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FISCO - LA PAURA DEL RITORNO DELLA TASSA SULLE SUCCESSIONI

Donazioni, ecco come si fa

Stefano Caviglia e Zornitza Kratchmarova  11/7/2006

Nei primi tre mesi del 2006, le cessioni «gratuite» di case sono aumentate del 23,4%. E dopo le elezioni, secondo i notai, la corsa ha accelerato ancora. Perché molti italiani oggi temono che il centrosinistra realizzerà una sua promessa elettorale. Ma difendersi si può. A patto che...

Tasse e morte, ricorda un detto popolare, sono due grandi certezze.
Ed è anche per questo, probabilmente, che l'imposta sulle successioni, quella che gli inglesi chiamano «death tax», suscita severi malesseri ogni volta che viene evocata. Quella legge, oggi, in Italia non esiste: è stata abolita il 18 ottobre 2001 dal governo Berlusconi.

Ma in molti si comportano come se fosse stata reintrodotta, sicuri che il governo Prodi la riporterà in vigore molto presto.
Una convinzione forte, basata su quello che si legge a pagina 204 del programma elettorale del centrosinistra («Vogliamo il ripristino della tassa di successione sui grandi patrimoni»), e confermata il 2 luglio dall'ultima uscita del viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco (Ds), che, all'indomani del varo della manovra-bis, ha dichiarato al Sole 24 Ore: «Il governo affronterà la questione in sede collegiale», anche se poi ha aggiunto che si tratta di un intervento «non urgente».

Sarà non urgente. Ma certo è incombente.
Così gli italiani stanno facendo le barricate. Da mesi. Tra i primi a correre ai ripari sono stati i possessori di «grandi patrimoni», quelli che in linea teorica rappresentano l'obiettivo primario del governo Prodi.
Secondo i dati appena elaborati dalla Cassa nazionale del notariato, cifre sorprendenti, che Economy ha visto in anteprima, nel primo trimestre del 2006 (dunque, ancora in fase preelettorale) il numero delle donazioni di case, terreni, quote societarie, è passato da 45.067 a 56.542 con un'impennata del 25,5%. Le donazioni di case, in particolare, sono cresciute del 23,4%.

E dopo le elezioni la febbre è aumentata ancora: «Io sono convinto che nel secondo trimestre ci sia stata un'ulteriore accelerazione, con punte anche superiori al 50%» dichiara a Economy Francesco Maria Attaguile, il presidente della Cassa. «Da gennaio a marzo, poi, gli atti con riserva di usufrutto sono cresciuti, in media, del 37,5%. E anche questo dimostra platealmente che chi ha fatto ricorso alla donazione lo ha fatto solo per sfuggire al fisco».

Le scelte dei proprietari preoccupati dal ritorno della tassa di successione sono state molteplici.
Lo testimonia l'incremento esponenziale delle cosiddette «polizze mantello», cioè particolari contratti di assicurazione sulla vita ad alto contenuto finanziario: venduti perlopiù da società con sede legale in paradisi fiscali, come Liechtenstein, Lussemburgo e Irlanda, offrono numerosi vantaggi fiscali.
Ma soprattutto non sono soggetti alla tassa di successione. Lo stesso discorso vale per le polizze unit linked italiane che nei primi mesi dell'anno hanno registrato una crescita a doppia cifra sullo stesso periodo del 2005.

BREVE STORIA DI UNA TASSA
Ecco una «cronistoria» dell'imposta sulle successioni negli ultimi 16 anni e di come la tassa è stata modificata.

NELLA PRIMA REPUBBLICA
Nel 1990 l'imposta prevedeva aliquote progressive sul valore complessivo dell'asse ereditario che andavano dal 7 al 27% per i parenti di primo grado. E più precisamente: il 7% per i patrimoni con valore tra i 350 e i 500 milioni di lire, il 10% fino agli 800 milioni, il 15%
fino all'1,5 miliardi, il 22% fino ai 3 miliardi e il 27% per gli asset che superavano quella soglia. Le quote passate a soggetti diversi dal coniuge o dai parenti in linea retta scontavano un'imposizione ad aliquote progressive, che colpiva in misura più elevata i parenti più «lontani».

IL GOVERNO AMATO
Il governo Amato esentò dal pagamento dell'imposta gli eredi in linea retta per i patrimoni fino a 350 milioni di lire. In pratica, dalla tassazione dell'intero asse ereditario si passò a quella delle singole attribuzioni ai beneficiari, con tante franchigie quanti erano gli eredi. Restò però in vigore l'aliquota fiscale che da progressiva diventò proporzionale: il 4% per il coniuge e i figli, il 6% per gli altri parenti fino al quarto grado, e l'8% per tutti gli altri.

