| TITOLO PARMALAT SOSPESO PER ECCESSO DI RIBASSO | ||
| Crac, debiti, buchi e controllori distratti | ||
| I bond Parmalat non pagati, le oscure operazioni della Cirio, la bizzarra quotazione del gruppo Giacomelli, il passivo della Gandalf. Il sistema industriale italiano è sottomesso alle banche. Che troppo spesso hanno concesso denaro senza le dovute attenzioni. Approfittando delle maglie larghe della vigilanza | ||
| di Angelo Pergolini | ||
| 12/12/2003 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001022165 | ||
| Alla fine, dopo tante elucubrazioni, calcoli e complicate analisi finanziarie, la domanda più semplice, banale e, bisogna dire, di buon senso se l'è posta il signor Guy Deslondes, numero uno per l'Italia dell'agenzia di rating Standard & Poor's. Ed è questa: 11 mesi fa la Parmalat dichiarava di avere 4,2 miliardi di liquidità. E inoltre precisava, per la tranquillità di creditori, fornitori e mercati finanziari, che 1,1 miliardi erano cash, ovvero depositati in banca, mentre un altro miliardo e mezzo di euro era investito in titoli obbligazionari con rating superiore ad A. Come dire roba buonissima, vendibile all'istante. E allora, si chiede candido Deslondes, come mai Calisto Tanzi, fondatore della Parmalat, non è stato in grado di staccare all'istante un assegno da poche decine di milioni di euro? Perché di questo si trattava: infatti il bond in scadenza da 150 milioni era già stato ricomprato per oltre due terzi. Quel che restava da rimborsare erano briciole per un colosso multinazionale con 7,5 miliardi di fatturato. E invece...
Poi, certo, facendo le pulci ai bilanci della Parmalat spunta l'improbabile fondo Epicurum delle Cayman dove sono volati 600 milioni. Che forse torneranno a Collecchio (forse), ma quando non si sa. E ci si imbatte in una finanziaria svizzera con un nome da scongiuri: Buconero. E in poco comprensibili movimentazioni offshore a livello planetario, che profumano tanto di back to back (in sintesi: operazioni fittizie che servono a costituire attivi fantasma). Tutto vero. Ma se Tanzi ha 1,1 miliardi depositati in banca, perché non ha aperto subito, e senza fare storie, il portafoglio? Le risposte possibili alla domanda sono, alla fine, solo due. Prima risposta: i soldi cash c'erano, solo che adesso non ci sono più. Seconda risposta: i soldi non ci sono. E non c'erano nemmeno 11 mesi fa. Quale che sia la soluzione del mistero, ci sarebbe però un'altra domandina da porre: che cosa dice la Deloitte, la società di revisione che ha certificato i bilanci della Parmalat? Come stiano le cose, adesso, lo appurerà Enrico Bondi, nominato «superconsulente» per districare questo affare. E per tranquillizzare le banche creditrici (tutti i maggiori gruppi, tranne l'Unicredito). Che tuttavia tranquille non sono per niente. Perché durante il weekend dell'Immacolata hanno fatto qualche conto e ne hanno dedotto che c'è poco da stare allegri. Primo: hanno scoperto che l'indebitamento complessivo del gruppo, certificato al 30 settembre scorso in 6.039.993 mila euro, è cresciuto in un amen del 10 per cento. Come mai? Perché circa 600 mila euro iscritti a bilancio come attività sono risultati in realtà debiti. Secondo: nei prossimi 12 mesi la Parmalat dovrà far fronte a impegni finanziari in scadenza per 1,5 miliardi di euro. Ma se Tanzi ha visto l'ombra del default per poche decine di milioni, come farà a saldare un conto a nove zeri? «Se si parlerà di progetti seri e convincenti le banche creditrici non si tireranno indietro» dice Corrado Passera, amministratore delegato della Intesa, uno dei gruppi più esposti. Quello che le banche hanno in mente è una sorta di replica del caso Fiat. Da un lato sono disposte a offrire sostegno finanziario. Dall'altro, però, non si accontentano di veder chiaro nei conti della Parmalat. Esigono di aver voce in capitolo nella ristrutturazione del gruppo e nella scelta del management. E pongono una condizione: che l'azionista di maggioranza (l'Ifil degli Agnelli nel caso Fiat, la Coloniale dei Tanzi per la Parmalat) faccia «la sua parte». Insomma, che tiri fuori soldi. Veri, però. Resta il fatto che tutti i grandi banchieri, in questi giorni di fine anno, sono molto ma molto preoccupati. I mercati finanziari sconcertati. E centinaia di migliaia di risparmiatori spaventati. Perché il caso Parmalat è esploso mentre deflagrava il crac Cirio, con l'avviso di garanzia per bancarotta preferenziale a Cesare Geronzi, presidente