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L'ARCITALIANO

Storie di ordinaria obesità

Giuliano Ferrara  23/7/2004

Ho visto nascere agli inizi degli anni Sessanta questo ciclo barbarico delle diete, fino alla sua fase estrema, chirurgica. Ho provato di tutto per raggiungere un niente.

Dicono che l'obesità è una grave malattia, anzi è il male del secolo, e che bisogna combatterla ferocemente, in ogni modo, in nome della salute, del bilancio pubblico incapace di sopportare le conseguenze del sovrappeso; dicono che si deve dimagrire a tutti i costi, che le porzioni vanno dimezzate a mezzo di ordinanze pubbliche, calcolano il peso forma sul tipo ideale dell'atleta, e aggiungono che bisogna cominciare presto, con l'educazione dei bambini, come per il fumo e altri flagelli che attentano alla nostra ridicola pretesa di immortalità, a quel modello di vita fit, di vita pulita e in forma, vita in movimento che elimina tossine e grassi e assorbe sali minerali nella giusta quantità. Poi una madre di due figli che pesa 120 chili si affida a un ospedale pubblico, le assicurano che si può dare senza problemi una strizzata chirurgica all'intestino, che in poco tempo risolverà tutto il suo problema, ma le cose vanno male e questa povera donna muore dopo settimane di sofferenza. Il marito giura che non aveva problemi di salute, la madre dei suoi figli, e che se avesse saputo di un pur minimo rischio non si sarebbe mai fatta operare.

Storie di ordinaria cronaca e di ordinario dolore, direte, che si sommano a molte altre storie analoghe, che si riflettono nella sinistra pubblicità commerciale delle fabbriche del dimagrimento a poco prezzo e in poco tempo, allo spaccio solito dei sogni e delle illusioni in cui si specializzano segmenti di mercato, sulla scia dell'ideologia corrente sanzionata e regolarmente ratificata, senza esitazioni, dalla cultura dell'apparato sanitario pubblico.
Nel campo del rapporto con il cibo e più in generale della «condizione obesa» come metafora di una insopportabile condizione umana, se ne fanno e se ne dicono di tutti i colori. Circolano equivoci leggeri come le nuvole, che poi si raggrumano, scatenano tempeste psichiche e identitarie socialmente diffuse come le anoressie, precipitano in fenomeni imitativi, paraestetici, di gusto, legati al controllo del desiderio e al linguaggio della vita associata, si intrecciano con l'altro scabroso tema della depressione come malattia delle malattie, e alla fine forgiano quella particolare tristezza del vivere contemporaneo che è la ricerca affannata e sgangherata della felicità intesa non come equilibrio e accettazione e fantasia e allegria ma come cosa da ottenere subito, come modello a cui conformarsi senza discussioni.

Per ragioni generazionali e di peso, per essere cioè cresciuto come un bambino obeso, ho visto personalmente nascere agli inizi degli anni Sessanta questo ciclo dell'incultura e del barbarico business delle diete, fino alla sua fase estrema, chirurgica. Ho provato di tutto per raggiungere quello che oggi mi sembra un niente, anzi un attentato alla mia identità, la perdita di peso: l'isolamento a 300 calorie al giorno in una clinica svizzera, l'uso pazzotico dei diuretici, fui sottoposto da un grande medico anche a folli restrizioni nell'assunzione di liquidi, ho preso le prime pasticche contro la fame che inducevano uno stato di grave inquietudine nervosa, ho sperimentato in successive diagnosi inutili giudizi e pregiudizi della scuola endocrinologica di Nicola Pende e dei suoi allievi, ho messo a soqquadro senza necessità la mia tiroide con medicinali che demolivano la mia salute psichica d'acciaio, ho mangiato pieno di sensi di colpa le sbarrette dolci sostitutive di un pranzo, i biscotti ipocalorici, e ho cominciato e interrotto centinaia di diete assurde di ogni genere sempre con perfetto successo e poi con perfetto insuccesso (come dice il mio amico Mario Missiroli, «le diete fanno venire fame»), ho lunga pratica di digiuni controllati fino a quello totale di quattro settimane sperimentato in America secondo il metodo Optifast, una bella esperienza che non si può ripetere; e da questo percorso di fatica e di educazione e maleducazione umana, ma qualche volta anche di orrore, un'astratta difesa dal vero me stesso di uomo grasso, un classico dell'ideologia inculcata e subita, sono uscito solo con il tempo e con la maturità, con l'autonomia e la responsabilità individuale, con una reazione serena, che non ha niente di superbo e di orgoglioso, nella quale qualche psicologo d'accatto vedrà certamente una rimozione (così dicono).

Sì, ho rimosso il cumulo di cretinate che mi aveva infestato l'esistenza nella mia gioventù e mi ritrovo per adesso con i normali problemi di un cinquantenne, grasso o magro che sia, qualche aritmia cardiaca piuttosto seccante e un po' di diabete. Poi, si vedrà.
Il potere pubblico e i media e anche la parte razionale del mercato dovrebbero, secondo la mia esperienza, piantarla con gli allarmismi e dare corso a una campagna ricca di umanità e di fantasia e di cultura, per spiegare che la perdita di peso è solo un'opzione tra le altre, che non è obbligato il corpo grasso a conformarsi alla vita magra bensì, viceversa, è lo stile di vita che deve conformarsi alle esigenze del corpo, al suo stato reale. E la diminuzione di peso, che in ogni altro campo è metafora di decadimento e di declino, è solo una possibilità, non un obbligo sociale né un editto della cultura clinica di Stato.

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