renzo Rosati | ||
| 10/12/2003 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001022140 | ||
| Ma che succede all'industria alimentare italiana? Dopo la Cirio, la Parmalat. Un altro nome e un altro marchio che entra in tutti i supermercati e in quasi tutte le case, un'altra azienda con ottimi prodotti al centro di una storia di obbligazioni (i famosi bond) a rischio, di sovraesposizione con le banche, di fondi trasferiti su fondi esteri da nomi come Epicurum, Buconero. Altrettanto illuminante l'ubicazione di questi denari: le Isole Cayman, Malta, le Antille Olandesi, Lussemburgo e altri paradisi fiscali. La storia è complicata ma si può sintetizzare così: la Parmalat si è massiciamente indebitata con le banche le quali hanno emesso a fronte dei debiti delle obbligazioni; il rimborso di alcune di queste (la più imminente a scadenza 15 dicembre) non appare certo perché l'azienda, che dovrebbe mettere sul piatto il denaro contante, afferma di non avere i soldi disponibili; parte della liquidità, 590 milioni di dollari, era stata «investita» in un fondo delle Isole Cayman denominato appunto Epicurum e da tale «investimento» l'azienda si era impegnata a far rientrare il contante necessario al rimborso dei bond. Ma il denaro depositato nell'Epicurum si è volatilizzato, così come gran parte della liquidità totale indicata da Parmalat nell'ultima relazione trimestrale, il 30 settembre: 4,2 miliardi di euro. COME UNA MANOVRA FINANZIARIA In definitiva, secondo gli esperti incaricati dalle banche creditrici, ballano 6-7 miliardi di euro, ma i più pessimisti parlano di 9,2 miliardi. Quanto una manovra finanziaria del governo. Le banche stavolta sembrano avere poche responsabilità, salvo quella di aver assegnato mesi addietro alle obbligazioni Parmalat una pagella (rating) molto ottimistica. È il caso per esempio dell'Abaxbank, guidata da Fabio Arpe, fratello di Matteo, amministratore delegato della Capitalia. «JUNK», SPAZZATURA Mentre le agenzie di rating declassano a «junk» (spazzatura) i bond della Parmalat, le banche si considerano vittime alla stregua degli obbligazionisti; e hanno incaricato un mago delle ristrutturazioni come Enrico Bondi di commissariare l'azienda. Nel frattempo le azioni Parmalat, che fanno parte del Mib 30, l'élite di Piazza Affari, sono sospese dal listino; e il mondo del credito trema ancora di più che per il crac della Cirio e per la crisi Fiat. Rispetto alla Cirio, infatti, l'esposizione finanziaria è di dimensioni assai maggiori; mentre rispetto alla Fiat c'è il timore che tutti i i soldi siano finiti all'estero. MARCHIO CHE E' UNA GARANZIA Ma perché la Parmalat, come la Cirio, è finita in una crisi così nera? In fondo il suo marchio è una garanzia, i prodotti sono conosciuti, il gruppo è presente in 30 paesi del mondo con un fatturato di 8 miliardi di euro realizzato per quasi l'80% oltre confine. Calisto Tanzi, il patron della Parmalat, è un industriale sulla breccia da anni: famose le sue frequentazioni politiche, in particolare con l'ex segretario dc Ciriaco De Mita, al quale metteva a disposizione elicotteri e ville sull'Appennino. Ma famoso anche il suo spirito d'iniziativa, che ha portato l'azienda a essere tra l'altro leader nella tecnologia del latte a lunga conservazione, anche quella esportata in tutto il mondo. VORTICOSO GIRO Bizzarro che vadano in crisi marchi di massa come Parmalat e Cirio, proprio ora che si diffondono supermercati e alimentazione di massa. Dunque resta la domanda: come mai? La risposta al momento pare soprattutto una: la tentazione della finanza, la smania di moltiplicare il capitale non tanto investendo nel cuore del prodotto ma in operazioni estero su estero. Un vorticoso giro di operazioni che possono essersi rivelate sbagliate, sfortunate o troppo furbe, a seconda della reale destinazione presa dai soldi. Ma il risultato non cambia. Ora la famiglia Tanzi ribadisce l'impegno nell'azienda, ma la fiducia di banche e investitori è minata. Il marchio reggerà, probabilmente, perché ha un valore commerciale e produttivo non da poco. Ma la prospettiva è di finire in mani straniere, forse tedesche, dove si pensa un po' meno alle acrobazie finanziarie e più al prodotto e al mercato.
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