della Capitalia. Perché il sistema industriale italiano è sempre più indebitato nei confronti delle banche. E infine perché comincia a serpeggiare un dubbio, allo stesso tempo inquietante e devastante, sia per i banchieri sia per gli investitori: ma quante Cirio ci sono davvero in circolazione? Per dirla tutta: fino a che punto è lecito fidarsi dei bilanci, per quanto debitamente certificati dai revisori? In questi giorni Geronzi è nell'ordine: indignato, preoccupato e furibondo. Indignato perché la procura della Repubblica di Roma ha ordinato non solo la perquisizione dei suoi uffici a Capitalia, ma anche della sua abitazione privata. «Senza prelevare né un foglio né una agenda» ripete Geronzi ai suoi stretti collaboratori. Ma il banchiere romano è anche preoccupato perché oltre alla faccenda Cirio («Cragnotti ci ha fatto perdere 160 milioni») grava il macigno Parmalat, verso cui la Capitalia è esposta per 320 milioni di euro (120 dei quali però garantiti da beni). Infine, Geronzi è letteralmente furibondo perché, sì, la Capitalia aveva finanziato generosamente la Cirio. Ma il bilancio del gruppo Cragnotti era certificato dalla Deloitte (la stessa società di revisione che ha messo la sua firma sotto i conti della Parmalat). Ed erano conti, in apparenza, certo non belli ma comunque in ordine. E invece: puff. In un attimo 506 milioni di euro di attivi sono spariti. Gli inquirenti che indagano sul crac non hanno ancora capito dove siano finiti. Si dirà: ma gli organi di controllo (la Consob per quanto riguarda le società e il mercato finanziario, e la Banca d'Italia per quanto attiene alle aziende di credito) che ci stanno a fare? In borsa le società «osservate speciali» sono una quindicina (a cominciare dalla Gandalf, che da un anno annuncia l'arrivo di cavalieri bianchi inesistenti): che fine faranno? Ed è possibile che ci si accorga delle acrobazie di bilancio sempre a frittata fatta? Possibile. Prendiamo il caso Giacomelli sport. Quando si quotò, nel luglio 2001, le azioni della società vennero collocate al prezzo di 2,25 euro. La fondatrice dell'azienda, l'affascinante Gabriella Spada, dichiarò: «Ho il fuoco dentro». E infatti: in meno di 24 mesi ha bruciato tutti i soldi dei sottoscrittori. Oggi le azioni, sospese da tempo, valgono (si fa per dire) 0,18 euro. Mentre sul crac indaga la procura della Repubblica di Rimini. Errori di gestione? Sicuramente. Acquisizioni azzardate? Pure. Ma il crollo del gruppo Giacomelli si spiega anche, e soprattutto, con quello che ha scoperto Paolo Bastia, perito nominato dal tribunale di Rimini. Per farla breve: dal magazzino dell'azienda, specializzata nel commercio di abbigliamento e attrezzature sportive, era sparita una montagna di merce. Giacconi, sci, tute, scarpe di ogni tipo per un valore complessivo, ha stimato attonito il professor Bastia, di 100 milioni di euro tondi tondi. E visto che per far sparire tanto bendidio non sarebbe bastata una colonna di tir, la cosa più probabile, ha concluso, era che quella merce nel magazzino non ci fosse mai entrata. Però nel bilancio c'era. Ma come poteva fare la Consob ad accorgersi per tempo che si trattava di conti taroccati? Doveva convocare il magazziniere? Che i vigilantes, anche i più agguerriti, spesso si ritrovino impotenti lo dimostra il caso della Bipop-Carire, la banca simbolo della new economy che era arrivata a capitalizzare in borsa più del gruppo Fiat. Bene. Anzi no: male. Secondo la procura della Repubblica di Brescia la banca era governata da un «comitato d'affari», anzi da una «associazione a delinquere» dedita al saccheggio. E per coprire i suoi traffici la banda inviava a Bankitalia «comunicazioni sistematicamente false». Quando poi fu la Consob a sentire puzza di bruciato, la società di revisione Kpmg assicurò: «I sistemi di informazione e comunicazione garantiscono la completa rilevazione dei fatti aziendali». E i bilanci? Ah, niente paura: «Redatti con chiarezza e rappresentanti in modo veritiero la situazione patrimoniale e finanziaria». Come no. Morale della storia: anche se l'economia dà segni di ripresa c'è ben poco da star tranquilli. E infatti, non dormono i banchieri, che hanno finanziato per 143 miliardi i primi 30 gruppi industriali italiani. Né i risparmiatori, che hanno sottoscritto 4 miliardi di bond in scadenza nel 2004. Se poi salta fuori anche un «Buconero», meglio incrociare le dita.
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