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Panorama   Archivio   Sull'orlo di un nuovo shock

PETROLIO PERCHÉ NON SI FERMA

Sull'orlo di un nuovo shock

Marco De Martino  14/7/2005

Colpa delle multinazionali che non costruiscono raffinerie? Degli attentati alla City londinese? Del cambio di regime in Iran? O dei cinesi che consumano troppo? Sta di fatto che i prezzi continuano a salire. E c'è chi teme uno scenario da anni Settanta.

Mentre il prezzo del petrolio supera la quota record di 60 dollari al barile, gli unici che non sembrano preoccupati sono i dirigenti della Exxon Mobil, la più grande multinazionale energetica del mondo.
Anzi. Il 2005 promette già di ripetere i fasti dell'anno passato, che ha portato la Exxon a fatturare 25,3 miliardi di dollari: nessuna società quotata americana aveva mai guadagnato tanto.

In cassa la Exxon ha circa 20 miliardi, più che abbastanza per intraprendere l'investimento che gli esperti del settore considerano ora il più necessario: costruire nuove raffinerie per sostituire i 176 impianti chiusi negli ultimi 25 anni. Negli Stati Uniti gli impianti di raffinazione esistenti lavorano al 97 per cento della capacità ma non riescono comunque a soddisfare la domanda: la percentuale di benzina e prodotti raffinati che gli americani sono costretti a importare è già ora del 10 per cento, quota destinata ad aumentare. Negli ultimi trent'anni non è stata costruita neppure una raffineria, eppure l'amministratore delegato della Exxon Lee Raymond non vede alcuna emergenza all'orizzonte: «I nostri investimenti non possono essere determinati dalle fluttuazioni di breve termine dei prezzi».

Definire fluttuante un prodotto che ha più che triplicato il suo prezzo negli ultimi quattro anni può sembrare fuorviante. Ma dal punto di vista strettamente economico il ragionamento di Raymond non fa una piega. Costruire una nuova raffineria è un'impresa da 2 miliardi di dollari, con margini di ritorno che nonostante un recente aumento ancora non giustificano l'investimento. Specie se i prezzi dovessero subire un crollo repentino dovuto a un rallentamento della crescita globale o alla scoperta di nuove fonti di approvvigionamento che calmino la sete di un mondo che consuma tutto quanto il petrolio che produce.
Raymond e i suoi colleghi sembrano pensare proprio a questo scenario come a uno dei più plausibili, ma il problema è che nessuno sa se hanno ragione: «La vera novità di questa fase è che non c'è più rete di protezione» spiega a Panorama Robinson West, amministratore del gruppo di consulenti Pfc Energy e uno degli esperti più ascoltati dalla Casa Bianca. «Di certo le multinazionali, che una volta dettavano le regole del gioco, ora controllano solo il 23 per cento delle riserve globali, il resto è in mano ad aziende in stati la cui stabilità è spesso precaria».

Nel nuovo mondo del mercato energetico la scommessa al ribasso delle multinazionali è solo una delle tante sul tavolo, ognuna col potenziale di sbancare l'economia globale.
Puntano al rialzo i sauditi, non si sa se perché credono nella capacità del mercato di assorbire l'aumento dei prezzi o perché hanno effettivi problemi di produzione. Scommette sulla possibilità di fare proprio il banco la Cina, che viene bloccata però già al primo tentativo di acquisizione, quello dell'americana Unocal e delle sue risorse asiatiche, da parte della cinese Cnooc.
Aumentano la posta i trader, le cui puntate hanno fatto crescere del 40 per cento dall'inizio dell'anno il prezzo dei futures petroliferi. E a sparigliare il mazzo c'è la possibilità dell'intervento distruttivo di uno dei convitati di pietra: dal presidente venezuelano Hugo Chavez ai terroristi islamici che tramano contro i pozzi iracheni o sauditi.

