EMERGENZE -IDENTIKIT DEI BRIGATISTI ARRESTATI
Nella testa dei nuovi terroristi
Marcella Andreoli 9/5/2001
Entrare o no nella clandestinità per avviare la «lotta armata contro lo Stato»? Un dubbio durato anni. Poi alcuni di loro hanno fatto il grande salto. Storia, legami e passi falsi dei presunti nipotini delle Brigate rosse.

Caro Luca, non abbandonare il lavoro. Non farti coinvolgere in progetti pericolosi... Non imboccarre strade senza ritorno». Una lettera scritta a mano, una missiva privatissima eppure finita fra i reperti nelle indagini sul nuovo terrorismo di Iniziativa comunista. Il fatto è che il documento era indirizzato a quel ragazzone taciturno, Luca Ricaldone, 37 anni, fino a pochi giorni fa stimato magazziniere presso un'azienda del Milanese e dallo scorso 3 maggio in carcere con altri sette compagni, tutti accusati di associazione sovversiva.
La lettera non è una prova d'accusa. Ma rappresenta una chiave di lettura del nuovo terrorismo stanato dai carabinieri del Ros dopo oltre due anni di pedinamenti e intercettazioni. Fra le righe del biglietto si intravede un dramma: entrare o no in clandestinità? Lasciare il lavoro, l'attività politica legale per seguire l'esempio dei brigatisti doc? Oppure continuare a militare in Iniziativa comunista, gruppo nato a Torino sei anni fa, febbraio 1995, da una costola di Rifondazione comunista?
«O di qua o di là» avevano fatto sapere i brigatisti. Al magazziniere Ricaldone era stato detto che non era possibile tenere il piede in due staffe. E forse lui, pur così taciturno, aveva fatto trasparire il problema tanto da ricevere, da chi gli stava vicino, quell'invito a lasciar perdere. L'escamotage di aver creato (così almeno sostiene l'accusa) una struttura occulta all'interno di Iniziativa comunista risultava un'aberrazione, un venir meno alle regole della rigida compartimentazione dei terroristi.
Persino un personaggio un po' eclettico come Giuseppe Maj, classe 1939, da anni esponente di punta dell'antagonismo sociale, aveva scelto la clandestinità, come gli era stato suggerito. Basta con il dirigere alla luce del sole i Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza comunista: Maj entrò in clandestinità due mesi prima che i brigatisti, dopo 11 anni di inattività, uccidessero a Roma il 20 maggio 1999 il professor Massimo D'Antona. Perché Ricaldone e i suoi compagni di Iniziativa comunista si ostinavano a giocare alla rivoluzione senza entrare in clandestinità?
Eppure, Iniziativa comunista ha le idee chiare. È il 21 febbraio 1998 e siamo a Firenze presso la sede dei Carc. Prende la parola Norberto Natali, 42 anni, leader di Iniziativa comunista, romano, titolare di una pensione di invalidità perché quasi non vedente, anche lui arrestato lo scorso 3 maggio. Natali dice che non gli interessano piccole iniziative, in pratica manifestazioni legate all'antagonismo sociale. Il suo progetto è molto più ambizioso: «Iniziare la lotta armata contro lo Stato».
Però, anche lui come Ricaldone, non è mai stato sfiorato dall'idea di entrare in clandestinità. Anzi. Due mesi fa aveva deciso di candidarsi nel collegio 10 di Crotone della Camera per le elezioni del 13 maggio, progetto poi sfumato perché Rifondazione all'ultimo momento aveva detto no all'apparentamento. L'idea di partecipare alla lotta politica candidando propri militanti era stata esaminata anche dai Carc, ma senza arrivare a una decisione univoca. Dunque, cosa si nasconde nel sottosuolo del terrorismo? E quale ruolo hanno i brigatisti latitanti o gli irriducibili in carcere sulle nuove reclute, fra le quali gli ultimi otto arrestati?
È dal 1995 che gli inquirenti hanno lanciato un preciso allarme: «Vecchi esponenti brigatisti stanno rivestendo un ruolo importante nella riorganizzazione delle Brigate rosse» erano state le parole pronunciate, in un'audizione di quell'anno alla commissione Stragi, dal prefetto Carlo Ferrigno, già capo dell'Antiterrorismo. Il procuratore di Verona Guido Papalia parla di «brigatisti rimasti in sonno» che, giocando su più piani, imprimono una forte accelerazione al ricompattamento del fronte terroristico. A ben vedere la storia del magazziniere Ricaldone e dei suoi complici, tenuti sotto controllo dai carabinieri, ne è la conferma.
«Illustre procuratore, la avverto che i brigatisti nel carcere di Novara, dove io sono detenuto, hanno contatti con l'esterno» aveva fatto sapere in gran segreto Felice Maniero, grande boss della mala del Brenta, al procuratore antimafia Piero Luigi Vigna. La data del messaggio è significativa: 22 maggio 1999, due giorni dopo l'omicidio del professor D'Antona. Cinque giorni più tardi, il 27 maggio, proprio dal carcere di Novara uscirà il primo documento di rivendicazione dell'agguato brigatista: «Questa ripresa dell'iniziativa combattente (la morte di D'Antona, ndr) si qualifica nella logica strategica della lotta armata e del rilancio del processo rivoluzionario».
