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SPECIALE USA: COME FUNZIONA IL VOTO
Grandi elettori, piccoli stati
Un sistema complesso basato sui grandi elettori, varato dai padri costituenti per garantire la massima rappresentanza geografica. Ma, dopo la contestata elezione di Bush, c'è chi propone di cambiarlo.
di Vito Taormina
28/10/2004
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001027543
Quattro anni fa, per la terza volta nella storia degli Stati Uniti (successe anche nel 1876 e nel 1888), il risultato del voto elettorale differì da quello popolare. Il candidato repubblicano George W. Bush vinse le elezioni con quasi mezzo milione di voti in meno dell'avversario democratico Albert Gore. Un successo legittimo, perché raggiunto secondo le regole del sistema del collegio elettorale, detto anche dei grandi elettori. Un sistema astruso per gli europei, ma con radici che affondano nella cultura e nella storia "TORNAdegli Stati Uniti d'America. «Non dimentichiamoci che qui negli Stati Uniti manteniamo da oltre due secoli un sistema federale che divide il potere fra gli stati e il governo centrale» spiega Robert Dallek, autore di numerosi e influenti saggi politici e noto al grande pubblico soprattutto per le sue biografie sui presidenti Franklin Delano Roosevelt, Lyndon Johnson e John Fitzgerald Kennedy.
Dallek ha insegnato alla Columbia University, alla Ucla (University of California Los Angeles), a Oxford. Attualmente è docente di storia alla Boston University.

Come nasce il sistema di voto americano?
Il sistema del collegio elettorale venne inserito nella costituzione dai padri costituenti per dare maggiore rappresentanza, o peso elettorale, ai voti degli abitanti dei piccoli stati come Rhode Island e Delaware. Voti che altrimenti sarebbero rimasti oscurati da quelli degli elettori residenti negli stati più grandi geograficamente e demograficamente, come New York e Virginia. Oggi questo sistema, rimasto pressoché invariato negli anni, prevede che ognuno dei 50 stati abbia diritto ad almeno due voti elettorali (come due è il numero di senatori che ogni stato invia al Congresso) più tanti altri quanti sono i deputati inviati alla Camera dei rappresentanti. I voti elettorali sono dunque calcolati in base alla popolazione degli stati. Per vincere le elezioni, il candidato alla presidenza deve ottenere almeno 270 voti.

Può fare un esempio della ripartizione di voti fra stati?
La popolosa California, con 35 milioni di abitanti, ha un totale di 55 voti elettorali: 2 senatori e 53 deputati. Lo spopolato Wyoming, con 500 mila residenti, ha soltanto tre grandi elettori: 2 senatori e un deputato.

Quindi in questo modo il rapporto voto-popolazione del Wyoming rispetto alla California è di 1 a 18 anziché 1 a 70?
Esatto. Il Wyoming ha più rappresentanza rispetto alla popolazione. Inoltre c'è da aggiungere che, oltre al bisogno di tutelare i piccoli stati, il sistema del collegio elettorale venne adottato perché all'epoca dei padri costituenti fra gli americani aleggiava grande diffidenza nei confronti del potere centrale, a lungo rappresentato dalla corona d'Inghilterra. Quindi esistono anche ragioni storiche che spiegano la creazione e la necessità del collegio elettorale.

Secondo lei è arrivato il momento di cambiare sistema?
Negli stati si parla tanto di riformare il sistema dei grandi elettori, ma si tratterebbe di un'impresa complicatissima perché alienerebbe gli stati più piccoli. E un voto interamente popolare rischierebbe di creare più confusione e magari porterebbe alla nascita di diversi schieramenti politici. Il voto dei grandi elettori ha funzionato quasi sempre per oltre due secoli. E, in fondo, nessun sistema è perfetto.

Allora questo sistema di voto è destinato a durare?
La mia impressione è questa: se il 2 novembre si ripeterà il risultato di quattro anni fa, e cioè se un candidato vince nel voto popolare e l'altro in quello elettorale, negli Stati Uniti la pressione per riformare il sistema sarà più forte. In questo caso, si potrebbero studiare alcune alternative.

In Colorado stanno pensando a un voto elettorale-proporzionale. Un sistema che garantirebbe la piena rappresentanza dello stato nel collegio elettorale ma rispecchierebbe maggiormente il voto popolare.
È una delle vie percorribili: gli stati hanno l'autonomia per decidere. Ma il cammino è ancora lungo.
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