| NUBI SUL MADE IN ITALY - UN AUTUNNO DIFFICILE PER IL SETTORE | ||
| Tessile, si taglia molto ma si cuce poco | ||
| Imprenditori e sindacati lanciano l'allarme: la tempesta che ha investito le aziende dell'abbigliamento non si placa. E i soldi della cassa integrazione stanno per esaurirsi | ||
| di Monica Camozzi | ||
| 24/8/2006 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001037634 | ||
| Per adesso sono «solo» 297, i dipendenti messi in cassa integrazione straordinaria da La Perla. L'azienda bolognese, nota in tutto il mondo per la sua lingerie ma alle prese con un bilancio a corto di ossigeno, aveva annunciato a fine 2005 l'intento di licenziare 410 lavoratori, dopo che il fatturato era sceso dai 184 milioni di euro del 2001 ai 163 del 2004. Una notizia arrivata come una bomba alla sede provinciale di Filtea Cgil, l'organizzazione sindacale che raggruppa i lavoratori del tessile abbigliamento. «La cassa integrazione è biennale a rotazione e servirà a superare l'impasse mentre l'azienda si ristruttura e investe per il rilancio su nuovi mercati» afferma Giacomo Stagni di Filtea Cgil Bologna, che i negoziati li ha seguiti da vicino. Così come sta seguendo il caso Redwall, altra realtà simbolo della pelletteria italiana in crisi. «Anche lì, per i prossimi due anni 32 persone su 95 saranno in cassa integrazione straordinaria. Il quadro generale della provincia è preoccupante: la Bruno Magli ha perso 100 dipendenti in due anni, la Pancaldi è stata acquisita da un imprenditore veneto ed è passata da 150 a 50 lavoratori». L'area di Bologna, con 300 persone rimaste senza lavoro nel 2005 e il rischio che altre 600 perdano il posto nel 2006, non è che la spia rivelatrice di un malessere generale del tessile abbigliamento. Ovunque, nei principali distretti italiani del settore, è uno stillicidio: Biella ha perso 5 mila lavoratori dal 2001 a oggi; la Lombardia ne conta 35 mila in meno nell'ultimo quinquennio. A Prato, nello stesso periodo, sono sparite 113 aziende e le 167 sorte dal nulla sono quasi tutte cinesi. Il settore tessile abbigliamento continua a essere tra le prime quattro voci del pil nazionale, con un saldo attivo della bilancia commerciale di oltre 10 miliardi di euro nel 2005 (dati Istat) e con una quota di export pari al 7,2 per cento del mercato mondiale, che pone l'Italia in seconda posizione dopo la Cina. Ma l'emorragia di posti di lavoro prosegue inesorabile, a fronte delle massicce ondate di merce cinese e asiatica a basso costo che invade il mercato nazionale. L'intero sistema moda, che al tessile abbigliamento unisce il calzaturiero e la pelletteria per un saldo commerciale totale di 16 miliardi di euro, ha perso il 27 per cento del suo attivo negli ultimi quattro anni. La colpa? Per Rossano Soldini, presidente dell'associazione nazionale dei calzaturieri (Anci), una grossa fetta di responsabilità ce l'ha l'Europa: «Affossare il manifatturiero sembra diventato un obiettivo prioritario di Bruxelles» lamenta l'imprenditore, in lotta da due anni con il commissario Ue al Commercio, Peter Mandelson, per l'approvazione dell'etichettatura obbligatoria, ovvero l'apposizione su ogni prodotto della dicitura «made in» che consentirebbe anche ai consumatori europei di sapere dove è stata prodotta la merce che stanno comprando. Una battaglia che il premier Romano Prodi, nel recente summit con i vertici di Smi-Ati (l'associazione del sistema moda), ha promesso di appoggiare. Per ora, un'offensiva i calzaturieri l'hanno sventata («con l'appoggio prezioso del ministro alle Politiche comunitarie Emma Bonino» afferma Soldini): il tentativo fatto da Mandelson di esentare dai dazi antidumping 140 milioni di paia di scarpe in pelle provenienti dalla Cina e 95 milioni in arrivo dal Vietnam. Una proposta che il 20 luglio scorso è stata bocciata da 13 paesi membri. E mentre a Bruxelles si discute, al di qua delle Alpi le aziende si domandano cosa succederà quando, a fine 2006, finiranno i soldi stanziati dal governo per la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. «L'Italia è piena di piccole imprese sotto i 15 dipendenti e di realtà artigiane che non avrebbero diritto alla cassa integrazione straordinaria» ricorda Valeria Fedeli, segretario generale di Filtea Cgil. «Abbiamo chiesto al governo una deroga alla normativa e ottenuto fondi anche per loro. Fondi che, nonostante le varie proroghe concesse nei singoli territori, si esauriranno a fine di quest'anno». Prato, per esempio, nel 2004 ha ricevuto dal ministero del Lavoro 18 milioni di euro per mettere centinaia di lavoratori in cassa integrazione; quindi ha ottenuto una proroga dei finanziamenti per il 2005 e altri 5 milioni di euro per coprire il 2006. La Regione Toscana ha varato un progetto pilota per il sistema moda e stanziato, dal 2003 al 2005, 150 milioni di euro destinati alle imprese. In altre regioni la situazione è diversa. «In Lombardia abbiamo aperto un tavolo di confronto ma gli incontri sono stati pochissimi, così come i fondi erogati alle imprese» commenta il responsabile locale di Filtea Cgil, Ferdinando Colleoni. «Gli esponenti delle istituzioni si sono fatti vivi solo in campagna elettorale. Eppure qui abbiamo 15 mila aziende solo nel tessile». Quindi le responsabilità non sarebbero solo europee? Valeria Fedeli punta sul ministro Pierluigi Bersani, che sembrerebbe concorde all'apertura di un tavolo per riunire parti sociali, imprenditori e istituzioni con l'obiettivo di affrontare i problemi del settore. Nell'attesa, qualche industriale propone di lasciar perdere il danaro pubblico e rivolgersi a investitori privati con lo strumento del private equity: come Marco Palmieri, titolare della Piquadro, azienda di pelletteria da 26 milioni di euro con un margine operativo del 25 per cento nel 2005, che si è riconvertita grazie all'ingresso di un fondo. «Abbiamo lasciato in Italia il design e trasferito la produzione in Cina» spiega Palmieri. «Però qui abbiamo investito 8 milioni di euro in un centro logistico». Licenziamenti? «No. I lavoratori persi in fabbrica li abbiamo riassorbiti nella logistica. Se il governo defiscalizzasse il private equity sarebbe già una bella soluzione…».
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