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Sergio Luciano

Generali, the "Day After"

La lunga mano di Mediobanca sugli scenari futuri

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Come in un film di Sergio Leone, dopo le detonazioni e i sibili delle pallottole, la polvere si sta assestando sul duello all’”Ok Corrall” con cui Renato Pagliaro e Alberto Nagel, presidente ed amministratore delegato di Mediobanca, hanno fatto fuori dal vertice delle Generali l’ex “Ceo group” Giovanni Perissinotto sostituendolo con Mario Greco, in arrivo dalla Zurich.

Le modalità del licenziamento, pur condiviso dai principali soci minori privati del Leone – Del Vecchio, De Agostini, Ferak, Bollorè – confermano che la bussola del colosso triestino ce l’ha in mano Mediobanca. Ed anche per questo concentrano i riflettori non solo sulle strategie che il nuovo manager designato – ma non ancora insediato: arriverà tra un mese circa - adotterà a Trieste, ma anche su quel che accadrà in Mediobanca.

Alcuni scenari si possono già delineare:
1) Se il rappresentante di Intesa Sanpaolo nel consiglio delle Generali, l’avvocato Alessandro Pedersoli, ha votato contro la sfiducia a Perissinotto non è un caso e non è un segnale di poco conto. Pedersoli non ha certo agito soltanto per stima personale verso Perissinotto, o magari sfiducia in Greco – che non ha lasciato di sé, in Intesa, un buon ricordo per il suo passaggio polemico nel gruppo Eurizon-Fideuram. Pedersoli lavora da decenni in tandem con Giovanni Bazoli e il suo “no” deve avere avuto un contenuto di metodo. Sia chiaro, niente di “aziendale”: Intesa s’è tenuta ben lontana dalla rissa triestina. Ma è impensabile che un giurista come Pedersoli esprima un voto così rilevante senza sapere l’effetto di visibilità che avrebbe avuto e senza esser consapevole dell’assimilazione che il mercato fa da sempre tra le sue posizioni e il pensiero di Bazoli. Quindi, è lecito considerarlo un segnale in più di perplessità sulla linea di Mediobanca: che senso ha avuto un intervento a gamba tesa come questo, a dieci mesi dalla naturale scadenza del consiglio?

Tutto il mondo l’ha preso come l’ennesima prova dei “giochi di potere” all’italiana pilotati da Piazzetta Cuccia. Alla cui attuale gestione – pur non sottovalutando alcune migliorie apportate all’azienda bancaria in quanto tale, che finora è riuscita a evitare ricapitalizzazioni e si è sia pur embrionalmente espansa all’estero – possono essere attribuite, quasi specularmente, un po’ tutte le critiche di metodo rivolte a quella di Perissinotto a Trieste.

Insomma, se Pagliaro e Nagel, figli legittimi di una tradizione nella quale era Mediobanca a pilotare “in toto” la gestione delle Generali - da essi confermata nel rapporto con lo stesso Perissinotto, fino a pochissimo tempo fa esecutore obbediente, e nell’operazione Bernheim-Geronzi – si sono ridotti oggi a dover ingaggiare un manager esterno, di provata indipendenza, come Mario Greco, è segno che sanno di essere a loro volta alla prova d’appello.

2) Quanto a Greco, non c’è dubbio che sia oggi il manager assicurativo forse più bravo d’Europa. Non sarà quello il difficile, per lui: le Generali sono comunque una bella azienda e lui saprà farla andare ancor meglio, potendo contare in Italia sull’appoggio del suo ex numero due in Ras Paolo Vagnone, country manager nazionale, e all’estero su un uomo di provata capacità e affidabilità come Sergio Balbinot. Il difficile sarà ben altro:

a) bonificare un portafoglio di partecipazioni senza senso alcuno, per una compagnia d’assicurazioni, costruito proprio in ossequio ai diktat di Mediobanca e delle sue cosiddette “operazioni di sistema”. Che se ne fanno le Generali del 30,6% di Telco, cioè del 7% scarso del capitale di Telecom Italia, su cui hanno una minusvalenza-monstre? Che se ne fanno del 3,7% di Rcs? Che se ne fanno del 3,6% di Gemina, ovvero degli Aeroporti di Roma? Che se ne fanno del 15% di Ntv, i treni “Italo” di Luca di Montezemolo e di Diego Della Valle, “quasi ex” consigliere, proprio in dissociazione con il siluramente di Perissinotto? Ma come ricavare qualcosa di buono da tutta questa roba senza fare sanguinose minusvalenze?

b) ridare redditività al patrimonio immobiliare delle Generali, che è grande il triplo di quello di Caltagirone e rende un terzo. Ristrutturarne la gestione è indispensabile. Ci riuscirà, Greco? A parte il caso della ben gestita CityLife (dove peraltro le Generali sono salite al 68,5% per rilevare le posizioni dei soci deboli, ultimo dei quali quel Ligresti la cui malagestio sta dando in pasto Fonsai a Unipol - sempre che la controversa operazione riesca…-  creando alle porte di Trieste un minaccioso concorrente) il resto è evidentemente male amministrato.

c) La terza questione è la più spinosa: oggi le Generali hanno 50 miliardi di euro investiti in titoli di Stato italiani. Con il rischio-euro in cui navigano l’Unione monetaria in genere e l’Italia in specie, è uno sproposito. Se la Grecia uscisse dall’euro, i titoli italiani subirerebbero perdite rilevantissime. Come ha potuto, una multinazionale come le Generali, esporsi così tanto sui valori di un solo Paese, per quanto fosse il proprio? Per un malinteso patriottismo? Una bella gatta da pelare per Greco, che certamente in Zurich – guardare i bilanci per credere – sui titoli italiani era molto meno esposto.

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