ENERGIA - IL CONFRONTO TRA ENI, ENEL E I GRUPPI STRANIERI
Un bastimento carico di gas
Daniele Martini 16/1/2006
Dopo la crisi Russia-Ucraina si riapre in Italia la corsa ai rigassificatori. Obiettivo: far arrivare il metano via nave e sottrarsi alla dipendenza dai quattro tubi ai quali siamo collegati. Ma c'è un altro rischio.
Nelle lettere a Lucilio il filosofo latino Seneca escludeva che dal male potesse nascere il bene. Eppure, la guerra lampo del gas che nei primi giorni dell'anno ha provocato brividi di paura in mezza Europa, sta dando l'innesco alla tanto attesa svolta italiana del gas liquefatto (Gnl) e dei rigassificatori. Sull'argomento c'è una rinnovata effervescenza dei grandi gruppi italiani e soprattutto stranieri e i tempi sembrano maturi non tanto in omaggio a una scelta buonista e ambientalista per la riduzione dell'inquinamento, che pure ha un suo valore, ma sul terreno strettamente economico, per una serie di motivi internazionali e interni.
La crisi russo-ucraina ha fatto riflettere sulla circostanza negativa che l'Italia dipende da quattro tubi: tre provenienti da aree politicamente non proprio stabili (Russia, Algeria e Libia), il quarto dai giacimenti declinanti del Mare del Nord. Proprio per la sua posizione di piattaforma nel Mediterraneo il nostro Paese può invece trasformarsi con relativa facilità, se vorrà, da gas-dipendente a protagonista. Può diventare un punto di snodo, una specie di «hub», per il gas liquefatto proveniente via nave da tutto il mondo, da rispedire via tubo in Europa, a cominciare dalla Germania, paese più di altri dipendente dal gas della Gazprom di Vladimir Putin.
Il gas, liquefatto nelle zone di origine a 162 gradi sottozero, può raggiungere i porti italiani con le metaniere (ce ne sono almeno 150 in circolazione) attraverso Suez e Gibilterra. Poi può essere riportato alla forma gassosa grazie ai rigassificatori con un sistema sicuro, pulito e ipercollaudato che si basa sul semplice scambio di calore del prodotto con l'acqua di mare. L'unica controindicazione di un qualche peso è rappresentata dalla dimensione degli impianti, alti fino a 35 metri, come un palazzone di 7-8 piani. Circostanza che, però, non ha ostacolato la costruzione di 45 terminali in tutto il mondo e non sta scoraggiando gli Stati Uniti, che ne stanno studiando addirittura 55. Solo in Spagna ci sono 6 impianti, 2 in costruzione e 4 operativi, di cui uno a Barcellona, città turistica.
Sul versante interno i motivi per il rilancio dei rigassificatori sono almeno due. Il primo è legato all'obiettivo, più volte ribadito dall'Autorità per l'energia, di ampliare il numero di importatori in modo che l'offerta di gas sia diversificata e diventi stabilmente superiore alla domanda per favorire un contenimento dei prezzi. Al momento, invece, l'Eni guidata da Paolo Scaroni rimane padrona del gas italiano perché è tutto suo il prodotto nazionale prelevato dall'Adriatico (13 miliardi di metri cubi nel 2004), perché domina le importazioni, controlla la rete con la Snam Retegas e le riserve strategiche con la società Stogit.
In base a un decreto del ministro dell'Industria Enrico Letta all'inizio degli anni Duemila, la quantità di gas importato dall'Eni nel 2011 dovrebbe scendere al 61 per cento del totale, ma nessuno al momento sa che cosa potrebbe succedere dopo. Il secondo motivo interno nasce dalla previsione degli esperti su un sensibile aumento della domanda di gas nei prossimi anni, anche nell'ipotesi pessimistica di una crescita economica fiacca. Secondo Giuseppe Gatti, presidente della Erg Power e uno dei massimi conoscitori del settore, l'Italia avrà bisogno di almeno altri 20-25 miliardi di metri cubi nel 2010, forse 30 nel 2015. Senza considerare le eventuali esportazioni.
Al momento c'è un solo rigassificatore in funzione e per di più di taglia piccola, a Panigaglia nel golfo di La Spezia. La svolta italiana del gas liquido è stata finora ostacolata soprattutto dall'effetto Nimby (Not in my backyard, non vicino a casa mia), ma l'impressione è che sia l'Enel sia l'Eni, non volendo riconsiderare a fondo le loro strategie energetiche, in più di un'occasione si siano adagiate all'ombra delle proteste ambientaliste.
L'Eni per il semplice motivo che ha puntato le sue carte sui gasdotti, considerando non economico il gas liquefatto. Fino a qualche mese fa l'ex amministratore Vittorio Mincato riteneva addirittura che il boom italiano del gas fosse conseguenza di una passeggera bolla dei consumi, da non assecondare con nuove importazioni, tanto meno via nave.
L'Enel, invece, in passato ha cercato di battere la strada dei rigassificatori, anche per svincolarsi dalla dipendenza Eni, ma senza successo. Ci provò 13 anni fa a Montalto e poi a Monfalcone nel 1996, ma di fronte agli insuccessi si è rassegnata a una specie di accordo con il gigante petrolifero. Un'intesa mai dichiarata, come è ovvio, ma secondo altri pienamente operante. Ora Enel ed Eni sembrano voler riconsiderare la questione.
L'Enel è tornata alla carica con i rigassificatori già nella primavera 2005 presentandosi a Brindisi con la British Gas Group, ma defilandosi subito dopo, impaurita di fronte a quello che è stato considerato come un sostanziale ricatto delle autorità locali, le quali hanno fatto presente ai dirigenti del gruppo elettrico che se avessero insistito ciò avrebbe influito sull'esito del prossimo rinnovo della convenzione per la centrale a carbone già in funzione nella città pugliese.
Dopo la crisi russo-ucraina, però, l'Enel di Fulvio Conti sembra intenzionata a moltiplicare gli sforzi per il Gnl puntando a costruire un impianto a Porto Empedocle (Agrigento) e provando addirittura a riaffacciarsi nell'area di Montalto. Anche l'Eni, almeno a parole, attraverso suoi alti dirigenti non esclude in una conversazione con Panorama la possibilità di rivedere l'atteggiamento verso il gas liquefatto annunciando l'avvio di uno studio sulla convenienza delle importazioni da Egitto e Qatar. E anche Erg e Aem di Milano si stanno impegnando.
Di fatto, però, fino a oggi sono i gruppi stranieri, da Exxon-Mobil a Shell, da Endesa a Bp, da Edf a British Group, a credere con più convinzione sull'opportunità della svolta dei rigassificatori in Italia. Non a caso nei tre impianti già autorizzati (Rovigo, Brindisi e Livorno) sono impegnati soprattutto giganti come Exxon-Mobil, Edf, British Group, Endesa e Qatar che è uno dei più grossi produttori di gas al mondo, ma non ha tubi per il trasporto.





