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Panorama   Archivio   Lo spione hi-tech dell'ufficio accanto

PRIVACY - I NUOVI PROBLEMI NEL RAPPORTO TRA AZIENDE E DIPENDENTI

Lo spione hi-tech dell'ufficio accanto

Guido Pietrosanti  16/1/2007

Biometria e radiofrequenze per monitorare i lavoratori

L'abitudine a inviare dall'ufficio email estranee al lavoro, o a collegarsi a siti internet di interesse personale dalla rete aziendale, può tradursi in un licenziamento. Vari software, ormai alla portata di tutti anche in Italia, consentono di rilevare ogni tappa della navigazione in rete dei dipendenti, conversazioni in chat, messaggi istantanei, email ricevute e inviate, pagine web scaricate e consultate (anche se solo per sbaglio), ogni tasto del computer digitato e, quindi, tutto ciò che il lavoratore scrive con il computer aziendale.
Ma tutto ciò è davvero utile all'azienda? «Ai tempi di Karl Marx la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti svolgeva mansioni di tipo fisico e ripetitivo, di cui si poteva controllare quantitativamente la durata e il risultato» osserva il sociologo del lavoro Domenico De Masi.

«Oggi la maggior parte dei lavoratori svolge attività di natura intellettuale. Di conseguenza, non conta il controllo ma la motivazione, non conta la durata ma il risultato. Posso scrivere un articolo bello in poco tempo o un articolo brutto in molto più tempo. Dipende dai bioritmi, dallo stato di salute, dalla motivazione. E l'attenzione che prima veniva dedicata a perfezionare il controllo andrebbe ora dirottata sul raffinare gli incentivi.
Occorre organizzare il lavoro per obiettivi, motivare il lavoratore e poi controllarne il risultato, non il processo. Tutto il resto appartiene all'organizzazione industriale, che nulla ha a che fare con l'attuale azienda. Inasprire i controlli va a scapito della motivazione e si riduce a una dimostrazione di impotenza manageriale».

In ogni caso non mancano le imprese intenzionate a continuare sulla strada dei controlli. L'ultimo grido, in materia, sono i sistemi biometrici e le tecnologie Rfid (radio frequency identification), basate su processori a radiofrequenza che permettono l'autenticazione automatica delle persone. La biometria è una scienza che studia come classificare gli esseri viventi partendo dalle loro caratteristiche fisiche, come le impronte digitali, l'iride e altre caratteristiche somatiche: dita, mani, viso, voce, odore, sudorazione, gestualità.
Le «etichette intelligenti», basate sulla tecnologia Rfid, vengono già utilizzate per diversi scopi, come il tracciamento costante delle merci. Naturalmente anche queste evoluzioni tecnologiche hanno attratto le aziende desiderose di controllare i propri dipendenti.

Le aziende, però, devono fare i conti con le norme a tutela della privacy. I provvedimenti del garante per la protezione dei dati personali (vedere intervista a pagina 70) consentono l'impiego della tecnologia biometrica solo se gli scopi di controllo non possono essere raggiunti con tecnologie meno invadenti, basate su dati anonimi (ossia non riferibili a un soggetto determinato).
E, in ogni caso, anche per garantire il minore utilizzo possibile di dati così delicati, non è consentito alle aziende memorizzarli in un database centrale. Inoltre il garante chiede di utilizzare sistemi di identificazione in cui il raffronto tra l'utente e il suo dato biometrico (ai fini dell'identificazione) avvenga attraverso una smart card nell'esclusiva disponibilità dell'utente.

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Le aziende dovranno dotare i dipendenti anche di una email personale
Mentre il dibattito sulle tecnologie Rfid è una novità, il controllo sulla posta elettronica del dipendente è al centro dell'attenzione dei giuristi da molti anni. Se la questione è il controllo sulla sua posta elettronica, il lavoratore deve stare ben attento all'autorità alla quale chiede giustizia.
Questi controlli, infatti, secondo il garante per la protezione dei dati personali devono essere circoscritti entro limiti specifici anche alla luce del principio costituzionale che tutela la libertà della corrispondenza. Il presidente di quest'autorità, Francesco Pizzetti, ha anzi preannunciato un provvedimento che imporrà alle aziende di dotare ciascun computer aziendale di una doppia casella di posta elettronica, una per il lavoro e una personale.

D'altro lato il garante può accogliere un ricorso con cui si chieda di dichiarare l'illegittimità del controllo sul lavoratore, ma non può pronunciarsi direttamente sul provvedimento disciplinare che sia stato emesso a seguito di quel controllo. E davanti al giudice la questione cambia.
I controlli sulla email aziendale che possono portare al licenziamento del lavoratore sono ritenuti legittimi dalle sentenze (non è un indirizzo consolidato, ma di poche, seppur concordanti, pronunce). Una particolare vicenda ha dato origine agli ultimi due giudizi su questa tematica.

Durante l'assenza dal lavoro di una dipendente, il diretto superiore (che ne aveva chiesto il trasferimento per non essere riuscito a stabilire con lei un rapporto di adeguata collaborazione) ha acceso il computer della collaboratrice individuando, nella sua corrispondenza, delle email inviate al precedente superiore (trasferito ad altro incarico nella stessa azienda).
Si trattava di documentazione lavorativa e tabulati, a disposizione della dipendente in ragione delle sue mansioni. La dipendente è stata licenziata e il tribunale di Vasto, al quale si è rivolta, pur ritenendo ingiustificato il licenziamento, ha giudicato legittimo il controllo sulle sue email.

In seguito la dipendente ha lamentato la violazione della propria corrispondenza ricorrendo anche al giudice penale, ma il tribunale di Torino (sezione distaccata di Chivasso) ha respinto il ricorso.
Secondo il tribunale, infatti, il datore di lavoro che legga le email del lavoratore non viola il Codice penale, che pur punisce chi prenda cognizione del contenuto dell'altrui corrispondenza, perché i messaggi inviati dal dipendente, attraverso la casella di posta elettronica dell'impresa, costituiscono corrispondenza aziendale e non del lavoratore.

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