Fattori di incertezza a cui ora si aggiunge l'elezione di un estremista alla presidenza iraniana: la paura dei mercati è che Mahmoud Ahmadinejad possa estendere la rivolta antioccidentale nei paesi più stabili del Golfo.

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Mentre sul mondo si allunga lo spettro di uno shock energetico simile a quello degli anni Settanta, gli esperti ricordano che il petrolio ha un impatto sulla crescita economica molto ridotto rispetto ad allora.
Per l'esattezza circa un quinto, come si legge in un rapporto riservato della Morgan Stanley, secondo cui se il prezzo si manterrà tra i 50 e i 60 dollari al barile nei prossimi cinque anni il rallentamento della crescita globale sarà solo dello 0,2 per cento.
Per avere lo stesso effetto distruttivo degli anni Ottanta i prezzi dovrebbero avvicinarsi ai 90 dollari al barile. «Il mercato scommette su rialzi graduali: il problema è che in una situazione come quella attuale, in cui il margine tra offerta e domanda è ridottissimo, basta un problema qualsiasi in uno dei tanti paesi che forniscono al mercato almeno 2 milioni di barili al giorno per portare a nuovi rialzi» spiega a Panorama Edward Morse, ex responsabile energetico al dipartimento di Stato americano, considerato il maggiore esperto di politiche energetiche nel mondo.
A lui la situazione ricorda il 1973, quando i consumi crescevano del 7 per cento l'anno (contro il 2 per cento attuale) e la capacità residua era ridotta: l'embargo petrolifero innescò una catena di aumenti che portarono il prezzo a quadruplicare.

Cosa potrebbe accadere lo si è visto durante una simulazione che si è tenuta a fine giugno a Washington.
Coinvolti nella parte del consigliere per la sicurezza nazionale e del ministro dell'Interno erano due ex direttori della Cia, Robert Gates e James Woolsey, che nonostante la loro esperienza non hanno potuto che assistere impotenti agli effetti sull'economia americana di una sequenza di eventi del tutto verosimile. Una rivolta in Nigeria toglie 600 mila barili dal mercato facendo volare il prezzo a 80 dollari.
Un mese dopo un attacco terroristico coordinato contro un impianto saudita e contro una petroliera nel porto di Valdez portano il barile a quota 120 dollari. Che diventano 150 quando i militanti di Al Qaeda attaccano i lavoratori stranieri in Arabia Saudita. «Quello che è chiaro è che l'unica nostra possibilità di intervento è sulla riduzione della domanda» dice Robert Haas, ex consigliere di Colin Powell, che ha partecipato alla simulazione.
E che si unisce al coro di quelli convinti che la stretta petrolifera sia ormai fenomeno irreversibile, dovuto alla combinazione della difficoltà di trovare nuovi giacimenti e al costante aumento della domanda.

Entro il 2020 il mondo consumerà 100 milioni di barili.
Protagonisti del rialzo non sono però solo i paesi emergenti come l'India e la Cina, dove l'aumento della domanda petrolifera è stato del 18 per cento nel 2004 e sarà dell'11 quest'anno. Gli Stati Uniti restano i più grandi consumatori, assorbendo quasi 21 milioni di barili al giorno degli 84 consumati globalmente.
«Una politica di conservazione da parte del governo americano potrebbe avere un effetto molto profondo» sostiene Jim Woolsey, che fa parte di un gruppo crescente di conservatori americani che guarda con sgomento alla prospettiva di continuare a trasferire migliaia di miliardi ai despoti del Medio Oriente.

Molti si ritrovano dietro alla proposta di West, che ha chiesto a Bush di convocare una conferenza sul futuro dell'energia che coinvolga non solo industriali e ambientalisti ma anche le aziende della grande distribuzione i cui clienti usano molto l'auto, le associazioni dei pensionati, i governi locali.
«È arrivato il momento di affrontare la realtà» dice West, che per ora però aspetta ancora una risposta da Washington.

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