L'Irlanda dice sì al fiscal compact

Alla fine hanno vinto gli europeisti. O meglio, la paura

L'Irlanda dice sì al fiscal compact L'Irlanda dice sì al fiscal compact
Il primo ministro irlandese Enda Kenny e il vice primo ministro Eamon Gilmore si stringono la mano dopo l'approvazione del fiscal compact (Credits: EPA/NIALL CARSON)

di Tommaso Della Longa

Alla fine hanno vinto gli europeisti. O meglio, ha vinto la paura. Il “sì” al referendum ha vinto in Irlanda e così i cittadini dell’Isola verde hanno accettato il Fiscal Compact, ovvero il nuovo patto di stabilità. In caso di bocciatura, il provvedimento non sarebbe stato bloccato, per l’approvazione è infatti sufficiente il sì di 12 dei 17 paese dell’euro, ma Dublino non avrebbe avuto accesso ai finanziamenti del nuovo fondo salva-Stati rischiando così il tracollo finanziario.

E soprattutto sarebbe stato un secco no alle misure di austerità tante volute dalla Germania e un’ennesima situazione di instabilità nel continente. Su 43 collegi solo 5 hanno votato contro. Su 3.144.828 aventi diritto si sono recati alle urne 1.591.385 elettori.

Ovvero una bassa affluenza, con appena il 50,6%. Il 60% dei votanti ha detto sì. Così il Paese che aveva bocciato due volte l’Unione europea, nel 2001 e nel 2008, questa volta si è pronunciato a favore di Bruxelles. Ma torniamo alla paura. Il fronte del sì, che comprendeva il governo ma anche il maggiore partito d’opposizione, aveva giocato molto sul leit motiv, usato anche dal primo ministro Enda Kenny, “il patto va approvato se non vogliamo fare la fine della Grecia”.

Una sorta di mantra, utilizzato per zittire chi chiedeva misure di crescita e non solo di taglio alla spesa sociale, in una nazione che vede aumentare i poveri delle classi medie, ha un’infanzia sempre più a rischio povertà e un fenomeno di emigrazione delle giovani generazioni a dir poco preoccupante.

Oltre a una serie di movimenti civici, i più grandi detrattori del Fiscal Compact erano i socialisti e lo Sinn Fein, il partito che fino a pochi anni fa incarnava l’ala politica della lotta indipendentista in Nord Irlanda. Secondo il fronte del “no” la paura è stata l’effetto scatenante, nello scegliere il “male minore”: alcuni hanno spiegato che il pensiero diffuso era “meglio rimanere legati a un’Europa in evidente difficoltà che rischiare il crack in solitudine”.

I socialisti hanno dato come chiave di lettura una “forte polarizzazione di classe” del voto, con una “working class” completamente schierata per il no e le zone più benestanti per il sì. “Gli operai e i lavoratori hanno votato “no” perché sono state le prime vittime dell’austerità. Hanno rimandato al mittente i consigli del Governo. Le classi medie, nella speranza che le cose non vadano peggio, hanno votato con il Governo e il sistema”, ha spiegato Richard Boyd-Barrett di “People Before Profit”.

Passato l’incubo della terza bocciatura all’Ue da parte irlandese, scontate sono le reazioni positive di Bruxelles con un vero e proprio coro di soddisfazione. “E’ un giorno importante per l’Irlanda e l’Ue”,  dice il presidente del Parlamento europeo Schulz, mentre il presidente del Ppe, il belga Martens, dichiara che “l’adozione del Trattato darà una significativa spinta alla ripresa dell'economia”. Il risultato irlandese è “un importante passo avanti” per il presidente permanente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e per quello della Commissione europea, Josè Manuel Barroso.

Così si ricomincia a parlare di fiducia e speranza nel futuro. Anche se, il rovescio della medaglia è sempre la richiesta di investimenti per la crescita e non solo tagli: il “sì” stentato da Dublino andrebbe forse letto come un grido di aiuto da parte di cittadini europei molto preoccupati per quello che succederà e che aspettano risposte concrete da Bruxelles. E quindi, non solo dichiarazioni entusiaste per un “sì” che elimina qualche problema di troppo all’Ue.

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