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Panorama   Archivio   E al dollaro cosa succederà

LE VERE RAGIONI DEL SUPEREURO

E al dollaro cosa succederà

  15/12/2003

Nonostante la cattura di Saddam, la valuta Usa non ha ancora terminato la sua discesa. E ora l'euro viene tesaurizzata nelle casse delle banche centrali

"Il dollaro cola a picco" oppure "Il dollaro va a le stelle" sono ottimi titoli da prima pagina. Ma la discesa della valuta americana negli ultimi due anni è parsa lenta e progressiva.
Eppure, nel luglio 2001 con 1 euro si compravano poco meno di 84 cent mentre questa settimana è stato stabilito un nuovo record superando quota $ 1,20.

A seconda del punto di vista, potremmo dire che il valore dell'euro è aumentato del 44% o che quello del dollaro è diminuito del 31%. Comunque, da qualsiasi parte la si veda, resta il fatto che la variazione del valore relativo delle due valute è significativa. E il dollaro sembra destinato a perdere ulteriormente terreno (questo articolo dell'Economist è stato pubblicato prima della cattura di Saddam Hussein, ndt).

PREZZO PIU' IMPROTANTE DEL MONDO
Per la maggior parte della gente i tassi di cambio hanno senso solo nella misura in cui permettono di quantificare quanto contante avranno da spendere in vacanza all'estero. Ma il tasso di cambio tra dollaro ed euro è sicuramente il prezzo in assoluto più importante del mondo, con conseguenze economiche potenzialmente più significative del prezzo del greggio e dei chip per computer. La forza del dollaro ha un impatto su bilance commerciali, flussi di capitale, tassi di crescita, utili, corsi azionari, tassi di inflazione e di interesse e persino sulla dimensione relativa delle economie. Il pil della zona euro era solo il 60% di quello americano nel 2001. Se si mantengono gli attuali tassi di cambio, si porterà all'80%.

SE ENTRA LA GRAN BRETAGNA
Se le economie di paesi come la Gran Bretagna, la Svezia e la Danimarca entrassero a far parte della zona euro, l'Unione Europea disporrebbe già di un'economia leggermente maggiore di quella degli Stati Uniti.
Di primo acchito, sembra strano che il dollaro stia perdendo terreno. L'economia e i profitti americani spiccano il volo mentre le economie della zona euro riescono a malapena a camminare e il Giappone fa fatica a rialzarsi. Fino al terzo trimestre di quest'anno, il pil degli Stati Uniti è aumentato del 3,5% mentre quello della zona Euro ha fatto registrare un penoso 0,3%. Sebbene il pil del Giappone in termini reali sia cresciuto del 2,3%, il valore nominale è pari a zero.

L'AMERICA IN ROSSO
La crescita americana dovrebbe portare il dollaro in alto e non in basso. Proprio così come era accaduto verso la fine degli anni Novanta. Ma questa volta c'è un problema: se la domanda interna cresce molto di più in America rispetto ai suoi partner commerciali, il già enorme deficit della bilancia commerciale tenderà a gonfiarsi ulteriormente a causa delle maggiori importazioni. Allora l'America dovrà prendere a prestito molti più capitali dal resto del mondo per poter finanziare il deficit. La vera causa della crescente propensione americana per le importazioni non è la produzione a prezzi slealmente bassi della Cina Ð che è, in genere, designata come il colpevole di tutto Ð ma la scarsa propensione al risparmio, il risultato dell'indebitamento sfrenato delle famiglie e dell'enorme deficit del bilancio federale. Finché perdureranno questi fattori, il dollaro continuerà a scendere per compensare il deficit americano con l'estero.

