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ELEZIONI: IL DELFINO DI AZNAR PUNTA ALLA MAGGIORANZA ASSOLUTA

Condannato a stravincere

Gian Antonio Orighi  5/3/2004

L'unica incognita del risultato del 14 marzo è il numero di seggi che il Partito popolare riuscirà a conquistare. Infatti solo se avrà la maggioranza assoluta Mariano Rajoy, successore dell'attuale premier, potrà fare a meno dei nazionalisti. E garantire l'unità del paese.

Maggioranza assoluta per i popolari di Mariano Rajoy: sì o no? È l'unica cosa che vogliono sapere i clienti»: Consuelo Perera, direttrice di Demoscopia, uno dei maggiori istituti demoscopici di Madrid, sintetizza il gran quesito delle legislative del prossimo 14 marzo.
Anche il quotidiano liberal El Mundo restringe a due sole ipotesi la sconfitta annunciata per i socialisti di José Luís Rodríguez Zapatero: «Vittoria di Rajoy per per ko o ai punti». Nessuno infatti, tranne il Psoe, mette in discussione il risultato. Ma se il Pp non supererà i 176 deputati che danno la maggioranza assoluta rischierà la più amara delle vittorie.

L'eccezionale importanza di queste politiche a turno unico consiste nel fatto che, per la prima volta, la posta in gioco è l'unità della Spagna. Sottolinea Rajoy, 48 anni, galiziano, ex notaio, con l'hobby della mountain bike, cinque volte ministro e segretario generale del Pp: «Siamo l'unico baluardo della coesione del paese». I suoi slogan «Avanziamo» e «Raggiungiamo più obiettivi» si accompagnano a «juntos», insieme.
Zapatero, 43 anni, castigliano di León, avvocato, propugna invece una indefinita «España Plural». Ma, per conquistare il potere in caso di perdita della maggioranza assoluta di Rajoy, deve allearsi con i comunisti di Izquierda unida e con i partiti nazionalisti più forti, dal centrodestra degli indipedentisti baschi del Pnv e dei catalani della Ciu agli estremisti galiziani del Bng e ai catalani separatisti di Sinistra repubblicana. Tutti hanno un obiettivo comune: la riforma della costituzione per trasformare il paese in uno stato plurinazionale. I sondaggi prevedono più del 42 per cento a Rajoy, scelto come successore da José María Aznar, il premier al potere dal '96 che non si ripresenta per seguire il modello americano: massimo due mandati. L'ultimo rilevamento, quello del 29 febbraio pubblicato dal moderato Abc, dà i popolari al 42,2 per cento (-2,3 sul 2000) e tra i 174 e i 177 seggi. I socialisti avanzano di 3,5 punti, raggiungendo il 37,2 per cento, ma ottengono al massimo dai 133 ai 137 deputati.

Rajoy ha dalla sua i risultati spettacolari ottenuti dal governo in otto anni: i 4,5 milioni di nuovi posti di lavoro, i tagli delle imposte dirette pari al 25 per cento medio, i successi contro il terrorismo basco dell'Eta.
«Eppure, Rajoy si trova nella posizione più scomoda: se ottiene due o tre deputati in meno dei 176 di cui ha bisogno, potrà governare grazie all'alleanza sicura di Coalición Canaria» dice a Panorama Soledad Gallego-Díaz, vicedirettore del filosocialista El País. «Ma se la perdita fosse maggiore dovrà cercare l'appoggio della Ciu, che pretenderà una profonda revisione dello statuto d'autonomia catalano». Aggiunge: «A Zapatero nessuno invece chiede di vincere. Gli basta migliorare i risultati del 2000».

Si riproporrebbe, in questo caso, la spinosa situazione del '96 quando Aznar, con 156 deputati, oltre all'alleanza con Cc, fu costretto a trattare l'appoggio esterno della Ciu, pagato tra l'altro con il trasferimento alle regioni del 15 per cento dell'imposta sulle persone fisiche. E rimase sempre sotto il diktat catalano. Il leader popolare lo sa e mette le mani avanti: «Un governo senza maggioranza sarebbe in seria difficoltà e ai catalani converrebbe entrare nel governo con noi».
L'ipotesi non è scartata a priori dal segretario generale della Ciu, Josep Duran i Lleida. Ma Rajoy dovrebbe per forza passare sotto le forche caudine della riforma dello statuto speciale, cioè subire una Catalogna cosovrana con la Spagna, e la riforma della costituzione che prevede l'indissolubile unità del paese. Un prezzo che il Pp dice di non voler pagare. Comunque Rajoy è un abilissimo negoziatore. Fu proprio lui a condurre in porto l'appoggio esterno del '96 quando era ministro della Pubblica amministrazione: è la vera ragione per cui Aznar l'ha nominato suo delfino.

«C'è però una grossa differenza tra la Ciu del '96 e quella del 2004: adesso è all'opposizione in una regione governata da socialisti, sinistra repubblicana ed ecocomunisti, un modello che Zapatero vuole esportare nel resto del paese per cacciare i popolari se scendono sotto i 176 seggi. Oggi i catalani porrebbero condizioni pesantissime» avverte Cesar Alonso de Los Ríos, columnist di Abc, saggista e opinion-maker antinazionalista.
E un governo guidato dal Psoe, il cui slogan «Zp» (Zapatero presidente) è deriso dai popolari perché ricorda il marchio di un insetticida? Sulla carta la possibilità esiste, ma non ci crede nessuno. «Sarebbe un governo troppo instabile: non durerebbe 48 ore» sintetizza Duran, il quale però spera che il Pp perda la maggioranza assoluta per tornare a essere l'ago della governabilità nazionale e incassare i dividendi politici. Segno dei tempi: i grandi magazzini El Corte Inglés hanno messo in saldo (3,65 euro) l'unica biografia pubblicata di Zapatero. È del 2001.

CHE COSA PUÒ CAMBIARE IN EUROPA

Su Ue e rapporti con gli Usa, Pp e Psoe hanno idee divergenti

Le legislative spagnole del 14 marzo avranno importanti conseguenze anche nella Ue e nei rapporti fra vecchia e nuova Europa.
Il leader popolare Mariano Rajoy ha già annunciato che, in caso di vittoria, la Spagna seguirà la tradizionale politica del premier Aznar: difesa del patto di stabilità e del trattato di Nizza, netta opposizione al direttorio Londra-Parigi-Berlino sia prima sia dopo l'allargamento a Est. Quanto all'Iraq, dove Madrid ha dislocato 1.300 uomini, Rajoy conferma la permanenza delle truppe e il consolidatissimo rapporto strategico con gli Usa.

José Luís Rodríguez Zapatero appoggia invece un riallineamento di Madrid con Parigi e Berlino, pur difendendo il patto di stabilità e il trattato di Nizza. Contrario all'intervento in Iraq, intende ritirare le truppe spagnole se l'Onu non si farà carico della situazione.
I suoi rapporti con Washington sono pessimi: l'anno scorso è rimasto seduto mentre passava la bandiera americana nel corso di una sfilata militare.

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