SENSO VIETATO
Dalla perestrojka al fallimento
Enzo Bettiza 4/12/2003
Decisivo, con Mikhail Gorbaciov, nei giorni della fine del comunismo, da presidente georgiano Shevardnadze ha chiuso la sua storia con un disastro personale e politico.
Nei giornali e nelle televisioni non ha trovato lo spazio che avrebbe meritato la crisi della Georgia ex sovietica. Eppure, non mancavano gli elementi di leggenda, storia, dietrologia petrolifera, perenne vulnerabilità geografica e multietnica per conferire risalto all'incruenta «rivoluzione delle rose» nella terra natale di Stalin. Reame cristiano triarchico e indipendente fino al 1801, poi russa zarista fino al 1917, quindi russa sovietica fino al 1991, la Georgia conobbe un breve ma combattivo interludio menscevico e antibolscevico dal 1918 al 1921: fu lo stesso Stalin, poco amato dai compatrioti socialdemocratici, a schiacciare quel conato di sovranità bolscevizzando la Georgia natia con i più brutali metodi mafiosi e terroristici.
Molti personaggi georgiani, da Stalin a Beria, per tacere degli esponenti menscevichi nei soviet e nei ministeri del governo provvisorio prima della rivoluzione leninista, hanno avuto da sempre, nel bene e nel male, stretti rapporti di potere con la Grande Russia di volta in volta amata ideologicamente o detestata nazionalisticamente. L'ultimo è stato Eduard Shevardnadze.
Il suo nome resterà legato a quello di Mikhail Gorbaciov, di cui fu dinamico e disinibito ministro degli Esteri nei momenti decisivi della perestrojka diplomatica. Non poco gli devono diverse nazioni europee dell'Est restituite alla libertà; in particolare gli deve tantissimo la Germania restituita all'unità dopo il crollo del Muro.
Negli ambienti moscoviti, parlamentari e perfino governativi, è invece rimasto appiccicato il ricordo rancoroso nei confronti di un «estraneo», un non russo, che indubbiamente contribuì ad accelerare il processo di dissoluzione dell'impero sovietico. Spia di tale stato d'animo è stata la freddezza, più o meno accentuata, con cui a Mosca, a cominciare dal presidente Vladimir Putin, sono state seguite e commentate le disgrazie del presidente Shevardnadze a Tbilisi. L'inviato del Cremlino, il ministro Igor Ivanov, ha legittimato la vittoria degli oppositori e degli insorti togliendo la corona, con garbo ma pur sempre togliendola, dalla testa canuta di Shevardnadze.
A prescindere dalle riserve critiche del Cremlino, non si può certo dire che il fulgore internazionale che aveva accompagnato le operazioni liberaleggianti del ministro dell'Urss si sia poi riverberato sulle tortuose manovre di governo del presidente della Georgia. La balcanizzazione del Caucaso gli è stata fatale. Uno stato di guerra civile permanente, ora calda ora fredda, dentro il territorio georgiano e ai confini con Armenia e Azerbaigian, ha via via consunto lo spazio per l'esercizio di un potere presidenziale eroso da ogni parte. Tutto ciò ha reso sempre più opaca, e quindi caduca, la guida del leader che amava definirsi «fondatore e padre della patria».
Ancorché animato da buone intenzioni, Shevardnadze è stato incapace di resistere alla pressione delle mafie indigene, alla corruzione dilagante, alle infiltrazioni cecene, alle trame petrolifere delle superpotenze. Soprattutto, non è stato in grado di opporsi alle minacce di secessione totale in un'Abkazia, un'Adzharia, un'Ossezia meridionale che già operavano e operano come staterelli per metà indipendenti e metà dipendenti da Mosca. Appoggiato cautamente dall'America, tollerato a denti stretti dalla Russia, contestato dalle repubbliche autonome della Georgia stessa, infine rovesciato dalla piazza manovrata dalle opposizioni: gli 11 anni di regno disgregato e disgregante di Shevardnadze sono finiti in un disastro personale e nazionale. La Georgia che egli lascia dà l'impressione di uno stato fantasma, privo di realtà politica e di consistenza economica, alla deriva tra una miriade di feudi autonomi e litigiosi.
Che potrà fare il capo riconosciuto dell'opposizione, il trentacinquenne Mikhail Saakashvili, che verrà sicuramente eletto nelle prossime elezioni alla carica presidenziale? Appoggiato per ragioni diverse sia da Mosca sia da Washington, Saakashvili presenta una doppia personalità: da un lato quella di un giurista occidentalizzante, poliglotta, laureato in America, aperto alle regole del gioco democratico; dall'altro quella di un populista caucasico diffidente delle aperture democratiche e incline al nazionalismo.
Quale delle due facce egli mostrerà il giorno in cui, capo di uno stato semidistrutto, dovrà patteggiare o lottare con le mafie, oppure negoziare o combattere con secessionisti arroganti come quelli dell'Adzharia che hanno già chiuso le frontiere e lo paragonano ad Adolf Hitler? Sullo sfondo c'è, poi, la gara geopolitica fra russi e americani per l'influenza nelle repubbliche caucasiche e limitrofe e per il controllo degli oleodotti tra il Caspio e il Mediterraneo. La dilacerata Georgia di Saakashvili si troverà più che mai al centro di questo nuovo grande gioco eurasiatico.





