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DOPO TUTTO
Caso Cogne, la galera e i poveracci
Chi s'indigna per la mamma rimasta in libertà sbaglia. Non è contro il carcere rinviato che dovrebbe protestare, ma contro quello che si chiude ineluttabile sopra miriadi di disgraziati.
di Adriano Sofri
10/8/2004
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001026119
Non direi una parola sulle responsabilità per la tragedia di Cogne. Non giudicare è un precetto fondamentale, ed è anche un privilegio del quale non farei a meno. Non invidio chi, per professione o per vocazione, giudica. Quella tragedia è stata giudicata, in prima istanza, e la signora Annamaria Franzoni è stata condannata. Mi importa la decisione della procura competente di non dare esecuzione alla condanna, in attesa dei gradi ulteriori. Mi importa e, dico subito, mi fa piacere, qualunque sia la motivazione reale della decisione. La motivazione dichiarata è nota: prima della sentenza definitiva, non esiste pericolo di fuga, né di inquinamento delle prove, e la signora Franzoni non è socialmente pericolosa. Il codice consente queste valutazioni, benché siano raramente seguite. Può darsi che sulla procura abbia avuto parte il desiderio di smentire il sospetto, quando non l’accusa esplicita, di un partito preso nei confronti dell’imputata, o anche di rinviare un provvedimento impopolare, di fronte a una madre di bambini piccoli. Si è visto bensì che la decisione ha sollevato anche le reazioni opposte, di persone indignate che la condannata non sia subito finita in galera: indignazione forse sincera in qualche caso, ma più probabilmente suscitata da quel piacere intimo che si prova alla disgrazia e alla galera altrui.

I magistrati che hanno deciso di non dare per ora esecuzione alla condanna hanno dovuto, immagino, affrontare l’unico rovello capace di far tremare le vene, cioè la domanda se una condannata per l’uccisione furiosa del suo bambino non potesse ripetere quella furia. Devono essersi detti di no, con convinzione, perché da una persona, e quel che più conta da una madre, dichiarata pienamente capace di intendere e di volere, non ci si può aspettare un delitto così folle. C’è qui una contraddizione insolubile di questo come di altri tragici eventi delittuosi: perché perizie e pronunciamenti psichiatrici vengono a dire a posteriori se siano folli o normali atti che, per definizione, eccedono ogni possibile normalità. Se cedere al furore fino a straziare e uccidere la propria creatura non basta a definire la follia, vuol dire che una strana inversione fra la cosa e il suo nome ha vinto sulle nostre intelligenze.

Per una coincidenza, a pochi giorni dalla sentenza di Aosta è venuto – un trafiletto appena su qualche quotidiano – il provvedimento del tribunale di sorveglianza di Milano che ha messo in libertà vigilata, dalla clinica in cui era curata dopo essere stata assolta per totale vizio di mente, la giovane madre che aveva, ricordate?, chiuso la sua bambina di otto mesi nella lavatrice, e uccisa. Decisione anche qui «sconcertante», che è l’aggettivo al quale riparano la viltà e la paura, ma piuttosto penosamente ovvia: perché il gesto di una madre che butta coi panni sporchi la sua creatura nella centrifuga di cucina non ha bisogno d’essere certificato pazzesco da periti. Se non fosse pazzia quella, che cosa potrebbe più esserlo? Per quanto abbia frugato nei giornali, non ho trovato cenno del vero problema posto dalla sentenza di Aosta, per il caso che venisse confermata nei gradi successivi, anche attenuata nella durata della pena. Il vero problema è che, dilazionata per qualche tempo – qualche anno, magari, fra appello e Cassazione e chissà quali imprevisti – la galera per la signora Franzoni diventerebbe ineluttabile. Così questa vicenda, d’eccezione per il dolore che ha evocato e per la risonanza spettacolosa e impudica, solleva una questione notissima agli esperti e ignoratissima, fino alla rimozione, da tutti gli altri, cioè la questione della pena. La giustizia ha perfino dimenticato, per distrazione e per abitudine, di distinguere fra la condanna e la pena, e fra la pena e la galera. La giustizia ha scelto, non so più da quando, di chiamarsi «penale», testimoniando così, a chi volesse ancora interrogarsi, di mirare soprattutto alla pena: e le nostre culture non hanno saputo liberarsi dall’identificazione fra pena e reclusione dei corpi.

Ecco che un evento tragico come quello di Cogne mostra, quasi senza volere, la pigra assurdità di questa cultura. Perché se la signora Franzoni fosse innocente – mai bisogna escluderne la possibilità, e non certo per effetto di una sentenza giudiziaria – la sola idea di incarcerarla suona atroce e raccapricciante. Se fosse colpevole – piuttosto, se fosse l’autrice dell’uccisione del suo piccolo – la galera, per lunga e dura che fosse, non potrebbe rivaleggiare neanche da lontano con la pena che lei e i suoi provano e scontano dentro di sé, dal momento stesso di quella sventura. E allora, perché la si chiuderebbe in una galera? C’è qualcuno che pensa che la sua galera serva a far da deterrente all’emulazione del suo delitto? C’è una paura del carcere che valga a trattenere una madre dalla furia omicida rivolta contro la propria creatura?
Ho sentito qualche commento amaro alla galera scampata – provvisoriamente – della signora Franzoni, paragonata alla galera che ingoia senza scampo miriadi di poveri disgraziati da quattro soldi. Lo capisco, ma è un equivoco, uno sbaglio. Non contro la galera rinviata di una persona di cui si è tanto parlato bisogna indignarsi e protestare, ma contro la galera che si chiude ineluttabile sopra le miriadi di disgraziati. L’altro giorno un servizio di Marco Imarisio sul Corriere si concludeva con l’opinione di un magistrato del ministero di Giustizia, incaricato dei problemi penitenziari: «In Italia la funzione penale viene esercitata a tappeto. E i benefici di legge non funzionano per i poveracci, le nostre carceri sono piene di gente povera, che sconta reati banali». Lo dice lui. Io non ho più neanche voglia di dirlo.

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