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Panorama   Archivio   Dall'inferno all'inverno

CONFLITTO IN LIBANO - L'ALLARME ENERGIA

Dall'inferno all'inverno

Guido Fontanelli  24/7/2006

La crisi in Medio Oriente ha infiammato i prezzi del petrolio e della benzina, colpendo le tasche degli italiani. Ma il vero pericolo di blackout viene dall'Est: dipendiamo troppo dal gas russo. Come confermano due protagonisti

Più che un blackout estivo rischiamo un inverno al freddo. E la causa non va cercata soltanto nei missili degli hezbollah e degli israeliani che infiammano Medio Oriente, petrolio e prezzi della benzina.
Ma anche nello sguardo gelido di Vladimir Putin: all'ultimo vertice del G8 a San Pietroburgo il presidente della Russia, la grande mammella che nutre di gas l'Europa, non ha offerto molte garanzie sulle forniture di energia, facendo correre qualche brivido lungo la schiena dei leader europei, soprattutto quella di Romano Prodi.

«L'aumento del prezzo del greggio è importante, anche perché incide sulle quotazioni del gas» ricorda Davide Tabarelli, economista del Rie-Ricerche industriali ed energetiche, «ma mi preoccupa di più la situazione degli approvvigionamenti di gas dalla Russia».

L'Italia è al primo posto al mondo per dipendenza energetica dall'estero e per di più consuma molto gas per produrre elettricità. Una debolezza destinata a peggiorare nel tempo, dato che la diversificazione con altre fonti non tiene il passo dell'aumento dei consumi.
«Il nostro principale fornitore è la Russia» aggiunge Tabarelli «che ha due problemi. Primo, i suoi gasdotti attraversano paesi, come l'Ucraina, che stanno aumentando i consumi e quindi intercettano il flusso verso l'Occidente.

Secondo, le sue infrastrutture sono vecchie, non riescono ad adeguarsi alla crescita della domanda. E la Gazprom, la grande società petrolifera russa, invece di investire per migliorare gli impianti e la rete, fa finanza e acquisizioni».
Soluzione? Come spiegano nelle due interviste qui a fianco l'amministratore delegato dell'Enel, Fulvio Conti, e il presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis, bisognerebbe iniziare a costruire i rigassificatori, ampliare i gasdotti che collegano l'Italia alla Russia e all'Algeria, diversificare le fonti puntando sul carbone «pulito».

Ma anche avviare una politica europea comune per l'energia.
Nel frattempo, fuori il portafoglio per pagare il pieno, e pronti i cappotti per un inverno molto freddo.

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CONTI, AMMINISTRATORE DELEGATO ENEL: «ITALIA A RISCHIO, PUNTIAMO SUL CARBONE»
Dottor Conti, corriamo il rischio di nuovi blackout?
Il rischio blackout non può mai essere escluso. Anche paesi tra i più avanzati del mondo come gli Stati Uniti, la Svezia, la Gran Bretagna, la Francia lo vivono. In Italia, nei due anni e mezzo che ci separano dal blackout del settembre 2003, sono entrate in servizio molte nuove centrali. La percentuale di elettricità prodotta nelle centrali Enel, che non può costruirne di nuove per favorire la liberalizzazione del mercato, è ormai ridotta a poco più di un terzo del fabbisogno nazionale. Oggi il Gestore della rete, la Terna, ci dice che la capacità produttiva per far fronte anche ai picchi di domanda c'è. Ma questo rafforzamento della base produttiva ha un grave difetto: quasi tutti i nuovi impianti sono alimentati a gas. Dalla dipendenza dall'olio combustibile siamo passati alla dipendenza dal gas.
Per l'Enel è più preoccupante il rialzo del prezzo del petrolio o l'incertezza sull'approvvigionamento del gas?
L'aumento del prezzo del petrolio si riflette anche sul prezzo del gas. Per di più in Italia riceviamo gran parte del nostro metano da due gasdotti principali: uno a sud dall'Algeria e uno a nord dalla Russia. Abbiamo visto lo scorso inverno cosa può accadere se lungo uno di questi gasdotti il metano prende una destinazione diversa da quella prevista. Solo grazie ad alcune centrali Enel che possono usare olio combustibile al posto del gas, con inevitabile aggravio nei costi, e ai risparmi nei consumi, si è potuto superare l'emergenza.
Ha ragione Romano Prodi a temere un inverno al freddo?
Preoccuparsi per il prossimo inverno non è solo giusto ma doveroso. In questi mesi non sono state significativamente aumentate né le capacità di importazione di gas né quelle di stoccaggio, mentre i consumi aumentano. Anche la costruzione di impianti di rigassificazione, che ci permetterebbero di ricevere il gas liquefatto via nave, diversificando i paesi fornitori e aumentando notevolmente la sicurezza degli approvvigionamenti, segna il passo.
Quali interventi sono stati fatti dall'Enel per rendere più sicuro il sistema energetico italiano?
In questi ultimi anni l'Enel ha investito al ritmo di 3 miliardi di euro l'anno nell'ammodernamento delle centrali, in nuovi impianti che usano fonti rinnovabili, nel miglioramento delle linee di distribuzione. Da qui al 2010 abbiamo un piano di investimenti in Italia di 15 miliardi di euro. Buona parte per potenziare l'uso del carbone pulito, come fanno i nostri vicini europei. E ridurre le bollette elettriche.