BERLUSCONI: CANCELLATA
Con uno dei primi atti del governo Berlusconi, il 18 ottobre 2001, la tassa venne abolita per tutti i parenti fino al quarto grado. Solo l'imposta ipotecaria (2%) e catastale (1%) prevista per i trasferimenti gratuiti di immobili è stata mantenuta.
Con un accorgimento: nel caso in cui si tratti di prima casa per l'erede o il ricevente la donazione le due tasse si riducono a cifra fissa, pari a 168 euro ciascuna. Per eventuali altri beneficiari venne mantenuta la franchigia di 180.759,91 euro (i «vecchi» 350 milioni di lire) valida per ciascuno.

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PRUDENZA GOVERNATIVA
Certo, oggi è difficile «stanare» politici di centrosinistra che abbiano voglia di spendersi per annunciare una drastica reintroduzione della detestata normativa fiscale. Anche dopo aver misurato l'impopolarità del provvedimento in campagna elettorale, se potessero, molti nel governo lo chiuderebbero addirittura in un cassetto.

Ma non possono: perché parte importante dell'elettorato dell'Unione considera la tassa di successione come una bandiera, il primo segno di discontinuità rispetto agli anni del centrodestra.
Così, mentre i rappresentanti della sinistra più avanzata, come il verde Paolo Cento, insistono e proclamano che «deve essere reintrodotta», i moderati della coalizione si chiudono a riccio al solo evocare l'argomento: «Che c'entra ora la tassa di successione?» si chiede il viceministro dell'Economia Roberto Pinza, della Margherita, interpellato da Economy. «Abbiamo appena varato un nutrito pacchetto di misure economiche. Parliamo di quelle. Nella manovra la tassa di successione non c'è. Tutt'al più sarà materia della prossima Legge finanziaria».

E il fatto che gli italiani stiano già cercando di mettersi al riparo, prendendo appuntamento dal notaio per una donazione? «Un motivo in più per non parlarne: sono proprio le voci incontrollate a generare comportamenti di questo tipo» taglia corto il sottosegretario. Persino gli esponenti di Rifondazione comunista hanno imparato a muoversi con i piedi di piombo su questo argomento. «Bisogna stare attenti» spiega il sottosegretario allo Sviluppo economico, Alfonso Gianni, «altrimenti ci bollano come estremisti. Noi non vogliamo colpire il piccolo risparmiatore, per cui la casa o il patrimonio da trasmettere ai figli è il frutto di una vita di lavoro».
È chiaro, però, che quelli di Rifondazione la tassa di successione non sono minimamente disposti a metterla nel dimenticatoio. Lo conferma anche Gianni, pur con la prudenza del nuovo corso bertinottiano: «Ci aspettiamo di vedere il provvedimento nella prossima Finanziaria: è un fatto di giustizia».

AVVERSIONE ALLA RICCHEZZA
Una «giustizia» che fa inorridire l'ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, di Forza Italia: «Dalla volontà di ripristinare la tassa di successione, come dai provvedimenti varati il 30 giugno emergono due caratteristiche particolarmente odiose della politica del centrosinistra: da un lato l'avversione per la ricchezza in tutte le sue forme, dall'altro la volontà di colpire la base elettorale dello schieramento politico avverso».
Governo e opposizione si daranno dunque battaglia su questo punto fin da settembre, con le prime discussioni sulla legge di bilancio.
Il che vuol dire che, anche se nessuno adesso ne vuole parlare, i tecnici dell'Economia sono già al lavoro: tocca a loro, infatti, suggerire ai politici la soglia oltre la quale far scattare l'imposta. «È la questione cruciale» dice a Economy Giulia Clarizio, membro del Consiglio nazionale del notariato. E aggiunge: «Molti temono che a essere colpiti possano essere anche i patrimoni di taglia media».

Ad alimentare la psicosi è stato anche il vortice di dichiarazioni e smentite con cui il centrosinistra aveva affrontato il tema in campagna elettorale: prima lanciando l'idea di reintrodurre la vecchia franchigia di 350 milioni di lire, 180 mila euro circa, poi la correzione in extremis dello stesso Prodi, che aveva specificato, poco prima del voto: «Non saranno sottoposte a tasse le eredità delle famiglie, ma solo le grandi fortune: come avviene negli Stati Uniti», dove, per altro, la soglia di esenzione potrebbe presto volare ai 5 milioni di dollari.