Altre due settimane e un gruppo di irriducibili detenuti nel carcere di Trani rivendica l'azione D'Antona e conferma la rinascita della sigla tenuta in sonno per anni, quella delle Brigate rosse, partito comunista combattente.
È un imprimatur eccezionale. Proprio nel carcere di Trani, due anni prima, il 21 ottobre 1997, era uscito un primo documento intitolato «Non è questa la libertà che vogliamo». Si trattava di un altolà al dibattito apertosi sul problema amnistia-indulto per gli anni di piombo. Gli irriducibili, in parole povere, dicevano: andiamo avanti, c'è spazio ancora per noi. I carabinieri piazzavano microspie nelle loro celle: e qualche colloquio li indirizzava sulla strada di Iniziativa comunista e dei Carc. Poi c'è stato un vero colpo di fortuna.
Il 18 gennaio 2000, Fausto Marini, 50 anni, uno degli irriducibili, viene scarcerato a Trani per fine pena. Torna a Roma, appartamento in via Balzac. Presuntuoso come deve essere, si rimette a trafficare con le nuove reclute del terrorismo. Niente di illegale, come risulta dai pedinamenti dei carabinieri, ma è sintomatico del nuovo corso. Marini si incontra con i capi del gruppo ristretto di Iniziativa comunista e con Victor Anpilov, esponente del partito russo Russia lavoratrice. Poi da Parigi arriva a Milano un altro terrorista doc, Nicola Bortone, 45 anni, già arrestato in Francia nel 1989.
Bortone, dopo aver scontato nelle carceri francesi una pena di tre anni, anziché godersi la riconquistata libertà si è rituffato nella clandestinità. Anche lui, come gli irriducibili, crede che si possa ripetere l'«assalto al cuore dello Stato». A Milano si incontra segretamente con Ricaldone. Lo sollecita a lasciare il lavoro per seguire il suo esempio: una vera organizzazione non può avere una struttura legale e una occulta. Iniziativa comunista deve scegliere: stare di qua o di là. Ricaldone è indeciso.
I carabinieri, nel frattempo, lo seguono. E al momento del suo arresto, e di quello dei suoi compagni, scoprono che l'attenzione dei nuovi terroristi era rivolta soprattutto al mondo militare. Il prossimo obiettivo era la Nato, come ai tempi del sequestro del generale James Lee Dozier?
Dopo il delitto D'Antona un'altra fuga di informazioni: le durissime accuse del gip di Roma |
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| «Un'improvvida fuga di notizie» la definisce il gip Otello Lupacchini nell'ordinanza con cui dispone l'arresto di Norberto Natali e dei suoi sette compagni. Che «rischia, ancora una volta, di vanificare l'efficacia degli strumenti di ricerca della prova». In altri termini, l'inchiesta sul delitto D'Antona è stata un colabrodo. L'identikit degli otto arrestati è stato reso pubblico in tutti i dettagli oltre un mese fa. Mancavano solo nomi e cognomi. Comincia La Repubblica, il 24 marzo 2001, riportando passaggi dell'informativa del Ros appena consegnata alla procura, su un gruppo di «15-20 persone, con un volto ufficiale, che in Calabria corre anche per le politiche, e una parte occulta, clandestina». Prosegue il Corriere della sera del 27 marzo: nomina Iniziativa comunista e riporta le parole degli indagati nelle telefonate intercettate. Colpevoli o non colpevoli, gli otto presunti terroristi hanno avuto il tempo di far sparire eventuali prove a loro carico. L'unico documento compromettente è stato sequestrato a Barbara Battista. Si è difesa sostenendo che potesse essere stato «piazzato ad arte» dai carabinieri: una giustificazione rivolta ai suoi compagni? Ma già il 5 novembre '99 La Repubblica aveva rivelato i sospetti degli inquirenti su «il vero artefice della scissione dei Carc impegnato nella ricostruzione del Partito comunista». Negli ambienti della sinistra extraparlamentare è un terremoto: un comunicato diffuso su Internet accusa proprio Norberto Natali di dirottare «le forze antagoniste sulla via del terrorismo». E si arriva all'articolo di La Repubblica del 14 maggio 2000 che determina il precipitoso arresto di Alessandro Geri, presunto telefonista delle Br, scarcerato 10 giorni dopo. Lupacchini parla di fuga di notizie «istituzionale», intanto i giornali svelano le tecniche investigative per rintracciare la scheda telefonica prepagata usata per rivendicare il delitto. Da allora, per le chiamate più delicate, Luca Ricaldone usa solo telefoni pubblici a monete. (F.F.) |





