L'ARCITALIANO
Gli scrivani dubbiosi del «terzismo»
Giuliano Ferrara 25/10/2002
«O con noi o contro di noi» è un'assunzione di responsabilità. Se la riconoscete come tale, non potete restare alla finestra e rifiutarvi di rispondere sul conflitto delle civiltà
Forse i «terzisti» non se ne sono accorti, ma il mondo va da un'altra parte e per loro sarà difficile incontrarlo. I terzisti sarebbero quelli che non vogliono assumersi la responsabilità di parteggiare. La guerra contro Saddam? Forse, ma, non so, meglio di no. Allora l'appeasement, con l'Europa che fa da battistrada insieme alla Russia di Putin? Be', chissà, vediamo, direi di no. Berlusconi? Bene l'alternanza, governo legittimo, ma non abbiamo voglia di sporcarci le mani con questa destra rozza. L'opposizione? Strillata e inefficace, girotondina e caotica, ma alla vasta influenza culturale del vecchio mondo di sinistra bisogna rendere quotidiani sebbene cauti omaggi, sono la Bell'Italia mediatica in un panorama di rovine.
È la sindrome di Bartleby lo scrivano, l'eroe di Herman Melville che preferisce dire di no all'esistenza e ai suoi possibili, e si strugge nell'impossibile narcisismo dell'isolamento e della passività, fino a morirne. Insomma: c'è un problema di metodo. Se stare in mezzo è l'effetto inevitabile di un'idea positiva e chiara delle cose, allora non è uno stare in mezzo, è uno stare altrove e un cercare di polarizzare di contro alla propria visione quella degli altri. È un atto generoso, è conflitto e impegno. Se stare in mezzo è invece una collocazione residuale, il risultato di una fiacca insoddisfazione, risulta alla fine pura negatività che non spiega il corso delle cose e non convince.
Nella vita pubblica la responsabilità delle scelte individuali e di gruppo non è un fattore secondario. Sappiamo tutto sul valore laico del dubbio e sulla funzione critica degli intellettuali, che non vogliono più sentir parlare di organicità a nuovi e vecchi principati. La critica politica però non è come la recensione letteraria o cinematografica o musicale: non basta dire che si è letto, si è visto, si è ascoltato e la faccenda non è piaciuta per questo e per quel motivo. La vita pubblica e civile è fatta di scelte, non di rappresentazioni, e l'aventinismo intellettuale non garantisce dalle peggiori derive, da errori fatali che alla fine coinvolgono tutti, anche i terzisti e i renitenti.
Cari amici terzisti, riflettete su un fatto semplice. Le cose più interessanti nascono con radici, che poi sono meticolosamente coltivate e irrigate, e crescono come elementi di valore interagendo con altre posizioni e identità e radici. I grandi percorsi politici, i grandi giornali, i grandi gesti letterari, i comportamenti che fanno storia a diverso titolo dipendono da una decisione in favore dell'esserci. Le mani pulite e le responsabilità allontanate come un fardello intollerabile sono una trappola per l'intelligenza. Capisco il rifiuto apocalittico, l'appartarsi eroico, ma non il ballonzolamento e l'indugio, lo scansare e negare il momento della decisione.
Se avete letto il saggio di Marc Fumaroli sull'America di Fortebraccio (pubblicato dal «Point»), avrete capito che anche dalla cattedra più sofisticata e dal cuore della più raffinata tra le culture europee viene una lezione: nel mondo nuovo emerso dalla caduta del Muro e dall'11 settembre si affacciano idee inconsuete, modi politici inimmaginabili fino a ieri, problemi cruciali da affrontare senza pregiudizi, e bisogna decidersi. Fumaroli polemizza, in nome dell'allegra solidità di Fortebraccio e del suo esercito liberatore, contro l'amletismo cupo e irresoluto, e segnala che l'America di Bush non è azione senza pensiero, tutto al contrario, è azione guidata da un nuovo pensiero. Dietro la semplificazione retorica «o con noi o contro di noi», sempre metodologicamente rischiosa, c'è un'assunzione di leadership, cioè di responsabilità. Se la riconoscete per tale, e non farlo è difficile per persone intelligenti, potete voi terzisti stare alla finestra? Potete rifiutarvi di dare una risposta al tema del conflitto di civiltà, alla questione della esportazione della democrazia, al problema di come giocano i rapporti di forza sulla scena mondiale?
Io credo di no. Se non vi piace l'idea di un mondo che si dà una struttura e una catena di comando, preservando e consolidando e magari estendendo le libertà fondamentali dell'uomo e del cittadino, e pagando un prezzo per tutto questo, diteci che cosa vi piace, spremetevi per trovare altre soluzioni positive. Ma non veniteci a dire che la funzione critica dell'intelligenza sta nel rifiutare le alternative per come esse si presentano nel tempo storico in cui si vive, e che basta sentirsi a posto con la propria coscienza per agire in piena indipendenza. Coscienza è parola rettorica di cui non abusare, diceva Benedetto Croce. Responsabilità è invece parola politica, bisognosa di adepti non fanatici, non bolsi, non entusiasti, ma rigorosi.