LE DUE CONTROINDICAZIONI
I casi reali (e assai meno rari di quanto si possa immaginare) in cui l’istituto della donazione mostra i suoi lati più negativi

I RISCHI DELLA «REMUNERATORIA»
Andrea e Chiara sono due coniugi, senza figli. Sono benestanti.
Chiara ha anche un discreto patrimonio familiare. In un momento di difficoltà del marito, Chiara vende un immobile di famiglia, cui era molto legata dal punto di vista affettivo, e si rimette a lavorare nell'azienda del marito aiutandolo così a uscire dalla crisi.
Quando le cose si sono riaggiustate, Andrea fa una «donazione remuneratoria» alla moglie: è la tipica donazione che si effettua per riconoscenza, o in considerazione di particolari meriti del donatario, o ancora per una speciale remunerazione.
Successivamente, però, Andrea e Chiara si separano; Andrea avvia una nuova relazione con Francesca, dalla quale ha un figlio.
A questo punto Andrea intraprende un'azione legale di revocazione della donazione fatta alla prima moglie (un diritto che il padre può esercitare fino a 5 anni dal giorno della nascita del nuovo figlio). In realtà la causa intrapresa da Andrea non andrà a buon fine, perché le donazioni remuneratorie non possono essere revocate né per causa di ingratitudine, né per sopravvenienza dei figli, che invece sono motivi di revocazione delle donazioni ordinarie.

DOPO, VENDERE È PIÙ DIFFICILE
Maurizio, coniugato, con due figli, dona al figlio maschio un'abitazione e alla figlia femmina un'altra abitazione. Al momento delle donazioni,
Maurizio ha altri beni da destinare alla moglie: anche più di quanto è previsto dalla legge come quota di legittima. Così le donazioni ai figli non presentano rischi sostanziali.
Poi la figlia si sposa e si trasferisce in un'altra città con il marito. Vuole vendere la casa ricevuta in donazione dal padre. Trova un acquirente; senza l'intervento del notaio viene firmato un contratto preliminare, nel quale non viene evidenziata la provenienza donativa dell'immobile. Al momento di concludere il contratto, l'acquirente, venuto a conoscenza della condizione reale dell'immobile, si rifiuta di sottoscrivere l'atto per la paura di una possibile azione di restituzione.
A quel punto si deve risolvere la donazione tra il padre e la figlia: in sostanza è come se l'atto non fosse mai stato fatto. Successivamente Maurizio deve provvedere direttamente a vendere l'immobile all'acquirente, destinando il corrispettivo alla figlia: tanta burocrazia in più e si è corso il rischio che la compravendita non andasse a buon fine.

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Il sottosegretario all'Economia, Paolo Cento
Sarebbe comunque, la riforma prodiana, un ritorno al passato piuttosto drastico.Con la legge 383 del 2001, detta «dei 100 giorni», la donazione è stata completamente detassata: «Se il contratto avviene tra coniugi, parenti in linea retta o, comunque, entro il quarto grado, non c'è alcuna imposta da pagare» spiega Attaguile, il presidente della Cassa del notariato.
Con poche eccezioni: solo nel caso di una donazione di immobili, questi restano soggetti al prelievo ipotecario del 2% sul valore del bene e dell'1% su quello catastale.

Con un distinguo: nel caso si tratti di prima casa, entrambe le tasse si riducono a una cifra fissa, pari a 168 euro per ciascuna delle due voci.
Se invece a beneficiare della donazione sono soggetti diversi dai familiari stretti, per la parte del valore che eccede la franchigia di 180.759,91 euro si applica l'imposta di registro propria dei beni trasferiti: il 3% se si tratta di denaro o di aziende senza immobili, il 7% nel caso di edifici, l'8% di aree non agricole, il 15% di terreni agricoli e così via.
«Ma attenzione» riprende la notaio Clarizio «anche la donazione studiata nel migliore dei modi presenta qualche inconveniente».

DIRITTO D'OPPOSIZIONE
Effettivamente, basta una lite. Anche molti anni dopo la firma del contratto, la vendita di un bene donato può rivelarsi a rischio perché l'eventualità che possa essere oggetto di una lite tra eredi lo rende meno appetibile per il mercato.
Questo «diritto d'opposizione» può esercitarsi su una donazione effettuata anche vent'anni prima; e comunque nei dieci anni successivi alla morte del donante. Inoltre l'arrivo di un nuovo erede, per esempio un figlio naturale, rende l'atto revocabile nella maggior parte dei casi. «Questo spiega anche la cautela degli istituti di credito nel concedere mutui e finanziamenti per gli asset interessati da una donazione» dice Clarizio.
Certo, la donazione resta poi un atto in qualche misura «a rischio»: il donante non sa come si comporterà il destinatario.

Questo spiega perché molti inseriscono nel contratto clausole che, se non rispettate, rendono di fatto nullo il provvedimento. Una delle più frequenti è la «donazione modale», che comporta per il beneficiario un onere come, per esempio, atti di beneficenza o l'assistenza fisica nei confronti di chi dona. In altri casi si trasferisce il bene con «apposizione a termine», una clausola che fissa la data a partire dalla quale l'atto avrà o perderà efficacia.

