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LE STRATEGIE DI «PIER»

Casini power

Massimo Franco  29/8/2002

«Ho un'unica arma a disposizione: scontentare tutti». Il presidente della Camera parla dell'autunno caldo che lo aspetta: i girotondi, gli scontri in aula, i grandi problemi a cominciare da quello della giustizia. Che affronterą forte del suo carattere. E

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So che sarà dura. Ma so anche di avere un'unica arma a disposizione: scontentare tutti. Non sono prigioniero della maggioranza, non posso esserlo e l'ho dimostrato. Ma non voglio e non posso nemmeno essere il tutore dell'opposizione. Cercherò un punto di incontro, pur sapendo che sarà complicato trovarlo: ho richieste del centrodestra e del centrosinistra inconciliabili». La voce di Pier Ferdinando Casini riemerge dall'ultimo lembo di estate con parole di un realismo quasi amaro. Il presidente della Camera è nel Mar Ionio, in barca con la sua compagna Azzurra Caltagirone e alcuni amici; prima è stato per due settimane con le figlie a Otranto. Spiccioli di vacanze tutte famiglia e jogging, in vista di un autunno parlamentare rovente: rovente in particolare per lui, condannato a diventare il parafulmine istituzionale di ogni tensione.
Presto Casini si sentirà gli occhi addosso: sguardi non proprio benevoli. Nella «sua» aula promettono di arrivare gli echi dei girotondi antiberlusconiani, i veleni sulla giustizia, le risse fra schieramenti: lo spettacolo avvilente visto al Senato alla fine di luglio. La maggioranza ha fretta di chiudere la partita della legge sul legittimo sospetto entro settembre; il centrosinistra vuole trascinare la questione fino a novembre, in attesa delle sentenze di Milano su Cesare Previti e Silvio Berlusconi. E il presidente della Camera si troverà in mezzo. Ritorneranno le domande velenose sulle ambizioni future di «Pier», come lo chiamano gli intimi; sul tasso di fedeltà a Silvio Berlusconi; sui rapporti con l'opposizione.
«Purtroppo o per fortuna» anticipa Casini a Panorama «il presidente di un'assemblea rappresentativa deve essere un punto di equilibrio. E io mi affido al mio equilibrio. Deciderò facendo quello che sento più giusto, come sempre».

Gli attacchi sono messi in preventivo. E già si intravede il contorno di malignità sugli «ex democristiani» che sarebbero inaffidabili per antonomasia; le ironie sul partito di Casini, l'Ucd, che ha il 3,9 per cento dei voti e ben una settantina di parlamentari; e le allusioni alla rete del suo potere: discreto, poco vistoso, ma forte dell'asse di ferro con il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini; di rapporti solidi con il Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi e con le gerarchie ecclesiastiche, pur essendo separato dalla moglie; e con ciò che resta di un bel pezzo del moderatismo democristiano. Senza contare la potenza mediatica e finanziaria della famiglia Caltagirone. Francesco Gaetano Caltagirone, detto Franco, costruttore capitolino e padre di Azzurra, è editore del Messaggero di Roma, del Mattino di Napoli e aumenta la propria quota nell'Hdp, la holding del Corriere della sera.
Ma già di per sé la presidenza della Camera dà grande visibilità: è la terza carica dello Stato. E in un anno di governo la statura politica e il trasversalismo di questo quarantasettenne, deputato dal 1983, sono lievitati. Il segreto di Casini sembra racchiuso nella capacità di miscelare la fedeltà al maggioritario, tipicamente postdemocristiana, con un ecumenismo e una capacità manovriera tutti dc doc; e di ritagliarsi margini di autonomia che fanno arricciare il naso agli ultrà berlusconiani, ma lo accreditano al di là della maggioranza.

Gli amici di sempre non sono molti: fra gli altri, il presidente dell'Ucd, Marco Follini, e bolognesi importanti come il sindaco Giorgio Guazzaloca, il presidente dell'Enel, Pietro Gnudi, e il consigliere di amministrazione delle Poste, Franco Corlaita. L'elenco degli interlocutori politici, invece, è quasi chilometrico. Casini ha un rapporto storico con l'eminenza grigia del Cavaliere, il sottosegretario a Palazzo Chigi Gianni Letta: al punto che, si dice, nei momenti di tensione fra «Pier» e «Silvio» a soffrire di più è proprio Letta. Le poche cene alle quali va regolarmente con Azzurra sono quelle al Quirinale, dove gode della stima di Franca Ciampi e dell'entourage presidenziale, a cominciare dal segretario generale, Gaetano Gifuni.
La diplomazia di Casini si spinge a sorpresa fino a Marco Pannella. Ingloba diessini come Pierluigi Bersani, Massimo D'Alema, Piero Fassino e Luciano Violante, dal quale ha ereditato alcuni dei suoi più stretti collaboratori a Montecitorio. Tocca il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, e lambisce prodiani doc come Enrico Letta. Perfino con il capo leghista Umberto Bossi i rapporti non riescono a essere cattivi, sul piano personale. È difficile essere avversari di Casini. Tendenzialmente, lui abbraccia tutto l'emiciclo.
«Da un anno leggo sui giornali domande tipo: che farà Casini? Che cosa ha in testa? Ebbene, io ho in testa solo la voglia di lavorare senza calcoli e secondi fini, ispirandomi ai grandi presidenti di assemblee parlamentari della Prima repubblica: Amintore Fanfani, Nilde Iotti, Giovanni Spadolini». Ovvero un democristiano, una comunista e un repubblicano.