DA GOLOSI A INAPPETENTI
Alcuni anni fa, gli investitori erano particolarmente "golosi" di valori in dollari. Ora sembra stiano perdendo l'appetito. Nel terzo trimestre dell'anno, si sono attestati come venditori netti delle azioni americane, lasciando gli Stati Uniti in balia dell'acquisto da parte degli altri governi dei buoni del tesoro americani. L'afflusso di capitale netto è sceso a soli 4 miliardi di dollari in settembre, stabilendo il record negativo dell'ultimo quinquennio.
Se la domanda di dollari è inferiore all'offerta, allora ci sono due alternative: o il dollaro perde valore o i rendimenti dei titoli americani devono aumentare per rendere la valuta più attraente agli occhi degli investitori.

PREOCCUPARSI O NO?
La debolezza del dollaro è motivo di preoccupazione? Per l'America dovrebbe essere una manna, un valido aiuto per incentivare esportazioni, utili e occupazione. Anche il solito timore che la perdita di valore della moneta possa far aumentare l'inflazione è ridotto in quanto l'America ha ancora un grande margine di manovra e il tasso di inflazione (1,3% se misurato sui settori chiave, escludendo l'energia e i prodotti alimentari) è addirittura troppo basso; anzi le autorità federali vedrebbero di buon occhio un leggero aumento. Se la progressiva discesa del dollaro consente fra le altre cose di contenere il deficit della bilancia commerciale, allora, paradossalmente, diminuisce anche le possibilità di un improvviso crollo di fiducia nella valuta americana.

UN'OPPORTUNITÀ PER L'EUROPA
In Europa un dollaro debole è temuto e osteggiato. I politici e gli uomini d'affari hanno paura di perdere proporzionalmente a quello che guadagnerà l'America e che le loro aziende diventeranno meno competitive.
Eppure, l'ascesa dell'euro non è necessariamente una cattiva notizia per l'Europa. In realtà, se la Banca Centrale Europea (BCE) reagisce come si deve, potrebbe proprio essere il contrario: potrebbe trattarsi di quella buona notizia di cui la zona Euro ha tanto bisogno.

Purtroppo, c'è un grosso "se", data la riluttanza che la Banca centrale europea ha dimostrato nel ridurre i tassi di interesse. Eppure un euro più forte non solo dovrebbe facilitarle il compito di tagliare i tassi contenendo nel contempo l'inflazione, dovrebbe anche rendere questo provvedimento indispensabile poiché l'ascesa dell'euro di per sé corrisponde a una restrizione delle condizioni monetarie.

Sebbene i produttori potrebbero risentire effetti negativi a breve termine, l'economia della zona euro nel suo complesso dovrebbe trarne vantaggio.
I tassi di cambio vantaggiosi migliorano le condizioni commerciali di qualsiasi economia e aumentano il potere d'acquisto dei consumatori, che potranno comperare più merci estere in cambio dello stesso quantitativo di produzione domestica. Anche i tassi di interesse inferiori stimoleranno la debole domanda interna europea, che è stata per tanto tempo una palla al piede per le economie della zona euro.
Infine, la presenza di un euro forte dovrebbe spingere i politici e le aziende europee a mettere in atto le riforme strutturali, tanto penose quanto necessarie, di cui hanno già tanto parlato e che hanno incontrato non poca resistenza.

Molte di queste argomentazioni valgono anche per il Giappone. I giapponesi e gli europei potrebbero chiedersi perché dovrebbero fare tutti questi sforzi per adattarsi alla situazione di squilibrio dell'economia mondiale provocata da quegli scapestrati dei consumatori americani e ancor più da quello scialacquone del governo americano.
In realtà dovrebbero essere grati agli americani: le loro abitudini in termini di indebitamento e spesa, sebbene insostenibili, negli ultimi anni sono state il principale motore della crescita globale. Ora tocca agli altri fare la loro parte.
In particolare, la Bce deve arditamente cogliere l'opportunità rappresentata dall'ascesa dell'euro. Se la crescita del pil della zona euro dovesse rallentare, sarebbe colpa della Bce e non del rialzo del dollaro.

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