La soluzione più impiegata resta quella «con riserva di usufrutto». Al beneficiario cioè viene trasferita la nuda proprietà, mentre il donante si riserva il diritto di utilizzare il bene interessato anche per tutta la durata della vita.
«Non è detto, però, che chi è titolare di un diritto sia in grado di farlo rispettare» avverte Clarizio.
La pensa così anche Emanuele Rimini, figlio del celebre matrimonialista milanese, che aggiunge: «Il mio consiglio è di andarci con i piedi di piombo, soppesando con cura vantaggi e svantaggi della donazione» dice. «A volte, è meglio fare un bel testamento, con tanto di tasse di successione».
A tutt'oggi, però non ci sono certezze. «Tranne una» dice Renato Brunetta, eurodeputato di Forza Italia. «Che gli unici a guadagnarci sono i notai». E aggiunge: «Comunque vada, la reintroduzione dell'imposta di successione avrà un sapore punitivo. E quel che è peggio non risolverà alcun problema di finanza pubblica».

I dati lo confermano: nel 2001, l'ultimo gettito fu di 1.300 miliardi di lire, poco più di 650 milioni di euro. Ma da più parti insistono: il costo di riscossione è pressoché lo stesso. Come dire, il gioco non vale la candela. Si vedrà con la Legge finanziaria.

PAGHERÀ CHI HA MOLTI MILIONI
«La grande corsa alle donazioni è un fenomeno che va combattuto: e abbiamo gli strumenti per capire se si tratta di atti reali o fittizi».

Se c'è un partito per cui la tassa di successione ha il valore di un simbolo, è quello dei Verdi. L'hanno chiesta con forza in sede di scrittura del programma elettorale dell'Ulivo, e sono pronti a vigilare sulla sua reintroduzione come segno distintivo del governo Prodi.
Ma anche i Verdi hanno percepito il potenziale di distruzione del consenso che la tassa ha mostrato in campagna elettorale: oggi si muovono con una cautela ai limiti della reticenza.
«Deve essere reintrodotta» dice a Economy il sottosegretario all'Economia Paolo Cento «ma con le dovute cautele. Non vogliamo mettere a rischio la trasmissione dei patrimoni dai genitori ai figli nelle famiglie comuni, quelle che ne hanno bisogno per mantenere un tenore di vita dignitoso».
Questo è il tema che fa più discutere: qual è il livello oltre il quale si smette di essere «normali» e si è possessori di grandi patrimoni?
È evidente che un tenore di vita dignitoso non può limitarsi a pane e acqua. Quando parlo di famiglie normali penso a persone che lavorano per vivere e che magari hanno bisogno della casa lasciatagli dai genitori per andarci ad abitare.
Ma la famosa soglia oltre la quale i patrimoni devono essere tassati l'avete individuata o no?
No, non se n'è ancora parlato. Del resto, il provvedimento non è nella manovra presentata il 30 giugno, e non sarà messo a punto prima della Legge finanziaria. Quel che si può dire ora è che non bisogna pensare a un ripristino puro e semplice della situazione prima che il governo Berlusconi abolisse la tassa di successione, anche perché nel frattempo i valori immobiliari sono lievitati moltissimo.
Lei che soglia riterrebbe giusta?
Fino a quando non si avvia una discussione, io mi attengo alle dichiarazioni di Romano Prodi, che in campagna elettorale parlò di patrimoni del valore di «molti milioni di euro».
Eppure sono in molti a non sentirsi rassicurati da quelle parole. I notai svelano di avere in studio file di genitori che donano tutto ai figli. E se la nuova tassa fosse elusa prima ancora di essere introdotta?
Questo è un fenomeno che va combattuto. La tassa di successione c'è in quasi tutti i Paesi europei e non si vede perché l'Italia debba fare eccezione. Bisogna reintrodurla: e naturalmente bisogna anche farla pagare.
Anche a costo di arrivare alla tassazione delle donazioni per scoraggiare pratiche elusive?
Non penso che ci sia bisogno di arrivare a tanto. Già oggi ci sono gli strumenti per accertare se una donazione è reale oppure è fittizia. Detto questo, voglio sottolineare che più che la ricchezza bisogna colpire la speculazione. La tassa di successione dev'essere reintrodotta per un fatto di giustizia, ma non è una nostra priorità. Al contrario dell'innalzamento delle aliquote sulle rendite finanziarie, che vanno portate a livello europeo. Quello sì è un provvedimento da prendere con urgenza.
(s.cav.)

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