IL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA E L'AZIENDA ITALIA
Una crisi ricca di profitti
Renzo Rosati 26/5/2005
Armiamoci e sacrificatevi: questo sembra il succo della proposta di Montezemolo: «Siamo in piena emergenza economica. Servono scelte impopolari». Mentre utili e dividenti delle aziende esplodono.
«Siamo in recessione, anzi siamo in piena emergenza economica»: così il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, all'annuale assemblea degli imprenditori. Diagnosi condivisibile e confermata dai maggiori centri di ricerca, dall'Istat ad Eurostat, fino all'Ocse, per quanto riguarda il complesso dell'azienda Italia spa. Resta da valutare la ricetta proposta dal presidente della Confindustria, che suona: «Servono scelte impopolari, condivise tra gli opposti schieramenti politici e con i sindacati. E i partiti non devono pensare con la testa alle urne».
Che cosa intenda per «scelte impopolari» Montezemolo non l'ha chiarito fino in fondo. Ma l'ha lasciato intuire quando ha chiesto, in sostanza di bloccare gli aumenti ai dipendenti pubblici «in assenza di servizi adeguati», mentre per quanto riguarda i lavoratori privati ha invitato le confederazioni sindacali a un progetto congiunto di moderazione.
RICETTA DI SEMPRE
Insomma, la ricetta di sempre della Confindustria: da decenni la moderazione salariale è il cavallo di battaglia. Oggi i dipendenti italiani guadagnano molto meno degli equivalenti tedeschi, e meno anche di francesi e britannici: il minor potere d'acquisto non può che riflettersi sui consumi, cioè sulle imprese.
Inoltre, appare un po' velleitario chiedere alle forze politiche di non pensare alle urne ora che di fatto la campagna elettorale è cominciata.
Il leader degli industriali, poi, è sicuro di parlare a nome di una categoria che ha le carte in regola per chiedere altri sacrifici ai cittadini e ai dipendenti?
RAPPORTO SULLE SOCIETÀ QUOTATE
Secondo l'ultimo rapporto R&S, il centro studi e ricerche della Mediobanca, il migliore termometro annuale sullo stato di salute del sistema impresa italiano, gli utili delle società quotate in borsa nel 2004 sono letteralmente volati: più 147 per cento sull'anno prima, che a sua volta aveva fatto registrare un balzo rispetto al 2002.
Eppure, a fronte di questo risultato le aziende italiane continuano a perdere quote di mercato e importanza sui mercati mondiali: sulle 200 maggiori multinazionali europee, sempre censite da R&S, quelle italiane costituiscono una pattuglia che si assottiglia sempre più: 12, contro le 15 di un anno fa e le oltre 20 degli anni Novanta. Ultime uscite illustri, la Parmalat e la Benetton.
COME SI SPIEGA?
Parecchie aziende vendono meno in Italia per il calo dei consumi indotto dalla perdita di potere d'acquisto e di fiducia delle famiglie; e sono poco competitive all'estero, compresi i mercati in crescita, perché non offrono prodotti competitivi, se non per la qualità per il prezzo.
Quelle che guadagnano, non poche nonostante le lamentazioni generali, trasformano gli utili prevalentemente in dividendi (a beneficio dei piccoli azionisti, certo, ma soprattutto delle holding di controllo).
I guadagni non sono reinvestiti in misura adeguata per ricerca e innovazione. Contro una media europea del 25%, le aziende italiane reinvestono utili per poco più del 10. Quelle americane e giapponesi si avvicinano spesso al 50.
BENEFICI DI STATO
Però - ecco un altro aspetto del problema - le nostre imprese hanno goduto di benefici di Stato sia sotto il governo di centrodestra sia sotto l'Ulivo. Detassazione degli utili reinvestiti, flessibilità (per non dire precarizzazione) del mercato del lavoro, tassazione scontata delle cedole azionarie, e prima ancora rottamazioni...
Certo, sulle imprese grava l'Irap, un'imposta sbagliata (varata dal ministro delle Finanze del centrosinistra Vincenzo Visco) perché di fatto penalizza la crescita di fatturato e aumento dei dipendenti. Un'imposta che in ogni caso il governo sta riducendo.
In questa situazione è lecito, ma soprattutto è sensato, chiedere come fa Montezemolo in sostanza ai politici altri «sacrifici» per i cittadini e i dipendenti? AUMENTI DI MERITO?
Gli stipendi in Italia sono tra i più bassi d'Europa, e se è vero che gli statali godono di garanzie non presenti nel settore privato, questo non appare un buon motivo per non rispettare i contratti. Piuttosto sarebbe giusto reclamare un miglioramento dei servizi e aumenti in base al merito. Non si vede come far ripartire i consumi interni costringendo ulteriormente i consumatori a tirare la cinghia.
Soprattutto mancano, nella terapia di Montezemolo, le parole che sarebbe lecito attendersi per gli imprenditori che guida. Le aziende italiane hanno la coscienza a posto? In una situazione di stagnazione generalizzata, almeno in Europa, vendono ed esportano meno delle imprese tedesche, francesi, olandesi. Le nostre banche sono meno efficienti di quelle spagnole e inglesi.
FIAT, UN SIMBOLO
Il simbolo e il concentrato di tutto ciò è proprio la Fiat, il gruppo di cui Montezemolo è presidente. In crisi sempre più grave di vendite e di prodotti, ha goduto di sussidi pubblici e ora sta in piedi solo con il sostegno di tutte le maggiori banche italiane, che tengono impegnate nel Lingotto risorse preziose. Solo di recente i maggiori azionisti della Fiat, famiglia Agnelli in testa, sembrano aver deciso di puntare sul prodotto principale, l'auto, nel quale l'innovazione di prodotto è decisiva, come mostra l'esemplare caso della Peugeot; e parrebbero (il condizionale è d'obbligo) disposti a mettere mano al portafoglio.
PIU' REDDITIZIA DIVERSIFICAZIONE
In passato la Fiat, i suoi azionisti e il top management avevano preferito una più redditizia diversificazione finanziaria, i cui esiti si sono visti.
Lo stesso discorso si potrebbe fare, con le debite differenze, per la Benetton. Poteva diventare leader mondiale nell'abbigliamento di massa, soprattutto ora che si spalancano i mercati orientali e cinesi, Ma da anni ha la testa nelle autostrade e nella telefonia, settori protetti da adeguate concessioni.
ISPIRAZIONE VAGAMENTE KENNEDIANA
Un anno fa, nel discorso di insediamento alla Confindustria, Montezemolo aveva detto: «Non parlerò delle nostre richieste, ma di ciò che abbiamo da dare. È venuto il momento di restituire qualcosa al Paese».
Un'ispirazione vagamente kennediana che pare venuta meno oggi che il leader degli imprenditori punta l'indice contro tutto - governo, partiti, sindacati, banche, - ma non fa un'analisi approfondita delle pecche dell'industria.





