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Panorama   Archivio   Le dodici tazzine di Pannella

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Le dodici tazzine di Pannella

Adriano Sofri  12/12/2002

Deve scontare a breve quattro mesi di carcere, ma trova il tempo di far visita ai detenuti di Pisa. Con le Gauloises e tutti quei caffè forti consumati in un'ora. E quando arriva è sempre festa grande

Faccio fatica a immaginare un mondo senza Marco Pannella. Tutto di lui cospira alla sensazione di un gran pieno, a cominciare dalla mole e dall'andamento a soffietto, magrezza allampanata ed espansione incombente, a seconda dei digiuni intrapresi e smessi.
Se avete letto quel gran romanzo di Thomas Mann che è la Montagna incantata (difficile, ma si può leggerlo saltando decine di pagine alla volta, se si vuol tenere dietro alle peripezie delle persone piuttosto che del pensiero: così lo lessi da ragazzo, inseguendo le pagine abitate dalla signora Claudia Chauchat) vi sarà rimasto in mente quel Mynheer Pepperkorn designato come «uomo di formato».
Da quando feci amicizia con Pannella, più di trent'anni fa, ebbi l'impressione che somigliasse all'uomo di formato, e benché gli stessi accanto come un fungo a un castagno, non ne ebbi soggezione, e sentii che avrei potuto portargli via la ragazza, senza che se ne accorgesse.
A un altro gran personaggio paragono Pannella, a quel teatrale Theodor Herzl che inventò l'Organizzazione sionistica mondiale, e specialmente al modo in cui Herzl corteggiò e maledisse i potenti del suo tempo, compreso il sultano turco, inseguendo il suo scopo grandioso.

Parlo di Pannella oggi per ragioni personali, benché in nessuno come in Pannella persona (corpo e anima) e politica coincidano al punto di inverarsi ed espropriarsi a vicenda.
Il fatto è che quando si dovranno stampare le figurine che raccontino la storia della Repubblica italiana, Pannella terrà un posto paragonabile a quello di Giuseppe Mazzini nell'album risorgimentale. Sabato e domenica Pannella, da parlamentare europeo, è tornato a trovarmi in questa galera di Pisa (la città dove morì anonimo, ma scaldato dalla coperta funebre di Cattaneo, Mazzini): veniva in aereo da Bruxelles, e a Bruxelles è poi tornato in aereo.
Infatti Pannella è atteso a Roma dalla notifica di una condanna a quattro mesi di carcere, dunque, non essendo formalmente latitante, rinvia il suo rientro a Roma per sbrigare alcune incombenze. Una, per esempio, è un intervento chirurgico che ripari a un aneurisma all'aorta.
Mi ha fatto piacere che fra gli impegni preliminari Marco abbia messo il weekend in compagnia mia e dei miei coinquilini, entusiasti: quando Pannella entra in una galera è festa grande.

Ma non ho potuto fare a meno di contemplare la singolarità delle cose umane. Va da sé che considero decisamente singolare la mia stessa situazione, ma non vale la pena di parlarne. Prendete invece Marco. Entra nella galera pisana in virtù del potere di ispezione che la legge gli riconosce.
A Roma lo aspetta un decreto di condanna passata in giudicato per aver distribuito (poca) marijuana a Porta Portese, in una domenica di punta, allo scopo di denunciare l'assurdità e il danno della legge proibizionista.
I giudici lo hanno condannato a una pena irrisoria se paragonata agli spaventosi anni di carcere inflitti a occhi chiusi alla moltitudine di disgraziati italiani e stranieri, e hanno dichiarato che ha agito per motivi di particolare valore sociale.

Magnifica è quella legge la cui deliberata trasgressione viene riconosciuta socialmente e civilmente nobile. Ora Pannella non ha intenzione (e chi ne avrebbe dubitato) di usufruire di una pena alternativa che lo costringa a passare da un commissariato a firmare, a chiedere a un magistrato l'autorizzazione ogni volta che voglia uscire dal Comune di Roma per andare, non dirò in Cambogia o a Bruxelles, ma a Fiumicino o a Rocca di Papa; e dunque si dispone ad andare dentro per qualche mese, forse a Regina Coeli (preferibile per ragioni di tradizione e di ubicazione, fra Gianicolo e Tevere e via Giulia, una meraviglia), forse a Rebibbia.
Siamo qui che chiacchieriamo, di cose lontane, Cecenia, montagnard vietnamiti, Molucche, uno stagionato detenuto e uno imminente.
Intanto lo guardo con antico affetto, ma anche con un raccapriccio clinico. Lui fuma con la continuità ineluttabile con la quale io respiro.
Io ho smesso di fumare, e tutto. Potrei raccontare la mia vita attraverso le cose smesse. Lui non ha mai smesso niente e potrebbe raccontare la sua così: e lo fa, lo fa. Fuma Gauloises. Si fa forte del suo pantagruelico sproposito, e nessuno gli dice di non fumare più, per paura che ci resti secco.
Parliamo dell'ora delle nostre morti e Marco vanta la prodezza del proprio corpo, che fu messo a repentaglio al Gemelli non dai by-pass infilati nel cuore, ma da certi stafilococchi che lo invasero, e, contro ogni statistica e previsione medica, furono debellati da farmaci micidiali.

Penso quale goloso adescamento debba offrire il suo corpo alla colonizzazione degli stafilococchi, che disdegnerebbero il mio come un luogo di stenti.
Ha quasi 73 anni e sabato sera, nell'oretta che ha trascorso qui, ha bevuto una dozzina di caffè di quelli forti, per non dispiacere ai detenuti; e domenica mattina, nel paio di orette supplementari, ha pensato bene di bere un ultimo caffè forte e poi inaugurare uno sciopero della sete perché i telegiornali dessero notizia del digiuno condotto dai dirigenti radicali perché il Parlamento mettesse in calendario l'indulto. Lo guardo, mentre fuma, o viene fumato, e si accinge a non bere chissà per quanto (poco, per fortuna: i telegiornali ci mettono riparo), e a ripartire per Bruxelles perché a Roma non vuole mettere in imbarazzo la polizia che ha in tasca la sua notifica, e l'aorta con l'aneurisma, e il formato di gala per gli stafilococchi e le idee grandiose, e la Regina Coeli imminente.
Poche ore dopo lo ascolto da Bruxelles a Radio Radicale: loda la bontà speciale del caffè che gli ha fatto stamattina Maurizio nel carcere di Pisa. Chissà che vuoto lascerà la morte di Marco Pannella: morirà infatti, una volta o l'altra.
Però oggi ne ho scritto per dare un'idea del pieno che lascia la sua vita.

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