| SENSO VIETATO | ||
| America, da superpotenza a impero | ||
| Isolazionisti per vocazione, gli Stati Uniti non hanno mai pensato al proprio ruolo in termini imperiali. Ma l'11 settembre ha cambiato tutte le regole. Spiazzando l’Europa. | ||
| di Enzo Bettiza | ||
| 20/2/2003 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001017681 | ||
| Ho riletto in questi giorni uno dei più inquietanti racconti allegorici di Jorge Luis Borges, L'altro, e vi ho ritrovato un'osservazione dimenticata che mi è apparsa quanto mai pertinente e attuale: «L'America, intralciata dalla superstizione della democrazia, non si decide a essere un impero». Gli americani avevano combattuto tutte le loro guerre novecentesche come salvatori democratici, come liberatori, mai come imperialisti aggressori. La «superstizione della democrazia» animò gli interventi militari e gli errori iperidealisti di Wilson e di Roosevelt nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. La Corea, il Vietnam, la prima campagna del Golfo, poi la campagna del Kosovo segnarono le tappe d'inizio e di conclusione di una lunghissima guerra fredda intrapresa per salvare l'Asia e l'Europa dal comunismo e proteggere il mondo dalle successive minacce postcomuniste. La repubblica degli Stati Uniti assumeva così, nel corso di un secolo, inevitabili quanto involontarie dimensioni imperiali. Dopo il crollo dell'Urss e la fine del bipolarismo, l'America diventava automaticamente, quasi suo malgrado, in contrasto con le sue perenni pulsioni isolazioniste, l'impero più riluttante e più potente nella storia dell'umanità. Un impero, come acutamente osservava Borges, che non si decideva a considerarsi tale: una superpotenza solitaria, intralciata dalla superstizione democratica, alla quale paradossalmente mancavano l'istinto e la volontà di potenza. Si ricorderà che George W. Bush, quando nella sua campagna elettorale affrontava temi di politica estera, non parlava da imperialista, bensì da conservatore isolazionista. Non prometteva agli americani la conquista ma il ritiro dal mondo, dal Kosovo, dalla Bosnia, dal Medio Oriente. Tutto questo è stato improvvisamente ribaltato dalla tragedia dell'11 settembre, dal proditorio atto di guerra sferrato da Al Qaeda contro i grattacieli di New York e i ministeri di Washington. L'isolazionismo, che ha le sue radici teoriche nella dottrina Monroe, si basava in gran parte su una duplice «superstizione», insieme idealistica e geografica: la spinta a diffondere benessere e democrazia nell'ambito di un emisfero americano isolato e protetto dagli oceani. Ma dopo il trauma dell'11 settembre l'isolazionista Bush ha dovuto ricredersi avvertendo gli americani che la protezione degli oceani era finita; la barriera delle acque non era più in grado di tenere alla larga dal continente un nemico imponderabile come il terrorismo. Da quel momento e in quel momento l'America, insieme con la consapevolezza di essere diventata per la prima volta vulnerabile sul proprio territorio, è diventata anche consapevole di essere un impero assoluto e perdipiù in stato d'emergenza. Il presidente si è congedato dall'isolazionismo, assumendo più che mai il ruolo e la grinta di capo militare e interventista. Ha lanciato gli eserciti contro i talebani e i covi di Osama Bin Laden in Afghanistan, ha optato per l'unilateralismo castrense, ha voltato le spalle all'Europa neutralista di Versailles, è giunto, utilizzando l'Onu e aggirandola, alle ultime battute dello scontro con Saddam Hussein. L'intralcio dell'idealismo democratico è stato per la prima volta allontanato e l'America, vestendo il grigioverde, si è trasformata in una democrazia armata e ormai consapevolmente imperiale. Anche la diplomazia americana è diventata una diplomazia di guerra, che tanti europei non riuscivano più né a comprendere né a giustificare, né a seguire. Il mutamento eccezionale della più forte nazione d'Occidente non poteva quindi che mettere in crisi l'Onu, la Nato e l'Unione Europea. Il contraccolpo si è ripercosso gravemente sulle alleanze militari tradizionali, sulle regole e i cavilli del diritto internazionale, sui processi dell'integrazione europea. La guerra asimmetrica tra americani e terroristi islamici, la guerra preventiva che si prepara contro l'Iraq rischiano di provocare ora una duplice frattura tra Europa e Usa e all'interno dell'Europa stessa lacerata in antiamericani e filoamericani. Mai l'Occidente, dal 1945, si era trovato in così profondo disaccordo con se stesso. Non sappiamo quando e come tali lacerazioni potranno cicatrizzarsi. Crediamo però di sapere che nella crescente incomunicabilità tra Vecchio e Nuovo mondo non sono veramente in gioco né gli arsenali di Saddam né i tiramolla al Palazzo di vetro. è in gioco il fatto dirimente che, dall'autunno 2001, l'America si trova e si sente in stato di guerra e l'Europa no. |
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