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ORTIS, AUTORITÀ PER L'ENERGIA: «EUROPA, SE CI SEI BATTI UN COLPO»
Presidente Ortis, appena 15 giorni dopo l'allarme contro il caropetrolio lanciato nella sua relazione annuale a Parlamento e governo il greggio ha sfiorato gli 80 dollari. È stato facile profeta?
Non è cosa da profeti. Basta tenere bene aperti gli occhi su quanto succede nel mondo. Come emerso anche dal recente G8, sull'energia si concentra gran parte delle scelte strategiche di tutti i paesi, europei in testa. Tra questi ultimi la situazione dell'Italia è una delle più critiche, a causa della dipendenza molto elevata dall'import di idrocarburi.
Che cosa si può fare?
Serve una politica energetica europea che rafforzi quelle dei singoli paesi dell'Unione. Per l'Europa, l'aumento di un dollaro sul prezzo del barile comporta oltre 5 miliardi di dollari di maggiori costi annuali, che si riflettono, per circa un terzo, nei settori dell'elettricità e del gas.
Un esempio di strategia degli approvvigionamenti in un'ottica europea?
Il caropetrolio è un problema globale e nessun paese può incidere da solo sui mercati degli idrocarburi. Ma una serie di azioni congiunte dei 25 paesi Ue potrebbe invece indurre variazioni significative della ancor molto limitata differenza mondiale tra offerta possibile e domanda di petrolio. Per il gas si potrebbe inoltre promuovere la creazione di almeno 2 o 3 «hub», uno dei quali in Italia, dove si possano formare prezzi sempre più indipendenti da quelli del petrolio. L'Italia otterrebbe il vantaggio di trovarsi in una posizione certamente più conveniente, come uno degli ingressi principali della catena di alimentazione del gas, anziché nella condizione di pura area terminale di consumo.
Quale sarebbe il primo passo per agevolare la creazione dell'hub italiano?
Sviluppare le infrastrutture: gasdotti transfrontalieri, rigassificatori, stoccaggi. L'Autorità ha introdotto, nel corso degli anni, meccanismi incentivanti per la promozione di nuovi investimenti, ma non può obbligare le imprese a investire e le amministrazioni a consentire la costruzione di nuovi impianti.
Intanto rischiamo nuovi blackout...
Come per le passate emergenze, anche per quelle che ci si prepara a prevenire l'attenzione dovrà concentrarsi non solo sulle condizioni climatiche, sull'affidabilità dell'import dalla Russia e dei transiti attraverso l'Ucraina, sulla funzionalità dei gasdotti dalla Libia e dall'Algeria, sull'aumento della domanda, ma anche sulla capacità di recuperare i ritardi accumulati nelle infrastrutture.
Però l'insieme di questi strumenti non darà tutti gli attesi ritorni fino a che permarranno condizioni di forte squilibrio tra gli operatori del mercato nazionale e asimmetrie fra assetti o norme dei vari sistemi energetici nazionali, della Ue e dei paesi suoi fornitori; aspetto, quest'ultimo, al centro di uno specifico intervento del nostro governo al recente G8.

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