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PRIMULE ROSSE: PIÙ VICINO L'ARRESTO DEL LEADER SERBO BOSNIACO

Karadzic: la caccia è aperta

Francesca Folda  13/5/2005

Da otto anni è ufficialmente latitante, inseguito da accuse gravissime per i crimini commessi durante il conflitto nell'ex Iugoslavia. Il timore di ritorsioni aveva frenato le ricerche. Ma oggi qualcosa è cambiato. Grazie al nuovo quadro internazionale e ai nostri carabinieri.

Sarajevo coperta di neve mostra la trasparenza del fiume che la attraversa e la vitalità del vecchio mercato turco. Le campane aspettano che finisca il canto del muezzin per far risuonare i loro rintocchi. Le torri di cemento a valle spariscono e i quartieri sulle colline sembrano villaggi di Babbo Natale. Ma basta un giorno di pioggia per riempire le strade di fango e scoprire le ferite della città assediata tra il 1992 e il 1995: risaltano le lapidi bianche dei cimiteri sorti in ogni quartiere, sotto svincoli stradali, nei cortili di chiese, moschee, case di periferia. Resiste, come un monito a tutta la popolazione, il palazzo del vecchio parlamento devastato a colpi di granate. Mentre il teschio del murale sul viale dei cecchini ammonisce: «Don't forget Srebrenica».

Nessuno dimentica. Nessuno vuol dimenticare. Tanto più che i responsabili dei massacri (tra tutti l'ex leader serbo bosniaco Radovan Karadzic e il generale Ratko Mladic) non sono ancora stati assicurati alla giustizia. E la pace di carta firmata a Dayton quasi dieci anni fa rischia di svanire come la neve. La Bosnia Erzegovina ha un'economia al collasso, incapace di decollare per la mancanza di collegamenti e la moltiplicazione delle spese statali. Divisa in due entità, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Serba, «supervisionate» dall'Alto rappresentante dell'Onu Paddy Ashdown, ha doppi o tripli governi, polizie, parlamenti. Ma nessuna volontà di chiudere i conti con il passato.

La comunità internazionale sembra aver deciso che è giunto il momento di dare un segnale forte. Ashdown, a fine gennaio, ha imposto l'unificazione della città di Mostar (capoluogo dell'Erzegovina, contesa tra croati e musulmani), che dalla fine della guerra civile era divisa etnicamente in sei comuni e un distretto centrale. La Nato si prepara a passare le consegne all'Unione Europea ma proprio ora i militari della Sfor (la forza di stabilizzazione del Patto atlantico) avviano la vera caccia a criminali e latitanti.
Un cambio di strategia che raccoglie risultati e vede protagonisti i carabinieri italiani della Msu, l'unità speciale con compiti di polizia in tutta la Bosnia Erzegovina. Più intelligence e meno militarizzazione, arresti importanti, sequestri di armi, perquisizioni, equamente distribuiti tra serbi, croati e musulmani.
Il 17 dicembre è stato scoperto un casolare abbandonato pieno di esplosivo da demolizione e al plastico, mine, lanciagranate, bombe a mano, munizioni: secondo l'intelligence l'arsenale era destinato a una cellula del terrorismo islamico.
Il 23 gennaio, a Mostar, sono stati arrestati Ante Jelavic (ex leader del partito dei croati di Bosnia, Hdz, fino al 2001 membro della presidenza collegiale del paese), Miroslav Prce (ex ministro della Difesa della federazione) e Miroslav Rupcic (ex direttore della compagnia di assicurazione Hercegovina osiguranje), tutti accusati di concussione e abuso di ufficio. La corruzione resta altissima, ma l'inchiesta appare ben più rilevante leggendo l'ipotesi di accusa del procuratore speciale John H. Mc Nair: attraverso la fondazione della Hercegovacka Banka, i tre miravano a finanziare strutture parallele per la creazione di una terza entità di etnia esclusivamente croata in Bosnia Erzegovina. In barba agli accordi di Dayton.

Ma c'è di più. E sembra essere il vero obiettivo della Sfor: la cattura di Radovan Karadzic. Indicato dal Tribunale internazionale dell'Aia come il principale artefice del massacro di Srebrenica e dell'assedio di Sarajevo, è latitante dal '96, quando lasciò la presidenza del partito serbo bosniaco e la vita pubblica, pur continuando a tessere, dietro le quinte, la tela del nazionalismo serbo. È il più ambito dei 26 «Pifwcs», un acronimo che evoca i fantasmi delle «persons indicted for war crimes» (persone sospettate di crimini di guerra). In otto anni di latitanza sarebbe stato spesso a Pale, la sua roccaforte 16 chilometri a est di Sarajevo. La moglie sostiene di averlo visto solo due anni fa. Più di recente, secondo i carabinieri.
Lo scorso 11 gennaio hanno fatto irruzione in ben cinque abitazioni collegate alla famiglia Karadzic dopo che l'intelligence aveva segnalato la presenza (in coincidenza con il Natale ortodosso) del superricercato. «L'abbiamo perso per un soffio» ha ammesso Carla Del Ponte, capo della procura dell'Aia. Ma non è stata una missione a vuoto. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati mitragliatori, pistole, caricatori e munizioni, bombe fumogene, computer, documenti. E soprattutto un «tutore per arto inferiore», come recita il verbale, che conferma la soffiata: Karadzic sarebbe tornato a casa per subire un intervento chirurgico alla gamba malata. La Sfor ha setacciato anche l'ambulatorio del paese e la chiesa ortodossa.

