INTERVISTA ALL'ECONOMISTA AMERICANO ALVIN RABUSHKA
Con la flat tax si cresce di più
Giovanni Stringa 21/3/2005
Il 19% per ogni reddito, con l'esenzione totale per i meno abbienti. E una severa politica antievasione. Così il sistema è equo, aiuta a risanare i deficit di bilancio e dà una spinta allo sviluppo. Parola del teorico dell'aliquota unica.
Può sembrare un tecnicismo per economisti di chiara fama, ma è invece una questione destinata con ogni probabilità a interessare tutti gli italiani.
Gli anglosassoni l'hanno già sperimentata negli anni 80, le giovani democrazie dell'Est europeo l'hanno appena riscoperta, in massa, con effetti destinati a ripercuotersi anche sulle economie occidentali, per quanto di maggiori dimensioni e di più consolidate strutture.
È la «flat tax», un termine che indica un principio fiscale rivoluzionario: l'idea di un'aliquota d'imposta unica su tutti i redditi delle persone e delle imprese.
Uno strumento semplificatore che ha l'obiettivo di accelerare lo sviluppo economico.
A lanciarla nel 1985, con un saggio provocatorio e innovativo, è stato un economista americano di origini ucraine: Alvin Rabushka.
Subito dopo la laurea, nel 1963, Rabushka aveva passato un anno a Hong Kong per imparare il cinese. In quei mesi, l'economista si era trovato a stretto contatto con il tumultuoso sviluppo e con l'eccezionale livello di libertà d'impresa della colonia inglese. Sviluppo e libertà: sono queste le due parole che hanno poi segnato tutto il Rabushka-pensiero, dalle lezioni nelle più importanti università del mondo fino alle tante pubblicazioni e all'ingresso nelle stanze dei bottoni di Washington, nel 1980, quando Rabushka, neoliberista della prima ora, è entrato alla Casa Bianca come consigliere economico di Ronald Reagan, contribuendo a plasmare la cosiddetta «Reaganomics» e la rivoluzione economica americana degli anni Ottanta.
Oggi Rabushka – che a 64 anni è ancora molto ascoltato a Washington e da aprile inizierà una collaborazione con Economy, che pubblicherà suoi articoli in esclusiva internazionale – ipotizza che la sua flat tax potrebbe trovare sostenitori di primo peso anche altrove: in Italia, Francia, Germania e Regno Unito.
Tutti Paesi dove, dichiara a Economy lo stesso Rabushka «gli elettori potrebbero cominciare a indirizzare il proprio voto a chi promette di rilanciare l'economia e l'occupazione proprio con la flat tax».
Professor Rabushka, a che cosa pensa esattamente? E perché crede che dovrebbe avere tanto successo in Europa la flat tax?
L'introduzione della flat tax in Estonia, Lettonia, Russia, Ucraina, Serbia, Slovacchia, Romania e Georgia negli ultimi 11 anni è stata un forte stimolo alle altre nazioni dell'area a fare altrettanto per restare competitivi e attirare nuovi investimenti. Credo che anche la Polonia e la Repubblica Ceca adotteranno un'aliquota unica nel giro dei prossimi due anni. E la necessità dei diversi Paesi di restare concorrenziali e di salvaguardare l'occupazione porterà nuovi voti ai politici promotori della flat tax, a Est come a Ovest, superando così i pregiudizi ideologici e gli interessi di parte di chi è contrario alla riforma.
Quindi è una formula adatta anche ai Paesi dell'Europa occidentale?
Sì, alcuni governi stanno già muovendosi in questa direzione, abbassando le imposte e riducendo il numero di scaglioni per arginare la fuga dei posti di lavoro a Est.
La flat tax, tuttavia, potrebbe essere socialmente improponibile perché impone a tutti, ricchi e poveri, la stessa aliquota: non crede?
No, non è vero. La proposta illustrata nel mio libro The Flat Tax prevede l'esenzione di tutti i redditi fino a 25.500 dollari (quasi 19 mila euro, ndr). Mentre sopra quel tetto si dovrebbe applicare una tassazione del 19%.
Perché proprio il 19%?
La soglia del 19% non è di per sé fondamentale, l'importante è che l'aliquota resti bassa: il 18% o il 20% sono comunque accettabili. Il 19% è il livello calcolato nella mia prima proposta del 1981 e allora considerato neutrale: nel primo anno di applicazione la flat tax, grazie soprattutto all'aumento della base imponibile, avrebbe garantito all'erario lo stesso gettito del precedente regime fiscale. Oggi rimango fedele all'aliquota del 19%, che ormai si è fatta strada guadagnandosi una certa fama tra gli economisti. Continuo a propugnare l'ipotesi del 19% anche per non toccare la barriera psicologica del 20%, politicamente molto importante.
Per quale motivo?
Non voglio che i governi aggiungano punti percentuali su punti percentuali, portando velocemente il tasso di imposizione al 25% o addirittura al 30%.
L'assenza di progressività non è un regalo alle classi più abbienti?
Sicuramente le famiglie con redditi alti e poche deduzioni nel sistema attuale trarrebbero consistenti benefici dall'introduzione della flat tax. Ma quelli che oggi sfruttano le notevoli opportunità di esenzione, temporanee e definitive, si troverebbero poi a pagare molte più imposte. Chi lavora duro sarebbe avvantaggiato; chi si è concentrato sugli stratagemmi per diminuire il proprio carico fiscale, invece, avrebbe molto da perdere.
Ma con un'aliquota così bassa, intorno al 19%, non si rischia di compromettere la salute, già precaria, delle finanze pubbliche europee?
No, perché senza le tante esenzioni e deduzioni ora in vigore, la base imponibile cresce automaticamente. Inoltre, percentuali di prelievo decisamente più basse scoraggiano l'evasione fiscale, perché riducono il rapporto tra vantaggi, cioè le imposte sottratte illecitamente al fisco, e rischi, cioè le sanzioni legali. In altre parole, il gioco non vale più la candela. Infine, un sistema fiscale basato sulla flat tax è più semplice, costa meno e incoraggia la crescita e gli investimenti, con effetti positivi sulla base imponibile. Meno esenzioni, evasione in calo e imponibili in crescita: è un cocktail che aiuta a risanare i deficit di bilancio invece di comprometterli ulteriormente. Sempre che contemporaneamente si pongano dei limiti all'aumento della spesa pubblica.
In teoria sembra semplice. Eppure 15 anni fa un caso specifico di flat tax, la poll tax inglese, ha fatto cadere Margaret Thatcher, premier in carica da più di dieci anni.
La Lady di ferro ha rassegnato le dimissioni non per uno, ma per tanti motivi, e soprattutto perché la Gran Bretagna era stanca di lei e voleva cambiare leader. Gli elettori si rivoltano spesso contro i politici al potere per un'infinità di ragioni, anche se l'economia ha segnato forti miglioramenti durante il loro governo. Gli attacchi alla poll tax, poi, erano basati sulla sua presunta iniquità.
Che invece non c'è?
La flat tax, con la sua già accennata franchigia fino a 25.500 dollari, è chiaramente progressiva: chi guadagna un reddito di 30 mila dollari ne versa solo il 2,9% in imposte, chi invece incassa 100 mila dollari paga all'erario il 14,2% delle proprie entrate. È proprio per questo che si farà strada.