Ma guai a dargli del furbo: Casini si inalbera come se gli avessero detto che è un potenziale traditore. Per vedergli quel sorriso che in tv piace tanto alle signore, bisogna ammettere che è coerente. «Io» ripete «sono stato sempre con Berlusconi, dal 1994, con lealtà e coerenza. Sono rimasto al suo fianco durante la traversata del deserto all'opposizione.
Ma dal 31 maggio del 2001 ho assunto un ruolo diverso, di rappresentanza istituzionale. Si è determinato un evento che non volevo, non ho mai previsto, non ho ricercato. Voglio essere chiaro e sgombrare il campo da ogni equivoco: è giusto che il centrodestra scelga il successore di Berlusconi fra coloro che oggi svolgono un ruolo di governo accanto a lui». Pensa a Fini? «Di solito» risponde Casini «chi propone qualcuno lo fa con un secondo fine tutt'altro che amichevole. E Gianfranco per me è un grande amico, oltre che un ottimo vicepresidente del Consiglio».
Idiosincrasie ne ha pure lui, anche se le tiene segrete. Dicono che non riesca proprio a entrare in sintonia con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, né con il capogruppo leghista alla Camera, Alessandro Cè, che lo attacca con scientifica regolarità.
Il gusto della provocazione di Tremonti stride con i modi felpati di Casini. Il presidente della Camera, si racconta, non capisce le risse verbali che il superministro ingaggia col predecessore diessino al Tesoro, Vincenzo Visco. E poi, certe volte Tremonti gli sembra più leghista di Bossi.
Sarà un caso, ma all'inizio dell'estate Casini ha invitato a pranzo a Montecitorio il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio: un Fazio che ultimamente non ha nascosto qualche perplessità sull'efficacia delle ricette di Tremonti. E Fini, l'alleato di «Pier», ha criticato le esternazioni del ministro dell'Economia sull'Europa troppo federalista.
Casini è un europeista convinto. E continua a oliare i suoi agganci collaudati nel Ppe. È amico personale del premier spagnolo José María Aznar e del suo braccio destro a Strasburgo, nonché futuro genero, Alejandro Agag, dal quale è stato invitato come testimone assieme a Berlusconi alle nozze con Ana Aznar.

È un ammiratore dell'ex cancelliere tedesco della Cdu, Helmut Kohl. Ma anche in Italia non ha mai voltato le spalle ai grandi vecchi della Dc. Fu lui, insieme con Clemente Mastella, a volare a Palermo in segno di solidarietà verso Giulio Andreotti, quando il senatore a vita era sotto processo. Nutre rispetto per Emilio Colombo e Ciriaco De Mita. E anni fa rifiutò di andare in piazza col Polo contro Oscar Luigi Scalfaro: non si fanno cortei, disse, contro il Quirinale. E Arnaldo Forlani, suo antico mentore politico? Affettuoso anche con lui. Quando l'ex leader dc gli fece visita alla Camera, lo volle accompagnare fino all'uscita.
Sa di dovergli molto; come a Berlusconi, d'altronde. Per non creare malintesi o sovrapposizioni istituzionali con il capo del governo, Casini ha pensato di trasformare la sua puntata a New York del 10 settembre prossimo in una visita privata, perché Berlusconi sarà lì l'11, a un anno dagli attentati alle Twin Towers.
Alla Camera, però, passi indietro è deciso a non farne. «Nessuno» avverte «può pensare che io spiani la strada alla maggioranza, se chiede forzature parlamentari inaccettabili: ha i numeri per decidere. Per questo ho tenuto chiusa la Camera ad agosto.
Né l'opposizione può sperare che io metta i bastoni fra le ruote al centrodestra: me lo impedisce il mio ruolo di garante di tutti. Non mi aspetto sconti dal centrosinistra: non potrebbe farli, coi girotondi già previsti per settembre». Cefalonia è dolce. Ma Casini sa che le sue doti di navigatore, in quell'emiciclo che finora gli ha regalato lustro, difficilmente lo metteranno al riparo dalla tempesta.

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