«UN PATTO PER NON PRENDERLO»

Lo dice la moglie di Karadzic, che spiega così la latitanza

Panorama ha incontrato Liljiana Karadzic, moglie del ricercato numero uno per i crimini di guerra in Bosnia, nella Pink House, una delle ville perquisite dalla Sfor.

Che notizie ha di lui?
So che è vivo. Ma non lo vedo da oltre due anni.

Crede che si costituirà?
Per quanto ne sappia, non ha mai pensato di consegnarsi. Se il Tribunale dell'Aia avesse agito nei confronti di tutte le parti del conflitto con equità, sarebbe intervenuto per favorire la verità.

Crede che sia cambiato l'atteggiamento internazionale nei confronti della cattura di suo marito?
C'è una taglia di 5 milioni di euro sulla sua testa, ma l'80 per cento del popolo serbo lo appoggia. Per il resto posso solo dire che nel 1996 Karadzic ha stretto un accordo con Richard Holbrooke: se si fosse ritirato dalla vita politica, sarebbe stato annullato l'ordine di cattura. Holbrooke ha negato, ma allora ditemi perché Karadzic è sparito all'improvviso.

Come spiega la guerra?
Prima c'era la pressione dei comunisti. Con la democrazia, i popoli che vivevano assieme, come l'acqua e l'olio senza pressione, si sono divisi. Tutto qui.
«Dopo anni in cui la comunità internazionale ha atteso sotto l'albero che i criminali di guerra cadessero nelle sue ceste, oggi finalmente i tempi sono maturi e c'è chi scuote i rami per raccoglierne i frutti» è la metafora usata nell'ufficio dell'Alto rappresentante. E all'Osce sottolineano che è passata la paura di ritorsioni contro il personale internazionale, dopo lo shock subito durante la guerra civile per l'uso dei caschi blu come ostaggi. Il processo a Milosevic è seguito in tv dalla popolazione della ex Iugoslavia, senza che si siano mai registrati problemi di ordine pubblico.
Non basta. Dopo la cattura di Saddam Hussein e le continue esternazioni sul rischio del terrorismo islamico, anche l'amministrazione Bush ha interesse a prendere l'«Asso di picche» dei Balcani: sarebbe un segnale di equità per la popolazione musulmana di Bosnia e per gli islamici di tutto il pianeta.
I carabinieri italiani hanno saputo cogliere il vento favorevole e imporre la loro esperienza nella cattura dei latitanti. Risultato? In due distinte operazioni in meno di dieci giorni sono finiti in una sorta di Guantanamo bosniaca, allestita nella base americana a Tuzla, due dei principali fiancheggiatori di Karadzic: il capo della sua scorta, Dusan Tesic, e il finanziatore della sua latitanza, Zeliko Jancovic. Entrambi membri della polizia speciale serbo bosniaca, si erano riciclati come miniimprenditori nella Repubblica Serba, l'uno titolare di un bar, l'altro curatore di servizi di scorta e vigilanza, non solo per il defunto Arkan, ma anche per l'attuale presidente del parlamento serbo bosniaco Dragan Kalinic.

Il messaggio, dunque, arriva ai vertici dei tre partiti nazionalisti (uno per etnia) usciti vincitori dalle ultime elezioni: la comunità internazionale non tollererà più protezioni, collusioni, silenzi sui criminali di guerra. Ma non mancano le perplessità. Anzitutto perché il mandato dei militari Sfor si ferma ai confini della Bosnia Erzegovina. «Se Karadzic passeggia in Serbia lungo la linea del confine» ammette un ufficiale italiano «non possiamo intervenire». E anche perché, oltre ai vertici politici e militari incriminati dal Tribunale internazionale dell'Aia, ci sono migliaia di ex paramilitari e civili che hanno approfittato della fase più cruenta della guerra per arricchirsi derubando e uccidendo. Sono almeno 7 mila i cittadini della Repubblica Serba e 2 mila tra croati e musulmani, la cui cattura è stata affidata alle polizie locali. Finora non ne è stato preso neanche uno. Per la fine dell'anno, però, dovrebbe entrare in vigore una nuova legge per la protezione dei testimoni e diventare operativa una sezione speciale per i crimini di guerra nell'Alta corte della Bosnia Erzegovina.
Fino a che non si risolverà il problema dell'impunità, non si può sperare che ci sia riconciliazione né sviluppo.

TUTTI GLI INDAGATI DAL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL'AIA

53 detenuti in custodia cautelare, tra cui Slobodan Milosevic;
20 latitanti su cui pende l'ordine di cattura internazionale (Tra questi Radovan Karadzic e Ratko Mladic);
5 indagati rilasciati su cauzione;
2 accusati di offesa al tribunale;
26 imputati sono stati trasferiti o rilasciati per adempimenti processuali;
35 casi prossimi all'udienza preliminare;

91 persone sono già passate al giudizio del Tribunale dell'Aia.
Di questi, 26 sono all'udienza preliminare;
7 attualmente sotto processo;
5 in attesa di giudizio.

46 condannati in primo grado.
Di questi, 16 hanno fatto ricorso in appello,
25 sono stati condannati con sentenza definitiva,
3 sono stati dichiarati innocenti in appello,
2 prosciolti in fase dibattimentale.

10 i casi archiviati (5 per accuse decadute dopo il trasferimento in tribunale, 5 per morte degli imputati)

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